Testo di – BIANCA NAVONE

English version here: http://revolart.it/art-is-dead/

Qualche giorno fa, sulla pagina Facebook del National Geographic Channel, fu pubblicata un’immagine in bianco e nero della famosa Barcaccia del Bernini e sopra, in caratteri cubitali, si poteva leggere quanto segue: “ 19/02/2015 ore 16:30 L’ARTE È MORTA”.

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Un’affermazione di tale portata non lascia certo indifferenti, soprattutto se non si è al corrente dell’accaduto: centinaia di hooligans olandesi del Feyenoord hanno invaso piazza di Spagna rovinando, non solo un placido pomeriggio di sole romano, ma soprattutto la fontana ai piedi di Trinità dei Monti opera di Pietro Bernini e del figlio Gian Lorenzo.

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Potrebbe risultare forse superficiale non curarsi per un attimo degli ingenti danni che questo atto vandalico ha prodotto, del senso profondo di questa barbarie non curante, ma proviamo a concentrarci unicamente sull’effetto della parola “morte” applicata all’arte.

La morte è il contrario della vita, è assenza di tutto, per questo la temiamo; ma se a morire fosse l’arte cosa succederebbe? Coerentemente con ciò che accade all’uomo dovremmo rispondere che scomparirebbe tutta l’arte, tutta l’immensa bellezza senza tempo che ci circonda.

Morta. Svanita. Per Sempre.

Allora fingiamo di credere alla scritta del National Geographic Channel e di fare la cosa più naturale che ognuno di noi fa quando perde una persona cara: ricordare.

Ricordiamo chi erano Pietro e Gian Lorenzo Bernini, ricordiamo perché fu costruita la Barcaccia e ricordiamo com’era il grembo della città di Roma che accolse i semi della cultura italica.

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La fontana della Barcaccia fu realizzata a partire dal 1627 da Pietro Bernini, terminata poi nel 1629 dal figlio Gian Lorenzo, su commissione di papa Urbano VIII. L’opera è da collocare in un contesto di riprogettazione degli acquedotti romani, si tratta dunque di una costruzione principalmente funzionale che doveva coprire uno degli sbocchi dell’acquedotto dell’Acqua Vergine che, in quel particolare punto non aveva sufficiente pressione per creare zampilli o cascate.

L’opera riporta come decorazioni la tiara e le api, simbolo araldico della famiglia del pontefice, i Barberini; nel suo complesso è il primo esempio di fontana che fu creata allontanandosi dai canoni della classica vasca, proiettandosi verso la scultura.

La collaborazione con il padre probabilmente diede a Gian Lorenzo la spinta verso quell’immensa fama che lo accolse come uno dei più grandi scultori del suo tempo.

Quando camminiamo per Roma, senza saperlo o forse con dimenticata consapevolezza, incorriamo in palazzi, fontane, piazze e sculture di Gian Lorenzo Bernini in ogni dove, ma nessuno di noi sente su di sé lo sguardo di questo famigerato artista che rivive ogni giorno nelle sue creazioni.

Bernini, per esempio, da Palazzo Montecitorio(1653) osserva i deputati che vanno alla Camera, da Palazzo Barberini(1625-1633) invece, scruta curioso i turisti che visitano la Galleria Nazionale d’Arte Antica, controlla il “via-vai” quotidiano dalla punta dell’Obelisco della Minerva(~ 1650) e sorride lieto nel vedere i bambini giocare in Piazza Navona vicino alla sua Fontana dei Quattro fiumi (1648-1651).

Queste sopra citate sono solo un piccolo numero delle meravigliose opere alle quali l’artista diede forma nell’arco della sua vita; tra le sculture che gli conferirono maggior successo ci sono certamente i quattro gruppi borghesiani: Enea, Anchise e Ascanio (1618-1619), Ratto di Proserpina (1621-1622), David (1623-1624), Apollo e Dafne (1624-1625).

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Quando passeggiamo assorti nella bellezza mistica dell’arte conservate a Galleria Borghese, affascinati dalla precisione policroma dei marmi, se faremo attenzione, percepiremo lo sguardo del Bernini, le sue mani, il suo respiro; si nasconderanno nelle pieghe marmoree della pelle di Dafne, nelle rughe del vecchio Anchise o forse ancora negli occhi impauriti di Dafne.

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L’arte ha tra le sue caratteristiche quella di portare con sé la memoria di chi l’ha creata, proteggere chi le ha dato forma, così come un bambino, una volta diventato uomo, protegge il vecchio padre. Ma a proteggere l’arte chi c’è? Lei, la mamma: Roma. Una madre violata, saccheggiata, maltrattata e talvolta dimenticata; una madre che ha saputo accogliere tutto e tutti, sempre presente e così troppo spesso immagine di una cultura che non le rende onore.

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Il ricordo di questo artista, della sua poesia marmorea e della città eterna forse, per qualche minuto, hanno ridato ossigeno all’arte che stava morendo, forse nel ricordare c’è più vita che nell’agire; non c’è una risposta esatta, quando alla fine l’unico antidoto alla morte è la vita stessa.

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E allora, in silenzio, in quell’angolo di noi nascosto e adibito alla memoria domandiamoci: L’ARTE È MORTA DAVVERO?

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