Testo e foto di – VIRGINIA STAGNI

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Pittrice all’opera per le vie di Lecce

Benvenuti nella città dai mille volti barocchi, perla architettonica del Salento, soprannominata la “Firenze del Sud”. I gioielli artistici e gastronomici che potrete apprezzare con i vostri sensi rendono Lecce una meta unica per gli amanti dell’arte e del buon cibo.

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Particolare – telamoni (Palazzo in Piazza Falconieri)

Il Barocco leccese che si può ammirare è uno stile che nasce tra il XVII e XVIII secolo, quando i vescovi della città vollero renderla sempre più simile alla Roma dei Papi. La materia prima degli edifici è però differente: la pietra leccese. Essa è un genere di tufo poroso che, una volta modellato, assume il tipico colore dorato che trionfa in maniera splendida con la luce del tramonto: le sfumature che gli edifici assumono sono uniche e rendono Lecce in ogni suo angolo, vialetto, balcone, porta, finestra, meravigliosa e magica.

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Giovane scultore per le vie della città che lavora la pietra leccese

Non esitate ad entrare in qualsiasi palazzo (in modo particolare visitate i cortili!) che troverete aperto: spesso, infatti, gli antichi palazzi leccesi non permettono l’ingresso al pubblico; se siete così fortunati da trovare spalancato qualche portone, non abbiate paura a scoprire le meravigliose corti. Vi consiglio Palazzo Palombi, Palazzo Andretta e Palazzo Casotti. Per alcune residenze è possibile prenotare una visita guidata. Alcune di queste nobili architetture hanno aperto le loro camere a soluzioni turistiche di residence o bed&breakfast. Lussuose, sontuose ed affascinanti le sistemazioni possibili nel cuore di Lecce che, ovviamente, costano di conseguenza.

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Incontri per Lecce. Abbiamo preso da lui ispirazione per il giro in risciò

Il percorso di visita che potete seguire inizia da Porta Rudiae. Un modo alternativo per visitare la città è prendere a noleggio un risciò (come abbiamo fatto noi di Revolart): unire divertimento e cultura e, perché no, un po’ di ginnastica per smaltire tutto quello che avete mangiato o mangerete in questa città golosissima.

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Iniziamo da Porta Rudiae: così chiamata perché da qui cominciava la via alla volta della città di Rudiae, la porta, ricostruita nel 1703, è protetta, in cima, da Sant’Oronzo, il patrono di Lecce. Porta Rudiae è uno dei tre nobili ingressi della capitale salentina: gli altri due sono Porta Napoli – conosciuta anche come Arco di Trionfo- e Porta San Biagio.

Da Porta Rudiae immergetevi nel centro storico, percorrendo Via Libertini.

Sulla destra troverete l’Accademia di Belle Arti di Lecce (ex Monastero dei Domenicani) e, proseguendo, troverete il primo esempio di quel Barocco meraviglioso che incontreremo in questa visita. La Basilica di San Giovanni Battista al Rosario risale al 1691; la facciata si presenta arricchita da una sfarzosa balaustra con statue (quella al centro rappresenta la Vergine) e trofei di fiori.

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Vi impressionerà l’imponenza della chiesa che, ergendosi su di una via comunque stretta, sembra sovrastare il visitatore. All’interno troverete tutti gli stemmi delle famiglie che hanno finanziato la realizzazione della Basilica; inoltre osservate l’interessante pulpito cesellato con la rappresentazione dell’Apocalisse, l’unico interamente in pietra leccese di tutta la città. Contate gli altari esuberantemente decorati: vi accorgerete che sono ben tredici e, considerati i tempi di realizzazione di ognuno e il conseguente valore, potrete immaginare la spesa inestimabile per i committenti. Ma per la notorietà del proprio casato, in nome della propria nobiltà d’animo ma anche di tasche…questo e altro!

