Testo di – CAMILLA ABBRUZZESE

 Made with Repix (http://repix.it)

È curioso come una fotografia in bianco e nero, dai contorni sbiaditi e consumata dal tempo, possa parlare così forte e iniziare a raccontare la storia di uomini e donne realmente vissuti.

 Lewis Hine è il fotografo statunitense grazie al quale l’America può oggi rivivere il proprio passato di inizio Novecento, un periodo di grandissime trasformazioni industriali e socio-economiche, costati sacrifici alle classi più basse nella gerarchia sociale e spesso celate dagli obiettivi di governatori e capitalisti.

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La mostra delle sue fotografie, al Centro Culturale di Milano (Via Zebedia, 2), è parte del progetto del Comune intitolato “Autunno Americano”, patrocinato dal Consolato Generale degli Stati Uniti (per saperne di più e per le altre mostre organizzate dal progetto: http://revolart.it/tag/autunno-americano/ ;  http://revolart.it/2013-year-of-italian-culture-in-the-united-states-america-discovers-italy/ ).

Se Lewis Hine è definito un “poeta della fotografia” lo deve alla sua capacità di riuscire a far comunicare i disturbi di un’epoca nella maniera più eloquente possibile, per servire il valore della giustizia sociale, a cui era particolarmente legato, e offrirlo come mezzo per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Nato a Oshkosh, nel Wisconsin, a soli diciott’anni rimase orfano di padre e, dopo aver lavorato in alcune industrie, si trasferì a Chicago e poi a ne “la Grande Mela”, in quel momento sovraffollatissima di disoccupati proveniente dalle campagne, alla ricerca estenuante di almeno un lavoro in fabbrica. Egli divenne insegnante presso la Ethical Culture School di New York, dove si avvicinò alla fotografia. Iniziò a fotografare i bambini che giocavano nel cortile della scuola e lo sorprendeva positivamente il fatto che essi fossero meravigliati dall’utilizzo di quell’oggetto, apparentemente privo di senso.

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La sua prima vera inchiesta fu incentrata sul problema dell’immigrazione: la New York del primo decennio del XX secolo, infatti, vede pullulare le proprie strade di un grandissimo numero di immigrati, provenienti dal vecchio continente, in cerca di fortuna. Tra i suoi scatti vi sono donne con bambini in braccio, affamate e dal viso logoro e provato dalla traversata oceanica, ma forti del fatto di essere riuscite a sopravvivere.

La parte più difficile del lavoro, racconta Lewis Hine nell’interessantissimo documentario, parte della mostra, era rappresentato dal comunicare con gli immigrati pur senza parlare la loro lingua: intervenivano allora i sorrisi, i gesti educati per incitarli a non muoversi o non chiudere gli occhi al momento dello scatto, e la capacità di avvicinarli facendo comprendere loro di essere un amico che voleva aiutarli. D’altronde, la missione di Hine fu sempre quella di promuovere le proprie inchieste a denuncia sociale, per smuovere l’America dal pericolo a cui andava incontro: un’industrializzazione frutto di sacrifici umani incommensurabili, non quantificabili in termini di danni psico-fisici e di costruzione dell’identità. Gli anni precedenti alla Prima guerra mondiale hanno rappresentato, per molti paesi, il tentativo di formazione di grandi potenze con risorse inefficienti e scarse per poterlo effettivamente diventare: ecco il perché di sfruttamenti inverosimili della manodopera e di condizioni di lavoro non umane. Il “gigante americano” andava nutrito e rimpolpato, grazie a ossa umane e cervelli non pensanti. Situazioni molto peggiori si verificavano nel frattempo in Russia, nonché in Germania. Le aspirazioni militari costituivano il paraocchi del governo, a cui nulla interessava se non la riuscita bellica: “il fine giustifica i mezzi”, ma in questo caso non vi è nulla di plausibile in simili strumenti di raggiungimento degli obiettivi.

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La realtà più crudele la si poteva constatare nelle case popolari di New York. Una fotografia la ritrae nella propria viscida interezza: un letto rotto, in una stanza grande quasi insufficientemente per contenerlo, pareti logoratissime, arredi per i bisogni primari insulsi e difficilmente vivibili. Di solito erano situati nei piani più alti delle palazzine, dopo numerose rampe di scale.

“Le cose più belle sono le più difficili da raggiungere”, affermò, sorridendo, Hine, recandosi in una di queste bettole per scattare le fotografie, smorzando la verità della povertà con la bontà della propria missione. Qui fotografò le famiglie più povere di tutta la metropoli, di solito composte da numerosa prole, in cui tutti erano intenti a lavorare anche nelle mansioni più umili. Ci si occupava cucendo o sbucciando nocciole, e se solo una andava sprecata tutto il lavoro poteva considerarsi andato in fumo. Così si utilizzavano anche i denti per ridurre al minimo il margine di errore e la salute arrancava sempre più. Altra possibilità di profitto consisteva nella costruzione di fiori di carta, in cui si “addomesticavano” anche bambini di tre anni: “si diventava ciechi per 5 centesimi al giorno”.

