Testo di – DARIA PICCOTTI

 

 

13 aprile – 31 dicembre 2014, Palazzo Grassi, Venezia

Un tema che da millenni è al centro della riflessione umana viene scelto come filo conduttore della mostra organizzata da Caroline Bourgeois a Palazzo Grassi, dove sono esposte 20 opere della collezione Pinault, imprenditore e collezionista francese a cui si deve l’omonima Fondazione. Esse creano un percorso esplorativo del concetto fisico e mentale di luce, evitando il pericolo di banalità insito in una chiave di lettura già abusata. La dimensione percettiva si coniuga a quella simbolica, l’ambigua fascinazione dell’ombra richiama la meditazione filosofica, accostata con successo ad alcune suggestioni ludiche che accompagnano il percorso.

Disorientati dal candore avvolgente e totalizzante dell’installazione di Doug Wheeler che trasforma l’atrio del palazzo in una sottrazione visiva e spaziale, veniamo accolti dalla cangiante Marquee di Philippe Parreno: indagando il carattere effimero del mondo dello spettacolo l’artista crea una composizione dal forte potere attrattivo e alludente alla struttura in neon realizzata da Lucio Fontana per la Triennale milanese del 1951. Funge da singolare contrappunto l’Escalator (Rainbow) di Vidya Gastaldon che, richiamandosi alle ghirlande votive hindu, crea la suggestione di un arcobaleno con semplici fili di lana colorata: tecnologia e natura si fronteggiano in un dialogo mai concluso.

 

p1

 

La luce presuppone l’esistenza del suo contrario, fulcro del Salon Noir di Marcel Broodthaers, insolito omaggio funerario all’amico e poeta Lecomte: la presenza della bara in un ambiente domestico ci fa provare la strana sensazione di aver varcato la soglia di una tomba egizia o di un’opera di Magritte.

La luce torna a essere protagonista nel noto Monument for V. Tatlin del minimalista Dan Flavin, tra i primi ad impiegare il neon come materiale artistico, usato come modulo base di composizioni geometriche dedicate ad artisti e personaggi famosi. Il rapporto tra naturale e artificiale viene poi esemplificato dal binomio candela – lampadina nell’affascinante light box Diàlogo di Antoni Muntadas in cui la posizione speculare e la somiglianza formale tra i due oggetti ne evidenziano al contempo la similitudine e la diversità.

 

p2

 

La finlandese Eija–Liisa Ahtila ci fa accomodare su una morbida poltrona di velluto per raccontarci il “dramma umano” di Aki: l’uomo, da lei conosciuto, era stato colto da una psicosi allucinatoria che lo portò a rinchiudersi in un mondo di fantasia dominato da Anne, fidanzata immaginaria ma prepotentemente reale nella sua mente. La videoinstallazione di Ahtila mostra il processo di concretizzazione della fantasia di Aki mediante una serie di provini da casting cinematografico per un’insolita rappresentazione giocata sulla rottura dell’illusione scenica. Incontriamo poi i giochi percettivi dell’artista cinetico Julio Le Parc, vincitore della Biennale veneziana del 1966, che cattura in una sfera di raggi luminosi il nostro sguardo, subito sottoposto a un’ulteriore suggestione visiva nelle tele di Troy Brauntuch: la progressiva comparsa dell’immagine di una macchina fotografica da un monocromo nero ricrea l’effetto della sua progenitrice, la camera oscura.

La riflessione politica e al contempo personale è al centro dell’installazione del vietnamita Danh Vo, che ci mostra una sequenza fotografica realizzata da un militare americano con oggetto giovani vietnamiti: le immagini parzialmente celate da una cortina di tende bianche concretizzano la differenza non solo terminologica tra guardare e vedere in relazione a questioni sociali e politiche scomode.

Tensione lirica e poesia sono protagoniste nella doppia installazione di Latifa Echakhch: le pareti rivestite di carta carbone colorata di un intenso blu ci immergono in un’atmosfera meditativa e spirituale alla Yves Klein, sfondo ideale per un curioso ricordo di viaggio dell’artista. I venditori di gelsomini di Beirut rivivono nel profumo dei fiori e nella camicia che essi usano per preservarlo.

 

p3

 

Grazie alla tecnologia di manipolazione 3D il belga David Claerbout annulla i confini tra fotografia e video, mentre Robert Whitman crea le condizioni di una potenziale tragedia che si potrebbe consumare su un pavimento fessurato dal liquido che cola da una lampadina. L’alternarsi di luce intensa e fioca accentua la percezione di pericolo imminente, concretizzato nelle riprese dei test atomici sull’atollo di Bikini che Bruce Conner utilizza per riflettere sul pericolo del nucleare.

Dopo uno sguardo all’universo personale di Gilbert & George, la cui produzione ruota intorno al rapporto arte-vita, incontriamo Sturtevant e Bertrand Lavier: in linea con l’orientamento citazionista affermatosi con il postmodernismo, i due artisti rimeditano le opere minimaliste di Frank Stella, che con i suoi colleghi contribuì al rinnovamento artistico portato dalle seconde avanguardie.

La nostra interazione è esplicitamente sollecitata da Robert Irwin con l’installazione di tubi al neon che noi stessi attiviamo creando uno spazio luminoso giocato sulle diverse tonalità di colore. Per contrasto le tre tele bianche su cui è appena visibile la parola Aids denunciano l’indifferenza generalizzata nei confronti della malattia, centrale nelle opere del gruppo artistico General Idea di Toronto. Un tacito rimprovero si dipinge negli sguardi severi dei bambini protagonisti della tela di Claire Tabouret: la fredda luce verde e i costumi carnevaleschi dei soggetti ci lasciano una sensazione di sospensione e atemporalità che ci riporta allo straniamento di quel nulla acromatico che ci ha accolti.

La mostra si rivela dunque un cammino percettivo e sensoriale, in grado di arricchirci tramite la percezione di una coscienza più profonda del fenomeno luminoso, dimostrando ancora una volta la validità delle operazioni curatoriali di Palazzo Grassi, capace di interpretare le varie anime della collezione Pinault in modo sorprendentemente vario.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata