Rubrica di – POOR YORICK

Fantasma (2)

Goodbye, Dragon Inn è un requiem che Ming-liang tesse al cinema. L’ambientazione è un cinema di provincia frequentato da quelli che verranno presto riconosciuti dallo spettatore come fantasmi, segno che solo i morti ormai frequentano i cinema. Un’elegia-elogio che trova il proprio picco nel piano-sequenza del cinema vuoto, filmato con una macchina fissa che abolisce la videità per far posto alla staticità funerea della fotografia.

Dopo Los muertos, Alonso recluta nuovamente Vargas, attore non professionista, per girare un film che dia termine e faccia da chiosa alla trilogia concettuale iniziata con La libertad. Ne esce Fantasma, una pellicola minimalista che nasce come risposta al Goodbye, Dragon Inn di Ming-liang e in cui si vede l’attore Vargas recarsi al cinema per assistere a una proiezione di Los muertos.

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Se Goodbye, Dragon Inn di Tsai Ming-liang rappresenta o, almeno, mette in scena la morte del cinema, Fantasma di Lisandro Alonso mostra la sua resurrezione, ma cosa risorge?

Ebbene, risorge un fantasma.

Cosa sia trascorso in questi tre anni importa relativamente e forse ancor più relativo è l’interesse da riporre nei confronti del processo di transustanziazione che ha smaterializzato il cinema, mentre più intrigante credo sia considerare l’elemento ectoplasmatico che permea la pellicola di Alonso sfondando la metacinematografia che fondamentalmente la regge; il minimalismo di fondo, infatti, è soltanto un veicolo e per di più non originale, specie se si guarda alla precedente produzione dell’Argentino, che con quel capolavoro di Los muertos, ma già prima con La libertad, aveva slabbrato quasi completamente il profilmico, rendendo così inefficace una lettura puramente (leggasi: semplicisticamente) tramistica della pellicola per fare della sua scelta estetica un atto politico prima ancora che cinematografico, ed è sostanzialmente quest’atto che fa risorgere il cinema o, meglio, quel particolare tipo cinema che ha visto in Ming-liang uno dei suoi più importanti rappresentanti.

Goodbye Dragon inn (3)

Non si tratta di rimuovere la trama dal film, si tratta invece di fare del film una realtà altra, parallela alla ma non proiettata dalla nostra, operazione che invece è di modo nell’industria hollywoodiana, la quale sforna film-fotocopie da tempo immemore e la cui precarietà esistenziale è stata ormai notata anche dai più ottusi (Scorsese).

Il cinema smette di essere finzione della realtà, realtà rarefatta da schemi concettuali predeterminati che stereotipano questa realtà (si ricordi, a questo proposito, quanto aveva da dire Béla Tarr: «Questa è la logica dei film americani. Questa è la logica dei film che ti preparano, che ti dicono come vedere l’azione, e puoi giudicare le persone dall’azione – e mettono insieme, tagliano, solo le azioni, prestano ascolto solo alle storie, non ascoltano mai quello che c’è dietro alle storie. Fanno come nei fumetti. Puoi andare solo linearmente, e non in profondità, per cogliere il senso»), per divenire creazione della realtà, una realtà che sullo schermo è eminentemente fantasmatica nell’accezione etimologica di questa parola. Una realtà-altra, insomma, che come questa realtà ha spazi indeterminati (si vedano, ad esempio, le carrellate sui landscapes ungheresi dello stesso Tarr oppure, in egual misura, la macchina fissa di Staho in Dag och natt, che dà la percezione di uno spazio differente da quello inquadrato) e tempi continui (dal che l’uso preponderante del piano-sequenza, come nei film di Reygadas o Dumont, e le durate ancestrali di alcune pellicole di Lav Diaz) e che si presenta non tanto nell’artificialità che la predispone ad uso e consumo dello spettatore quanto piuttosto in una libertà più concreta che metafisica, alla quale lo spettatore può accedere e perdersi.

Il cinema assume quindi uno statuto ontologico che lo svincola dalla realtà e lo fa vivere di se stesso, è vita e lo è nel momento in cui l’estetica di certi autori lo libera. Del resto, ogni giorno puoi perdere un treno e ritrovarti in stazione anche per delle ore con nulla da fare se non aspettare.

Sei morto o stai forse morendo?

Affatto, sei vivo e stai vivendo – e il cinema deve cogliere questa vita, deve cogliere la vita sia nel suo lato d’azione che in quello di contemplazione, non come le pellicole da multiplex che inventano montaggi sempre più forsennati per mostrare solamente l’azione bensì come fa il cosiddetto cinema contemplativo, dove i ritmi sono diversi e non esiste solo il buono e il cattivo, ma le sfumature di un individuo impossibile da incasellare o ingabbiare in facili quanto ridicole etichettature etiche.

E questo fa Fantasma, che, a differenza del film di Ming-liang, nel cui cinema in proiezione v’era un jidaigeki, inquadra un cinema dove viene proiettato un film contemplativo, Los muertos per l’appunto, quel genere di film cioè che, a differenza del cinema narrativo classico (il jidaigeki per Ming-liang, il film d’azione per Hollywood etc.), non agonizza.

 Goodbye Dragon inn (1)

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