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Di fronte alla Basilica troverete invece l’Ospedale dello Spirito Santo, struttura spagnola cinquecentesca essenziale e pulita, quasi severa: infatti fu progettato dall’ architetto militare Gian Giacomo D’Acaya, colui che progettò anche il Castello di Lecce e le mura cittadine.

 

Proseguiamo e incontriamo la Chiesa e l’ex Conservatorio di Sant’Anna.

Il Conservatorio è un altro esempio di architettura voluta dai ricchi nobili della città. L’Istituto si stabilì nel Palazzo della famiglia Verardi, progettato da Bernardino Verardi stesso. L’interesse principale del Conservatorio era ospitare donne nobili leccesi (vedove, vergini o donne mal maritate) che avevano intenzione di ritirarsi a vita privata, nell’esercizio della propria vita spirituale e contemplativa mantenendo però la laicità delle loro azioni. L’intera struttura venne modificata a metà del Settecento. Oggi all’interno del Conservatorio si trovano mostre d’arte e nel cortile interno è meraviglioso il Ficus Magnolioides Borzì, una pianta della famiglia della Moraceae, di origine australiana (per la precisione dal Queensland), di 15 metri di altezza.

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radici

La Chiesa di Sant’Anna è semplice e lineare e le forme ricordano quelle della Cattedrale di Lecce: per questo è stata attribuita al medesimo artista, Giuseppe Zimbalo detto lo “Zingarello”. In corrispondenza del portale centrale è interessante l’oculo ellittico simbolo della divinità, affiancato da due propaggini di paraste che sostengono sul tetto due vai e due calici. Elegante la scansione formale dell’intera struttura.

Proseguiamo e incontriamo la Chiesa di Santa Teresa dalle raffinate colonne corinzie ed ondeggianti festoni. Sede dell’ordine dei Carmelitani Scalzi, poi soppresso nel 1807, divenne poi Caserma dell’Arma dei Carabinieri e, oggi, una scuola.

 

Con il caldo non si può rinunciare all’assaggio di un dolce tipico: lo spumone. Un curioso cilindro di gelato alla nocciola in cui si nasconde un cuore di pan di spagna inumidito con della Strega. Alla base gelato al cioccolato spesso unito con croccantino e frutta candita. Gnam gnam!

Rasserenati dai valori glicemici in aumento, troveremo sulla nostra destra la celeberrima piazza del Duomo.

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Il Duomo di Lecce, il più famoso luogo di culto leccese. Dedicato a Maria Santissima Assunta, la versione odierna è quella risalente al 1659, quando l’architetto leccese Giuseppe Zimbalo, su commissione del Vescovo Luigi Pappacoda, iniziò la ricostruzione dell’edificio duecentesco.

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Sfarzoso il portale, costellato da infiniti rigoli barocchi, decorato da due nicchie laterali con i santi Giusto e Fortunato e una nicchia centrale con la grandiosa statua di S. Oronzo.

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Particolari della facciata

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L’edificio, a croce latina, è arricchito da ben dodici altari e sovrastato da un soffitto in legno intagliato e dorato.

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Addentratevi sotto il presbiterio, nella cripta d’epoca normanna del XII secolo, rivista poi architettonicamente nel XVI.

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Una delle vetrate del duomo

 

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Particolari interni

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Bellissimo l’attiguo campanile, alto 68 metri, illuminato dai raggi del tramonto.  Esso presenta una pianta quadrata e si sviluppa su cinque piani. L’ultimo vede una splendida cupola ottagonale con quattro pinnacoli a forma di vasi con fiori, dalla gradevole eleganza espressiva. Il medesimo motivo lo troviamo nei quattro obelischi angolari dei piani inferiori.

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La prospettiva che vi offrirà questa piazza è sensazionale: il momento più magico è certamente quello del tramonto.