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Particolarmente vicina al cuore di Hine era la questione del child labor: il lavoro minorile, considerato quasi una normalità in America. Sono numerosissime le fotografie ritraenti bambini al lavoro, nei cotonifici, nelle industrie, nelle miniere, alcune scattate dopo intere estenuanti nottate. Alcuni di loro erano talmente piccoli che potevano lavorare solo salendo sulla macchina per filare, scalzi. Molti erano gli “strilloni” (“newser” in americano), bambini di pochissimi anni che andavano in giro per le strade per vendere le copie dei giornali.

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 Hine aspettava i bimbi fuori dalle industrie alla fine della giornata per poterli fotografare. Spesso, con alcune scuse, riusciva ad entrare in fabbrica e a scattare loro le fotografie, misurando grazie ai bottoni della camicia la loro altezza, e chiedendo informazioni su quanti anni avessero.

“Non abbastanza per lavorare, ma lo faccio lo stesso.”, fu la risposta di una di loro.

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Una delle realtà peggiori era quella del lavoro in miniera, perché se può essere pericoloso per un adulto, lo è il doppio per un bambino. Uno degli impieghi solitamente affidati ai bambini era quello di “apriporta”, che li costringeva a stare per più di dieci ore sottoterra, al buio. Il danno più grave, in questi casi, era rappresentato dalla solitudine e dalla monotonia: numerosi disegni sulle rocce degli scavi ne sono testimonianza.

La serialità del nuovo modo di lavorare in industria comportò danni enormi dal punto di vista dell’alienazione, concetto chiave del Novecento, ripreso da numerosi filosofi dell’epoca, tra cui il contributo più importante lo si deve a Marx. La mancanza dell’utilizzazione dell’ingegno da parte dei lavoratori e ancor di più la possibilità negata ai bambini di crescere secondo le regole di un’infanzia non speciale ma, banalmente, normale, marchia l’umanità di un popolo costretto a questi ritmi pur di sopravvivere. Di questo Lewis Hine si fece protagonista, grazie alle proprie inchieste e al lavoro presso il Child Labor Commettee, grazie al quale offrì un supporto importantissimo alle pressioni per le riforme alle relative leggi.

“Perché fotografi solo bambini belli?” chiesero una volta a Lewis Hine. Egli con un sorriso rispose che quelli da lui fotografati erano solo soggetti bellissimi, ironicamente. In realtà il suo intento era spiegare che la bellezza di cui parlava era rappresentata dall’essenza stessa dei bambini, dalla loro innocenza, qualcosa a cui egli dedicò tutto sé stesso.

Dopo aver lavorato per la Croce Rossa Americana e aver compiuto diverse missioni in Europa, ritornò in America con la voglia di cambiare la prospettiva delle proprie fotografie. Gli U.S.A. stavano vivendo in quel momento uno dei periodi più neri per l’economia, la Grande Depressione del ’29. Egli si occupò allora di mostrare il lavoro industriale da un altro punto di vista: un lavoro completamento dell’uomo, opera artigianale frutto di braccia e sudore, fatto di dignità e di spessore.

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Il lavoro principale fu quello legato alla costruzione, a New York, dell’Empire State Building, l’edificio allora più alto del mondo, che confluì nel libro “Men at work”, pubblicato nel 1932. Era paradossale, in quel momento storico, pubblicare un libro con quel titolo, dal momento che il lavoro era davvero introvabile. Hine riuscì a riprodurre, grazie ai suoi scatti, la forza di giovani uomini dediti ad un lavoro pericolosissimo, che però amavano. Come testimonia uno di loro nel documentario, amavano tutti ciò che facevano e trovavano sostegno nei compagni. Era un lavoro che li faceva camminare sospesi su travi a centinaia di metri dal suolo, con tutti i rischi connessi. Capitava spesso di perdere la vita in queste circostanze e talvolta, paradossalmente, se una trave stava per cadere su un altro operaio, non gli si diceva “Attento!”, perché non fosse colpito in volto: la morte sarebbe stata inevitabile.

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Gli scatti di Lewis Hine rappresentano la grandezza di una nazione che è innanzitutto grandezza degli uomini che l’hanno costruita. Perché risulta difficile capire come delle mani e delle braccia abbiano potuto portare a compimento tutto quello che riusciamo a vedere oggi: è dunque importante che venga testimoniato, per non dimenticare, per fare della memoria la nostra principale ragione di esistenza, il cammino dell’American Dream.

È surreale che colui a cui l’America deve parte della propria storia sia morto in povertà, perché la sua arte non fu valutata adeguatamente dal punto di vista commerciale. Resta comunque come un monito, come una pietra miliare della storia americana, in una delle sue fasi più intense, a cui rimanere grati per aver donato saggezza, valori e insegnamenti, e perché, come egli stesso ha affermato “Se sapessi raccontare una storia con le parole, non avrei bisogno di trascinarmi dietro una macchina fotografica.”

Informazioni sulla mostra

QUANDO

Dal 20 Novembre 2013 al 2 Febbraio 2014

Da Lunedì a Venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18
Sabato e Domenica dalle 16 alle 20
Martedì, giorno di chiusura

DOVE

Centro Culturale di Milano, Via Zebedia, 2 (Missori M3)

PREZZO

Ingresso gratuito

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