Testo di – MARCO FERRARIO

 

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Semisommersi tra i libri se ne stanno a discettare nella gabbia delle Muse“.

Chi fornisce questo giudizio è Timone di Fliunte, poeta ed allievo del filosofo scettico Pirrone di Elide, i destinatari delle sue attenzioni sono gli studiosi che affollavano il Museo di Alessandria d’Egitto. Occorre far giustizia di un possibile equivoco: il termine “Museo” negli anni tra il III ed il II secolo a. C. non designava un luogo espositivo nonostante i suoi frequentatori, secondo le malelingue di ieri e di oggi, non fossero molto diversi per stranezza ed interesse ad un coccio di vaso o ad uno scheletro di capodoglio, bensì era riferito ad un’istituzione di ricerca consacrata alle Muse. Il Museo era affiancato dalla celebre Biblioteca, fiore all’occhiello dell’evergetismo tolemaico e forse di ogni epoca. Qui secondo le fonti antiche già nel 281 a. C. si trovavano oltre duecentomila volumi e all’epoca della sua prima distruzione, probabilmente nel 47 a. C. durante le campagne di Cesare i titoli ospitati al suo interno sarebbero stati settecentomila. Artefice di quest’opera grandiosa fu Tolomeo I figlio di Lago, uno dei diadochi che si spartirono l’impero mondiale di Alessandro. Il progetto si modellava sulla biblioteca del Peripato, la celebre scuola filosofica di Aristotele e non è un caso che il consigliere di Tolomeo I in quegli anni fosse Demetrio del Falero, allievo di Aristotele, che aveva scelto l’esilio ad una permanenza in Atene, di cui era stato tiranno per un breve tempo, dopo l’arrivo di Demetrio Poliorcete, figlio del diadoco di Macedonia Antigono Monoftalmo. Edificare una biblioteca ed allestire un istituto di ricerca in grado di attirare studiosi da ogni parte del mondo conosciuto si inseriva in un programma di prestigio indispensabile per ogni monarchia del mondo ellenistico, al pari delle vittorie in battaglia (le quali, come facilmente si può intuire, fornivano il “conquibus” oltre alla fama).

Alessandria in Egitto (si faccia attenzione a quella preposizione, “in Egitto” e non “di Egitto”, spia di quella radicale separazione tra conquistatori greco-macedoni, che vennero a comporre la classe dirigente, è conquistati egiziani, tagliati fuori fino almeno a tutto il 222 a. C., salvo rare eccezioni, dalle posizioni di potere che F. W. Walbank non esita a definire “apartheid”) venne fondata dal Macedone tra il 332 ed il 331 mentre si recava all’oasi di Siwah in visita al santuario di Zeus Ammone, dove un oracolo assai avveduto lo salutò come figlio del dio, un gesto che non contribuì a rinsaldare la non proprio spiccata modestia del giovane principe. La città nei secoli successivi divenne la più grande metropoli del Mediterraneo nonché principale centro culturale del “koinòn” ellenistico. Simbolo di una preminenza culturale, che al tempo voleva dire anche politica, contesa (si pensi a Rodi, Pergamo, Antiochia, alla stessa Atene pur in misura minore) ma incontrastata furono proprio la Biblioteca ed il Museo. Ma chi erano gli “abitanti” di queste oasi di sapere e di cosa si occupavano? Con il termine “filologia” intendiamo lo studio della trasmissione di un testo. Il compito del filologo è rintracciare i manoscritti contenenti le copie di un’opera, confrontarli, proporre emendazioni, ricostruire un testo che sia il più possibile vicino a quello originale, che nel caso dei testi classici non ci è mai pervenuto. La disciplina nasce nell’età ellenistica, nonostante qualche timida precedenza in età classica con personalità quali Aristotele o Antimaco di Colofone. Il termine con cui si definirono i filologi alessandrini fu kritikós o grammatikós, il primo a fregiarsi del titolo di “filológos” fu Eratostene di Cirene, tuttologo nonché terzo Bibliotecario ad Alessandria (per la cronaca a corte era chiamato “Beta“, perché i suoi detrattori sostenevano si occupasse di tutto senza eccellere in nulla). L’attività filologica promossa dai primi due Tolomei mostra come i dotti alessandrini erano consapevoli di venire dopo una cesura netta tra loro ed il passato, circostanza che imponeva lo studio, la collezione e la custodia di un patrimonio che sarebbe stato altrimenti perduto. Ci troviamo davanti ad una svolta rispetto all’epoca classica nella quale non si avvertiva la necessità di riappropriarsi della tradizione, Omero non era sentito quale appartenente ad un passato lontano, è invece nel mondo ellenistico che il passato diviene “classico”, vale a dire perfetto ed inimitabile.

