Testo di – DAVIDE PARLATO

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Pirelli Hangar Bicocca ospita in questi mesi due esposizioni davvero peculiari, come sempre fatte dialogare con ossimorica perizia dalla sapiente regia di Vicente Todolì, curatore delle esposizioni in Hangar.

Laure Prouvost – Grand Dad’s Visitor Center (aperta fino al 9 aprile 2017) e Kishio Suga – Situations (aperta fino al 29 gennaio 2017) sono due personali molto diverse di artisti altrettanto differenti. Prouvost utilizza il videomaking come tecnica prediletta, articolando emotivamente lo spazio espositivo grazie al sapiente uso di suoni, musiche, rumori, colori e proiezioni, coralmente organizzati con un preciso intento di destabilizzazione per sovrastimolazione; al contrario Suga lavora sullo spazio inventando, ridefinendo e speculando su concetti strutturali quali “confine” e “campo”, lavorando con elementi naturali e industriali trovati sul luogo (si parla perciò di installazioni temporanee) e elaborando una atmosfera contemplativa. Le due mostre (in esposizione nell’ordine di presentazione) in questo modo si completano e si contrastano a livello emotivo: il visitatore, spiazzato e inquietato dalle stimolazioni multimodali della Prouvost, troverà la quiete e uno spazio per la meditazione nella personale di Suga, con la possibilità di rinegoziare il significato “a freddo” del precedente rush emotivo.

Gran Dad’s Visitor Center è concepito come uno spazio museale straniante e morboso, a metà fra un’esposizione, una vetrina di cimeli ed un sogno/incubo dalle tinte espressioniste. Le videoinstallazioni dell’artista francese sono collocate lungo un percorso che si snoda attraverso alcuni spazi distinti, che rappresentano una sorta di memoriale spaziale del nonno e della nonna dell’artista, due portavoce in qualche modo della sua cifra estetica. Laure Provoust, appoggiandosi ad uno stile visuale caratterizzato da una forte amatorialità delle riprese, un montaggio serrato e la costante comunicazione con il fruitore (talvolta tramite scritte montate fra le immagini, più spesso tramite la sua stessa voce narrante, leitmotiv delle storie presentate nei video), ci spara in faccia scene grottesche, quotidiane, improbabili, erotiche, ributtanti, divertenti, rilassanti, lungo la scia di quella videoarte che dagli anni 70 lavora in direzione della costante sollecitazione emotiva dello spettatore. Il Visitor Center si caratterizza in questo senso come un museo di reliquie, come uno spazio teatrale, come un laboratorio emotivo, nel quale i più svariati temi sono affrontati con surreale ironia, in particolare seguendo la linea della sperimentazione del mezzo mediatico.

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In GDM, per intenderci, vi troverete dinanzi alla morbosa sessualità di farfalle intente a suggere freneticamente il nettare di lascivi fiori (Into all that is here), a caricature della comunicazione di marketing nell’insistente suggerimento di soluzioni per diventare smodatamente ricchi ma in modo religioso – sovrastimolati da costanti e fastidiosi messaggi subliminali – (How to make money religiously), alla grottesca avventura del nonno dell’artista, che dal suo studio avrebbe raggiunto, nel racconto della Prouvost, l’Africa scavando un tunnel nel fango (Wantee), fino ad un’improbabile quanto gustosamente interessante videoinstallazione rielaborata nella forma di un video karaoke, cui lo spettatore è invitato ad avvicinarsi sulle note di “Sweet Dreams” degli Eurithmics (Karaoke).

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Dallo spazio definito dall’immagine e dal suono, con la personale di Suga si passa ad uno spazio definito dagli elementi strutturali minimi, dalle “cose” (mono), che danno il nome alla scuola cui l’artista aderì negli anni 70, la Mono-Ha (casa delle cose). La speculazione alla base del movimento, che si riverbera nella successiva produzione di Suga, si fonda sulla comprensione dello spazio come definito da rapporti di forze e da interconnessioni fra gli oggetti. Questo concetto di interdipendenza (fortemente orientale) si sostanzia nel concreto in una ricerca di costellazioni oggettuali che rappresentino delle “situazioni” (che danno il nome alla mostra), dei campi creati dall’artista in cui i più svariati materiali dialogano fra loro, coinvolgendo lo spettatore, che nella vasta navata dell’Hangar si ritrova a vagare attraverso dei veri e propri concetti spaziali.

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Quattro lunghi drappi bianchi e neri si intrecciano pendendo dal soffitto e toccando terra, sviluppandosi spiralmente in una treccia che porta con sé già tutto il programma dell’esposizione (Critical section): il concetto di relazione e dipendenza come organizzatori dello spazio fisico, degli oggetti e della loro interrelazione come proprietà definienti il “luogo”. In Parallel strata Suga sperimenta sulle proprietà della materia, erigendo un muro di mattoni di paraffina volto a cingere un ipotetico spazio conchiuso. La cera, fondendosi nei punti di contatto dei mattoni, si mostra nella sua trasformazione fisica, immortalando, col raffreddamento, il processo fisico che struttura l’opera. L’ossimorico accostamento di materiali diversi gioca un ruolo chiave in Law of moltitude, in cui un manto di plastica sovrasta una composizione di plinti di cemento, a loro volta sormontati da grezze pietre di identico colore. L’elemento naturale dialoga qui con quello artificiale, la rude plasticità della roccia con la fluidità del telo trasparente, una paradossale superficie acquea sorretta e cinta con fermezza dall’elemento di terra, che in qualche modo fornisce le coordinate e dirige il flusso, sostanziato nelle pieghe del foglio di plastica. Il Cubo dell’Hangar ospita l’opera che conclude il percorso. In Left-behind situation un unico cavo metallico è teso sinuosamente fra le quattro pareti della sala, fino a creare un piano reticolare che ricorda una tela del ragno. Delle piccole assicelle di legno sono appoggiate sulla struttura a livello delle giunture e degli incroci. L’elemento volumetrico in questa situazione risulta sospeso, sorretto dall’esile ma efficace logica della ragnatela – una nuova configurazione di contrasti.

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Due mostre da non perdere, un dialogo ancora una volta efficace, nonostante (o forse proprio grazie a) il notevole iato culturale e tecnico esistente fra i due artisti.

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