Testo di – DANIELE CAPUZZI

Ancora una volta con la Fondazione Milano per la Scala siamo stati ospiti del Piermarini in anteprima. Dopo Carmen e CO2, questa volta è il turno della Tosca di Giacomo Puccini. La prima è il 22 giugno, cui seguiranno sei repliche: 24, 27 e 30 giugno, 3, 6 e 9 luglio.

La coproduzione con Metropolitan Opera House di New York e Bayerische Staatsoper di Monaco è stata curata dal regista svizzero Luc Bondy, ripresa al Teatro alla Scala dalla collega Marie-Louise Bischofberger, che è stata salutata con astio dal pubblico newyorkese, forse anche perché troppo affezionato alla storica versione di Zeffirelli. A noi non è affatto dispiaciuta: è elegante nei momenti intimi, travolgente nella sfera passionale e impulsiva e sanguigna negli attimi iracondi. Non stravolge granché il libretto, anzi lo interpreta con un tocco di innovazione. Il secondo atto in particolare vede il barone Scarpia, capo della polizia, non più nel proprio ufficio a Palazzo Farnese, bensì in una stanza dei piaceri, con divani e pareti rosse: egli consuma la sua cena sdraiato sul triclinio, mentre tre incantevoli ragazze appagano la sua vista. Egli più volte interagisce con loro, almeno fin quando non dovrà sedurre la sua vera preda, Tosca. Con la «dolce signora» la grazia è d’uopo, almeno fin quando il potente si renderà conto che la cantante sta cedendo ai suoi ricatti; da allora iniziano azioni più violente, ma con moderazione. Ad inizio del terzo atto invece il pittore gioca tranquillamente a scacchi con una guardia, in attesa della sua fucilazione, mentre da fuori campo una voce bianca intona una canzone in dialetto romano. In generale tutti i personaggi sono ben studiati, compresi Angelotti e il sagrestano, con l’eccezione di qualche membro del coro che si atteggia stranamente quando irrompe la cantoria all’annuncio della sconfitta di Napoleone a metà del primo atto. Grande cura per il Te Deum che chiude l’atto primo in un’adorazione generale per la Madonna e per la scena finale dell’opera in cui Tosca si getta da Castel Sant’Angelo dopo aver sfidato le guardie.

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Le luci di Michael Bauer colpiscono durante a tortura del pittore Cavaradossi: dalla stanza del terrore divampa una potente luce bianca e fredda. Una volta accoltellato Scarpia tutto si tinge di un lugubre rosso. In chiesa una forte luce illumina la scena degli amanti nel primo atto attraverso una alta finestra sul fondo.

Le scene di Richard Peduzzi sono piuttosto fini ed essenziali. La chiesa di Sant’Andrea del primo atto ha un interno in mattoni, che richiama più l’architettura lombarda piuttosto che romana, un altare laterale, nascosto dalla cappella degli Attavanti, che si affaccia su una moltitudine di sedie in legno. In centro regna il vuoto al quale si accede attraverso i molti ingressi della struttura, sulla destra il palco e gli attrezzi del pittore. È già stata accennata l’asciutta decorazione dell’atto di mezzo che gioca su tonalità calde, in cui stona solo il mobilio moderno. Particolare e affascinante la rappresentazione delle prigioni papaline, ritratte in delle rovine di mattoni di cui rimane solo qualche colonna e la scala attraverso cui vi si accede.

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Nulla se non apprezzamenti per i costumi, eleganti ma non pomposi, di Milena Canonero, recentemente Accademy Award per Grand Budapest Hotel e già tre volte insignita di tale riconoscimento.

A tratti sfuggente, almeno nella prima metà del primo atto, la direzione di Carlo Rizzi, che ha però saputo estrarre un bel colore dall’orchestra, soprattutto nella sezione dei fiati.

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Prima dell’inizio della rappresentazione il sovrintendente del teatro, Alexander Pereira, ci ha pregato di essere clementi con i cantanti a causa del tour de force di prove, benché le prestazioni non siano state deludenti; ci esimeremo quindi dall’esprimere un giudizio sulla voce. Tosca è interpretata dal soprano francese Béatrice Uria Monzon, suo primo ruolo nel più acuto registro femminile. L’amante Cavaradossi è Fabio Sartori, Željko Lučić (il Giorgio Germont del 7 dicembre 2013) è Scarpia. La compagnia di canto è stata molto soddisfacente sotto il profilo della recitazione, gestualità e interpretazione psicologica dei personaggi.

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