I filologi alessandrini attendevano a tre occupazioni fondamentali: in primo luogo i manoscritti che giungevano alla biblioteca venivano raccolti e catalogati. Questo immane lavoro venne affidato a Callimaco il quale redasse centoventi libri di tavole biografiche e bibliografiche di opere ed autori e si impegnò a far chiarezza nel ginepraio di alcune spinose questioni filologiche. Di questa impresa titanica non ci è giunto quasi nulla ma si trattò di un lavoro pionieristico, di importanza fondamentale. Un secondo stadio del lavoro all’interno della Biblioteca era quello riguardante l’edizione dei testi. Le edizioni potevano essere di due tipi, o “kat’àndra“, vale a dire redatte da un singolo autore (cfr. l’edizione omerica, famosa, ad opera di Teagene di Reggio in età classica) oppure “katà poleis“, fatte redare direttamente dalla città. Le edizioni inoltre potevano distinguersi in “ekdoseis“, ovvero la semplice pubblicazione del testo oppure le “diorthoseis“, vale a dire vere e proprie edizioni critiche. È il caso di ricordare come i criteri di correzione non fossero sempre impeccabili, e questo fatto ha inevitabilmente condizionato la nostra conoscenza dei testi degli autori classici, ma è un prezzo che possiamo permetterci di pagare in compenso del lavoro che questi studiosi hanno compiuto, impedendo ai testi di corrompersi ulteriormente nonché salvaguardando la gran parte del patrimonio disponibile ai loro tempi. La terza attività espletata in Alessandria era quella di esegesi. Si cercarono di approfondire le conoscenze del testo sviscerandone le difficoltà e commentandone i passi principali, quelli oscuri o tutti e due, dato che spesso le due cose si trovavano a coincidere. I commenti potevano essere di due tipi, “upomnemata” vale a dire commenti corsivi del testo, oppure i “suggrammata“, commenti tematici che affrontavano particolari punti o temi di un testo. Di tutta questa monumentale opera esegetica non ci resta nulla, eccezion fatta per sporadici frammenti papiracei, ma in seguito questi commenti vennero riassunti, studiati, ripresi da autori successivi e confluirono nelle raccolte di “skolia” dei manoscritti bizantini, note a margine dei testi che riportano le opinioni dei vari studiosi in merito a questo o quel passo testuale.

Se dovessimo venire ora a qualche nome, all’interno della variegata costellazione degli eruditi alessandrini rifulgono i nomi di Zenodoto di Efeso, Apollonio Rodio, Eratostene di Cirene (quello che chiamavano “Beta“) Aristofane di Bisanzio, Aristarco di Samotracia e a partire dal II secolo a. C. alcuni suoi allievi di cui parleremo tra poco. Zenodoto fu il primo Bibliotecario, precettore dei primi sovrani egiziani ed a lui si deve l’adozione dei primi segni diacritici con i quali venivano segnalate corruttele o proposte emendazioni. Tra i suoi interessi troviamo Omero, Esiodo e Pindaro. Di Apollonio abbiamo in parte già trattato. Si interessò anche di Archiloco e sfruttò le proprie competenze tecniche nella composizione del poema epico che brulica di rimandi, allusioni, giochi metaletterari comprensibili con buona probabilità alla ristretta élite dello “zoo” nel quale il Rodio lavorava. Quanto agli interessi di “Beta” sono difficili anche solo da numerare. Fu eminentemente scienziato, ma sostituì Apollonio nella direzione della Biblioteca ed a lui venne affidata l’edizione della commedia greca, mentre lo studio della tragedia fu compito di Alessandro Etolo. Aristofane di Bisanzio ed Aristarco sono due stelle di particolare luminosità all’interno di questa già di per sé imponente nebulosa: il primo fu un insigne omerista e si occupò di studi colometrici e metricologici. A lui si deve la redazione delle “ipotesi”, brevi introduzioni alle singole opere dei tragici e dei comici, queste pervenuteci. Il secondo fu il più accreditato studioso di Omero del mondo antico, pubblicò un’edizione dei due poemi che venne reputata perfetta la quale spazzò via tutti i precedenti commenti e formò su di sé i successivi. Proprio di Aristarco è anche un personale metodo esegetico che consisteva nell’ “interpretare Omero con Omero“, consistente nello spiegare alcuni passi poco chiari dei due ancestrali poemi con altri passi omerici.

