Testo di – DAVIDE LANDOLFI

 

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C’era da aspettarsi che prima o poi Lea Michele avrebbe tentato la carta del disco pop (come se ce ne fosse stato bisogno) concretizzando i dubbi di molti: riuscirà Lea Michele a s-Rachel Berry-zzarsi? Assolutamente no.

La perfettina Rachel Berry, star di Glee, si cimenta in quello che ha proposto nel corso delle stagioni del telefilm: dimostrare una potenza vocale che puzza del tentativo, fallimentare, di dover dimostrare la propria bravura.

Il risultato è un concentrato di urla che infastidiscono, che danno fiato alla bocca o che, nel peggiore dei casi, imitano, malamente, altre popstar che hanno fatto della loro voce potente un marchio di fabbrica.

Chissà come si saranno sentite Christina Aguilera o Céline Dion nel ricevere questo omaggio non richiesto  e fra i più ridicoli della storia, tanto che si fa veramente fatica a distinguere una You’re Mine da una Shadow Of Love (Céline Dion).

Insomma, Lea Michele l’ha fatta fuori dal vasino e più che incoraggiarla a starsene nel suo non si può fare.

Sempre più intrappolata nel suo personaggio, Louder è il disco di debutto di Rachel Berry e qualcuno chiami la Michele chiedendole che fine abbia fatto perché in questo lavoro non ce n’è proprio traccia.

Cannonball, la prima, è talmente radiofonica e banale al tempo stesso che dovrebbe incoraggiare a lasciar perdere l’intero progetto: eppure con Sia dalla sua la Michele riesce, seppur minimamente, a catturare l’attenzione.

Attenzione smorzata dalla dubstep allure vecchia e ormai inflazionata di On My Way che prepara a tutto il peggio, o quasi che verrà dopo.

Passa tranquillamente inosservata Burn With You alla quale segue l’inattesa Battlefield. La voce, ancora troppo musical e poco pop, appare stranamente dosata, senza tutti quei rococò disseminati lungo tutto l’album, e il piano la rende minimal e magica. Struggente, sentita, Battlefield è il punto più alto del disco, ma purtroppo l’unico.

Thousand Needles è la classica ballad pop da cantare con una mano sul cuore gli occhi da cerbiatta e il mascara colato. Tanta coreografia e poca sostanza.

Ma se le ballad non convincono, le up-tempo sono totalmente inadatte. Totalmente inadatta la voce della Michele in canzoni come Louder: forzata, troppo, annoia.

A caso Cue The Rain: non se ne capisce il senso e spinge sulla voce innervosendo l’ascoltatore così come Don’t Let Go, mid-tempo che strizza l’occhio all’EDM con scarsissimi risultati.

E quando tutto sembra andare a scatafascio ecco un altro tentativo di ripresa con Empty Handed scritta da Christina Perri. Non si è ai livelli di Battlefield, ma è stata una decisione più che saggia lasciare un bocconcino squisito verso la fine di un disco che si chiude definitivamente con il binomio Lea Michele-Sia Furler (If You Say So) che appare l’ennesimo tentativo di Célin Dion-izzare una voce che fa fatica a trovare un proprio carisma, una propria strada.

Analizzando la posizione di Lea Michele forse ci si rende conto che avrebbe potuto debuttare con qualunque tipo di soluzione: grazie al suo personaggio è riuscita a crearsi un fanbase forte pronto ad adularla e a venerarla come una vera e propria star del pop.

La realtà, però, è ben diversa.

Il disco non decolla, annoia, rimane in un limbo tedioso capace di irritare e, quel che è peggio, le urla ostentate non lasciano tregua. E’ un’angoscia, uno strazio continuo e i tentativi pop sono ridicoli o totalmente fuori luogo.

Non è chiaro quale fosse l’intento, quel che è certo è che Louder non è pop, è il solito musical cantato nei corridoi di una scuola da una Rachel Barry qualunque.

Voto: 0

5 Risposte

  1. B.s.

    Forse non sarà il disco dell’anno, ma quella ragazza ha una voce meravigliosa e una forza d’animo incredibile, credo sia alquanto offensivo poi definire la sua bravura “un musical cantato nei corridoi di una scuola”, come se il musical fosse al di sotto del pop.

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  2. Davide Landolfi

    Ti ringrazio per aver letto la mia recensione e Revolart.
    Purtroppo si fa fatica a distinguere Rachel da Lea e il risultato è dozzinale. Senza contare che è un lavoro da reginetta della scuola, quella che ha buoni voti e che sa fare tutto e bene: la classica studentessa modello che incarna lo stereotipo americano.È Lea Michele? Rachel Barry? Chiunque altra?
    Non era una offesa, ma quello che si percepisce ascoltando Louder.

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  3. meglee

    Senti se non ti piace l ‘album meraviglioso di lea (che si distingue bebissimo da Rachel Berry) allora perchè devi stare a precisare tutto quello che non ti piace? Non ti pare che abbia gia abbastanza problemi?!? E ha una voce splendida, poi vorrei aggiungere che dopo quello che è successo quest ‘estate lei ha comunque : girato glee, pubblicato il libro e finito l ‘ album. Un grandioso album con canzoni stupende cantate da una persona stupenda.

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    • Davide Landolfi

      Molte attrici si danno alla musica, ma riescono sempre a scindere le due professioni. Lea non ci è riuscita: il lavoro è debole, per non dire inutile. A me non interessa cosa ha passato, dal momento che recensisco un disco ascolto il materiale trasformando la musica in parole cercando di dare un giudizio oggettivo e competente. Altrimenti non scriverei recensioni! Il punto è che se con produzioni eccellenti non riesci a produrre qualcosa di buono, forse era meglio continuare a fare Rachel Berry. E in Louder a cantare è Rachel, non Lea. Senza contare che si tratta proprio di un disco imbarazzante e brutto, senza senso.

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  4. meglee

    Il fatto che non ti interessa cosa ha passato vuol dire che non ci hai capito niente dell’album e di lei . comunque la pensiamo in modo diverso …. pazienza.

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