Il Museo Diocesano, sulla destra, si inserisce perfettamente nel contesto architettonico: ogni particolare è curato e perfettamente delineato in questo profilo barocco che rimarrà impresso nella mente del visitatore in quanto splendido esempio di ars e tecnica (nel senso greco del termine, tèchne) umana.

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Continuando per la via principale incontreremo numerosi bar e panetterie tipiche: in una di queste vi consiglio di assaggiare il Rustico Leccese.

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Ideale come spuntino, tappa obbligata nel nostro percorso di degustazione, il rustico è riconosciuto come Prodotto Agroalimentare Tradizionale. Due dischi di pasta sfoglia e un’anima di mozzarella cremosa, besciamella, pepe e pomodoro sono gli ingredienti principale. La ricetta tradizionale mi viene illustrata dal titolare di una bottega della Via: la besciamella è il primo ingrediente preparato; viene poi mescolata con la mozzarella per ottenere un composto molto denso e consistente (questo nocciolo di latticini è la parte che stupisce di più l’assaggiatore); pomodorini freschi e un pizzico di pepe guarniscono l’interno della sfoglia che, appena sfornata, verrà servita pronta da addentare. Speciale.

Con il nostro rustico possiamo proseguire e notare, sulla nostra sinistra, la meravigliosa chiesa di Sant’Irene.

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Ci troveremo così in via Vittorio Emanuele II.

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Incontri speciali: sposi a Sant’Irene

 

Risalente al XVI secolo, è stata eretta in onore della Santa di Tessalonica (compatrono di Lecce prima del 1656), e per questo viene detta dei Teatini. Fu disegnata dal teatino Francesco Grimaldi, il quale si ispirò a un suo precedente lavoro, la chiesa di San Andrea della Valla a Roma. La facciata a due ordini si presenta scandita da paraste sovrapposte e colonne intervallate in basso da nicchie e cartigli e in alto, invece, da finestroni. Il portale è sormontato dalla statua di Sant’Irene e sopra il cornicione troviamo lo stemma civico della lupa con il leccio coronato.

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Entrando nel monumento cercate la Tela “il Trasporto dell’Arca” del Tiso, interessante. Nel transetto destro, inoltre, troverete un altare dedicato al manzoniano Carlo Borromeo, raffigurato nella tela qui esposta.

Particolarità: il campanile della chiesa venne utilizzato come stazione del telegrafo ad asta. Inoltre nel 1860 la chiesa fu sede del plebiscito per l’unità nazionale.

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Chiacchiere in quel del sagrato

Continuando su Via Vittorio Emanuele II e esplorando le vie contigue noteremo piccole botteghe di artigianato. In molte di esse vengono vendute statue realizzate interamente in cartapesta, tipiche della zona.

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statua di cartapesta – particolare   

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Stiamo per giungere nel forum principale di Lecce: Piazza Sant’Oronzo. La statua del santo si erge su di 29 metri di pietra in tutta la sua vigorosa modellazione plastica bronzea. Eloquente appare la mano destra di Oronzo, benedicente, con cui sembra proteggere la città, città che proprio il santo salvò. La statua, la cui seconda versione –quella ora presente- fu plasmata a Venezia, venne qui posta nel seicento proprio in segno di ringraziamento verso Oronzo, fautore dell’estinguersi della peste che aveva invaso la città.

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La statua si erge accanto all’Anfiteatro Romano (II sec d.C.) che, insieme al Teatro, posto a pochi minuti di distanza, rappresenta la più significante testimonianza della presenza romana nella “Apulia”.

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Fu riportato alla luce solo dopo la Seconda Guerra Mondiale poiché numerosi terremoti avevano sepolto e fatto dimenticare questa architettura ad arcate retta da pilastri di tufo in cui si svolgevano spettacoli da più di 25mila spettatori, che tanto infoiavano le folle ormai romanizzate.