A partire dal II a. C. non avvertiamo più l’impellente necessità di edizioni critiche, già pubblicate, e la ricerca si orientò ulteriormente verso l’erudizione, interessandosi di studi lessicografici, di mitologia, di antiquaria. Tra gli allievi di Aristarco troviamo Didimo di Alessandria, chiamato dai colleghi “Dimenticalibri” o “Calcentero“, ovvero “stomaco di bronzo” per la sua capacità di digerire qualsiasi lettura in qualsiasi quantità. La tradizione (Seneca, Ateneo di Naucrati) gli attribuisce tre o quattromila volumi di opere. Non fu uno studioso originale, del resto non si può avere tutto dalla vita, ma è per suo tramite che molto del patrimonio testuale che possediamo ci è giunto. Un secondo allievo di Aristarco fu Dioniso Trace, autore della prima grammatica greca di cui ci sia giunta notizia.

Segno della peculiarità di quei tempi e della distanza, non solo temporale, che si frappone tra noi e quei secoli è il fatto che invece di chiudere a chiave tutti questi eminenti signori dentro la loro gabbia di matti (come molti oggi proporrebbero) o tagliar loro i fondi destinando i finanziamenti, che so, ad un faraone-party nilotico, la moda alessandrina fece scuola e venne esportata. Non appena ascese al trono seleucide Antioco III promosse la costruzione di biblioteche e nel piccolo ma ricco e prospero regno di Pergamo la dinastia secessionista (da Seleucia) degli Attalidi fece della rocca pergamena un centro di cultura in grado di rivaleggiare con Alessandria. Pergamo e la capitale egiziana si contesero il primato della autorevolezza scientifica in campo esegetico e grammaticale opponendo la prima un’interpretazione testuale di tipo allegorico a quella più strettamente filologica in voga sul Delta ed a livello di teoria della lingua gli studiosi di Pergamo furono esponenti di un modello linguistico di tipo anomalista (la lingua si evolve con l’uso e i cambiamenti che subisce sono dettati dai parlanti), contrapposto a quello analogista degli alessandrini (la lingua si evolve secondo regole ben precise e regolari, tesi che, mutatis mutandis, sarebbe stata ripresa dai neo grammatici di Lipsia nel XIX secolo). Esponente di primo rilievo della scuola pergamena fu Cratete di Mallo il quale si ruppe una gamba cadendo in un tombino durante un’ambasceria a Roma e durante la convalescenza tenne un ciclo di affollatissime conferenze che contribuirono a diffondere l’interesse per la cultura ellenica latu sensu, con buona pace di Catone (il quale, lo ricordiamo, era conoscitore di quel mondo assai più raffinato di quanto non volesse far credere).

Siamo davanti ancora una volta ad un mondo assai peculiare, forse strampalato, difficile da intendere e di cui, in ultima analisi, sappiamo molto poco. Il minimo che si possa dire è che, accettate ed adeguatamente ridimensionate le sferzate di Luciano nella sua “Storia vera“, dobbiamo anche a questo mondo ed a quest’epoca una fetta consistente della nostra conoscenza del mondo antico nonché i metodi (o almeno un embrione di essi) per studiarne la tradizione testuale.

 

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