Testo di – GIULIA BERTA

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La zona centrale di Madrid è una ballerina di flamenco. Ti avvolge con i suoi affascinanti palazzi, ti trascina nella sua danza di bellezze casuali e mediterranee glorie. Dal Palazzo Reale al museo Reina Sofia, passando per Plaza Mayor, la Gran Via, il Palazzo Cibeles, il Thyssen-Boemisza, l’incredibile museo del Prado: quaranta minuti scarsi a piedi di pura bellezza, un’orgia di rombante meraviglia che esplode in ogni angolo. La zona centrale di Madrid è così, non devi nemmeno impegnarti per trovare l’arte, è lei che ti corteggia e ti assale, nutre al seno i tuoi occhi di immagini indimenticabili fino a renderti sazio e incredulo. Ma se ti allontani solo un po’ dalla zona centrale, dai bar di tapas con i tavolini fuori e dai negozi moderni racchiusi in palazzi antichi, se ti allontani giusto qualche fermata di metro dagli enormi musei gonfi di Madonne austere e gloriosi regnanti spagnoli, Madrid non avrà ancora finito di stupirti.

Madrid

Sarà vicino ad un centro commerciale, dietro alle rotaie dei treni imbrattati da scritte di dubbio gusto, sarà all’incrocio tra due ampi stradoni a scorrimento veloce che troverai l’Eremo di Sant’Antonio de la Florida. E da fuori non scatterà il colpo di fulmine, perché l’Eremo di Sant’Antonio de la Florida non ha all’apparenza nulla in più rispetto ad una qualsiasi piccola chiesetta di paese, non ha ampie vetrate, marmi maestosi, rifiniture dorate. L’Eremo di Sant’Antonio de la Florida praticamente scompare rispetto alla magnificente Cattedrale de l’Almudena, l’enorme signora di pietra che si erge di fronte al Palazzo Reale e che ancora si vede all’orizzonte dal cortile dell’Eremo. Ma fidati, vinci lo scetticismo ed entra, ma entra piano, in punta di piedi. Entra con rispetto, perché ti troverai davanti Francisco Goya.

E non è un modo di dire: è nell’Eremo di Sant’Antonio de la Florida che il pittore aragonese riposa, protetto da una lastra di pietra, lontano dal clamore e dai fasti da cui son circondati i suoi dipinti, conservati e glorificati poco più in là al museo del Prado. La celebrazione che la Spagna tributa ad uno dei suoi più famosi artisti con statue e sale intere a lui dedicate nel più grande museo nazionale non sembra toccare il suo mausoleo, silenzioso e poco pubblicizzato, dall’atmosfera ben diversa da quella del centro di Madrid.

 

Nonostante questa apparente contraddizione, è l’Eremo di Sant’Antonio de la Florida il posto giusto dove Goya può essere, non circondato dagli sguardi indiscreti di persone estranee ma da quelli eterni dei suoi personaggi dipinti sul soffitto sopra di lui. Sì, perché l’Eremo di Sant’Antonio de la Florida ospita al suo interno un ciclo di affreschi dedicati alla vita dell’omonimo santo e dipinti da Goya stesso, completamente ignaro del fatto che, un giorno, quei muri su cui stava lavorando sarebbero diventati la sua casa. E il risultato è sorprendente: già sapevi che, visitando Madrid, avresti visto il Goya abilissimo ritrattista di corte e il tormentato e allucinato Goya sordo delle Pitture Nere di cui si era circondato negli ultimi anni, già sapevi che avresti trovato la luminosa e ineccepibile tecnica de La Famiglia di Carlo V, l’allucinata disperazione di Saturno che divora i suoi figli e la spontanea sensualità delle due Maye concentrate in un paio di sale, ma non sapevi che avresti visto anche un altro lato, quasi sconosciuto, di Goya: quello di affrescatore e di pittore di scene sacre.

E le scene stesse sono sacre, sì, ma non sono quelle a cui sei abituato, tripudi di oro e visi angelici: sebbene non si fossero ancora manifestati in Goya quei sentimenti di sconforto, isolamento e disperazione che animano le pitture nere, l’interesse del pittore per la povera gente e le scene vere del popolo è già presente ed evidente. Alle figure angeliche che accompagnano Sant’Antonio, rappresentato mentre resuscita un morto, si accompagnano così semplici popolani secondo i testi sulla vita del santo di Lisbona, in realtà dipinti da Goya come gente di Madrid, dai tratti vari e realistici, tra esagerazioni caricaturali e espressioni stupite e incredule: e qua e là, non troppo evidenti, inizi già a vedere qualche cupo volto incappucciato, qualche occhio scuro e pesto, qualche corpo che ricorda più uno scheletro che un qualcosa di vivo. Ma tutto si unisce e si divide nel colore pieno, puro, steso a pennellate forsennate su tutta la cupola, un colore che già anticipa quelle innovazioni portate dall’ultimo celebre ciclo di opere del pittore spagnolo.

La cupola dell’Eremo fu una delle ultime opere che Goya realizzò prima di isolarsi nella sua Quinta del Sordo e ad essa si dedicò anima e corpo, spasmodicamente, tanto che ci mise solo sei mesi a completarla. Ormai era già famosissimo e non ricercava più ulteriore fama, complice anche la sordità che si era già insinuata nella sua vita: ormai voleva solo dipingere, cosa voleva, come voleva. E così fece, stravolgendo i canoni della decorazione sacra: non c’è da nessuna parte l’apparizione del divino, come invece è abitudine negli affreschi delle chiese, e anzi lo spazio riservato tradizionalmente ad esso – la cupola – è riempito dal sopracitato episodio della vita di Sant’Antonio da Padova, circondato da gente comune, la stessa gente che potevi trovare in giro per Madrid a fine Settecento, la stessa gente che Goya tanto amava e che tanto dolore gli causò quando lo emarginò. Quello che c’è sui soffitti dell’Eremo di Sant’Antonio de la Florida non è la pittura sacra, ma Goya che esegue la pittura sacra, senza piegarsi alla tradizione ma adattando il tema alla sua sensibilità, ai suoi volti abbozzati, alle sue espressioni istintive, alla sua abilità di rendere con poche pennellate la disperazione più nera o l’apoteosi più alta.

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Ma adesso che ti sei seduto sulle panchine e hai ammirato quella gloria di oro e luce, adesso che hai ammirato questa bellezza seminascosta, la cui gratificazione è ancora maggiore perché non te la sei trovata in mezzo ai piedi per caso ma te la sei dovuto andare a cercare, non abusare del tempo che ti viene concesso; allontanati e lascia Goya riposare da solo, lontano dai cesellati visi dei regnanti e dai suoi personali demoni nascosti nelle sue bellissime e tormentate tele nere, vicino alla sua gente dipinta e alle luci dell’oro, ultimo rifugio di una serenità a lungo cercata e poi definitivamente perduta.

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