Nella piazza troverete un mosaico che compone lo stemma della città: non calpestatelo o la sfortuna vi prenderà di mira! Lo stemma di Lecce vede, al centro, una lupa ai piedi di un albero rigoglioso. Quest’ultimo si riferisce ai fertili boschi di leccio che contraddistinguevano la città e i dintorni; la lupa, invece, rimanda all’antenata di Lecce, Lupiae, così chiamata dai Romani conquistatori che qui lasciarono un segno profondo nella cultura popolare oltre che artistica.

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Per gli amanti dei giardini la Villa Comunale, nei pressi di Piazza Sant’Oronzo, è una piacevole sosta obbligata. E nel frattempo, perché no, diamo un morso al tipico “pizzo”: pane leccese composto di olive (rigorosamente con nocciolo quindi pay attention to incisivi che se no li lasciate a Lecce), pomodoro, un pizzico di peperoncino e cipolla (l’alito sarà quel che sarà ma ne vale la pena… siete però pregati di evitare abbordaggi di qualsiasi tipo in questo stato).

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Via Templari – antiquario e vintage

Percorriamo ora via Templari (se siete appassionati di antiquariato o vintage date un’occhiata al grande open space all’inizio della via, sulla destra) e giungiamo nel luogo dove forse meglio si esprime lo splendore del barocco leccese: la Basilica di Santa Croce. Ciò che possiamo vedere è la struttura risalente al 1548. In realtà la storia di questa Basilica comincia nel Trecento. Gualtieri IV di Brienne, conte di Lecce e duca di Atene, introdusse l’ordine dei Celestini, così denominato dal fondatore Papa Celestino V. Per sancire l’”inaugurazione” dell’ordine il conte decise di adibire un’area nei pressi del Castello leccese a luogo di culto, comprendendo la già presente Chiesa di Santa Croce.

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L’intera area fu però demolita da Carlo V che ritenne la struttura ingombrante rispetto al progetto rigoroso e strategico di riorganizzazione topografica di Lecce ai fini di rendere la città maggiormente difendibile dagli attacchi sempre più frequenti nel viceregno spagnolo. Fu dunque necessario un ampliamento della struttura del Castello ma, al contempo, non si poteva ignorare il notevole incremento demografico che vedeva la nascita di monasteri e conventi (tutti questi nuovi nati in nome della fede avevano una evidente talento nella carriera monastica…): venne dunque concesso dagli spagnoli ai celestini un tratto della nuova cinta bastionata, adatto all’intera ricostruzione della basilica e anche di un convento; fu inoltre loro donata una notevole somma di denaro per far fronte alle spese (ma perché non ci sono questi finanziamenti così cospicui anche oggi?).

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La nuova chiesa, ad opera di Beli Licciardo o Riccardi, fu intitolata a Santa Croce in modo da ricordare il precedente edificio trecentesco e il valoro evocativo del simbolo del crocefisso: il malefico e maledetto paganesimo sconfitto dal cristianesimo e dai suoi valori.

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Questa opera architettonica è un perfetto compromesso tra l’arte rinascimentale (con ancora residui medievali romanici e tardo-gotici) e la nascente arte barocca spagnola. I lavori per realizzare tale meraviglia furono onerosi oltre che richiesero decenni di applicazione di ben tre diversi architetti e le loro rispettive equipe (infatti solo nel 1695 la struttura venne ultimata).

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Amata e ammirata da tutti i leccesi (non sono poche le ragazze che sognano qui di  celebrare il loro matrimonio), la basilica fu dichiarata monumento nazionale nel 1906 e durante la Seconda Guerra Mondiale la devozione dei salentini portò alla costruzione di una cortina di mattoni a mo’ di contrafforte per difendere l’edificio da qualsiasi genere di deturpazione.

