Testo di — FRANCESCA BERNASCHI

 

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Educazione siberiana- Nicolai Lilin

 

Tutti ne parlavano, tutti avevano visto il film di Gabriele Salvatores, in qualsiasi libreria era nella classifica dei romanzi più venduti e all’appello di chi aveva visto o letto “Educazione Siberiana” mancavo solo io.
Io che ne avevo solo sentito parlare, che per me la letteratura russa si regge su tre pilastri ben solidi: Bulgakov, Dostoevskij e Tolstoj.
In una svogliata sera infrasettimanale decisi di rimediare al mio errore: m accomodai sul letto per assistere (sì, lo ammetto, in streaming) alla trasposizione cinematografica del romanzo che ha reso Nicolai Lilin celebre.

Finirono i pop corn e terminò il film.
E mi dispiacque più per essere arrivata alla fine dei primi, che al termine del secondo.

Quella pellicola non mi aveva entusiasmato, mi era parsa banale, troppo romantica per essere tratta da un romanzo così duro, aspro come la rabbia.
Siccome sono una di quelle persone che professa il credo del dare a chiunque, in quasi ogni caso, una seconda possibilità, acquistai la prima parte di quella che è la serie narrante la vita del siberiano Lilin.

Iniziai il libro.
Passavo le giornate di studio sperando che la sera arrivasse il prima possibile per tornare a divorare le pagine di una realtà tanto distante dalla mia.
Le armi, i tatuaggi, gli agguati, il rispetto verso tutti tranne le autorità statali cozzava così tanto con la mia camera tinteggiata di bianco e rosa, calda e confortevole –forse ancora un po’ da bambina, che avrei voluto trovarmi immediatamente catapultata in una rissa, a guardare le spalle ai miei compagni o a passare dall’esterno della prigione, le sigarette a vecchi galeotti.

Mi documentai, feci ricerche e scoprii che Nicolai Lilin, l’autore, era stato aspramente criticato: scrivere il falso, dicono.
Quella comunità di delinquenti non sarebbe mai esistita; le violenze, gli attacchi alle camionette della polizia? Tutta una finzione letteraria.
E sale il dubbio, in effetti, sapendo che il libro non è stato tradotto in russo.

Mi sono divertita a fare un esperimento: consigliare il libro a una delle persone che probabilmente mai, di loro spontanea volontà, lo avrebbero acquistato.
Mia madre.
“Ho finito il libro”  –mi disse un giorno al telefono- “mi è piaciuto! Cruento, però i valori della comunità sono solidi e giusti. Certo, si ammazzano per ogni minima cosa ma alla fine sono profondi, molto belli. Anche se comunque non mi è piaciuta la parte dei tatuaggi” –ovviamente era una di quelle che io avevo amato di più, neanche a dirlo.

Ecco, a dispetto delle critiche sulla veridicità o meno delle vicende narrate, consiglio vivamente a tutti questo libro per i valori che trasmette. Sono convinta che sia terribilmente attuale e che serva rispolverare coscienze e animi sotterrati lì, sotto strati di quotidiana superficialità.

 

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