E per fortuna che si ha avuta tanta premura nei confronti di una tale dimostrazione di talento artistico: il fastoso ed imponente prospetto si supera nel rosone, splendido, contraddistinto dai suoi infiniti rigoli barocchi. I particolari sono quelli che fanno la differenza: notate l’eleganza della modellazione del marmo per ogni singolo ornamento, in modo particolare i bellissimi motivi floreali del rosone. Vi invito ad osservare le piccole sculture che differenziano i capitelli e falsi capitelli.

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Curati nel minimo dettaglio, all’interno, i capitelli corinzi o pseudo tali che definiscono le dodici snelle colonne che scandiscono il templum (il dodici è un evidente riferimento agli apostoli, ritratti nella parte interna dei capitelli stessi).

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Il riferimento agli apostoli si palesa anche nella facciata: sono dodici infatti le sculture zoomorfe scolpite sul cornicione. Il soffitto, a cassettoni lignei rispetta, come l’intera struttura, i canoni dettati dal Concilio di Trento.

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Di fianco alla Basilica sorge quello che, ad oggi, è adibito a Palazzo della Provincia e sede della Prefettura ma, in origine, era proprietà dei Celestini. Bellissimo il prospetto barocco esterno come la corte che accoglie il visitatore appena varca l’ingresso.

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Dopo questa degustazione sublime per i nostri occhi, concediamocene una per il nostro stomaco!

Una cena tipica è sicuramente quello che ci vuole e se invece volete farvi qualche chilometro…beh…è arrivato il momento di andare a Galatina (di cui parlerò però nella prossima puntata). Ma vi concedo un’anticipazione culinaria.

Il Pasticciotto dell’Ascalone (Galatina)

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La meraviglia. Se siete alla ricerca di un piacere estremo non potete rinunciare a questo dolciume tipicamente leccese che si sublima nella provincia di Galatina, da Andrea Ascalone. Più volte intervistato da diversi programmi televisivi, questo mago della pasticceria conosce una ricetta segreta per il pasticciotto più buono che abbia mai gustato. Ne ho testati diversi prima di giungere a questa conclusione: come il pasticciotto dell’ Ascalone non esiste nulla al mondo.
La differenza con tutti gli altri? La crema, caldissima, fuoriesce dall’impasto di frolla con una tale fluidità e compostezza mai trovati negli altri pasticciotti. Non é eccessivamente dolce e questo permette alla crema di non sovrapporsi al gusto della frolla dorata, friabile e sostanziosa. È vietato mangiare un pasticciotto con le posate perché “dopo non sa più di niente”. Le dita devono essere incluse nella degustazione. Addentando uno dei lati dell’invitante fagottino, la crema uscirà con una tale delicatezza da coinvolgere il palato in un’esperienza sublime che vede la calda pasta frolla spezzarsi per farsi arricchire e circondare da una goliardica crema irriverente per la sua irresistibilità.

Un consiglio: la degustazione deve essere vergine. Non aggiungete alcun tipo di bevanda prima o durante l’assaggio perché il sapore potrebbe non essere più così illibato. Ottima conclusione post delicatezza del pasticciotto rimane un caffè amaro caldo.

La ricetta è in parte riproducibile anche da noi pagani seguendo le istruzioni su internet o derivati, ma non sapremo mai quale sia il segreto del forno Ascalone quindi il risultato non sarà mai lo stesso.
Non vi resta dunque che prendere la vostra macchina e raggiungere il centro di Galatina, o, al massimo, chiedere a qualche amico pugliese di farvi un passaggio e portarveli nella vostra città ma non sarà mai una degustazione mistica come quella di un pasticciotto dorato appena sfornato.

Ps. Possibili variazioni del pasticciotto tradizionale sono: pasticciotto con crema e pinoli o crema e amarena o crema al limone o, per gli amanti, alla nutella.

 

Concluderei questo reportage con il viso sorridente di questi due cari signori che ci hanno offerto, oltre che una buonissima compagnia, anche perle sulla storia di Lecce ed il suo passato, le sue tradizioni e la sua unicità.

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Alla prossima puntata!

 

 

 

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