Testo di – VALERIA COSMAI

 

Sai tu l’isola bella, a cui le rive manda Jonio i fragranti ultimi baci, nel cui sereno mar Galatea vive e sui monti Aci?

(Giosuè Carducci,”Primavere Elleniche”,1872).

 

Carducci canta di una Sicilia conosciuta solo attraverso leggende mitologiche, come quella degli amanti Galatea e Aci: egli, infatti, non aveva mai avuto la possibilità di visitare i luoghi che seppero comunque ispirare sapientemente i suoi versi.

Per me, invece, è arrivato quest’estate l’inaspettato privilegio di conoscere una terra meravigliosa, la Trinachia, che mi ha fatto perdutamente innamorare della Sicilia. Già il sommo poeta Omero la celebrava così nell’Odissea:

Allora incontro ti verran le belle spiagge della Trinachia isola, dove pasce il gregge del Sol, pasce l’armento“.

 

E’ magica, ti incanta con l’odore di mandorle dolci, con l’acqua salata del mare, con il profumo delle arance e dei pistacchi.

I suoi abitanti ti accolgono con sorrisi sinceri, ospitali, pronti a guidarti tra piazze, giardini, vie, monumenti dal gusto greco, arabo, normanno, spagnolo, di tutte quell’insieme di culture, cioè, che le ha regalato volti multiformi e un dialetto unico nel suo genere.

 

Dico che il mio viaggio è stato un privilegio: mi è sembrato di rivestire i panni di Goethe alla scoperta di questo mondo nuovo, che affascina e rapisce, perché

“…è in Sicilia che si trova la chiave di tutto. La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra…chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita“.

E non si può che dargli ragione. Una sola settimana è sufficiente, ad un attento osservatore, per catturare lo splendore dei luoghi, delle persone e dei profumi che pervadono con insistenza, senza chiedere alcun permesso. E alla fine del viaggio un desiderio particolare si impossessa: quello di volerla girare e rigirare, percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarsi all’interno, sostare in città e paesi sempre nuovi. Insomma, viverla a pieno.

Mi piacerebbe, quindi, rendervi partecipi delle emozioni, concesse da questa gentile costa, e accompagnarvi per mano alla scoperta di alcune località, dalla bellezza superba.

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Tindari

 Nella provincia di Messina, si trova un gioiello nascosto da ulivi, fichi d’india, oleandri. E’ Tindari, una frazione di Patti, fondata nel 396 a.C. da Dionisio di Siracusa, così chiamata in onore di Tindaro, re di Sparta, padre putativo di Elena e dei Dioscuri, Castore e Polluce. Celebre è il Santuario, dedicato alla Madonna nera di Tindari, che ospita una Maria con il Bambino scolpita in legno, considerata fonte di grazie e miracoli.

Alla base del promontorio vi è una lingua di sabbia, conosciuta con il nome di Marinello, cui risalgono diverse leggende. La più famosa racconta che la spiaggia si sarebbe formata in seguito alla caduta di una bambina dalla terrazza del santuario, ritrovata poi salva grazie alla spiaggia stessa che si era andata a creare per il ritiro del mare proprio per salvarla.

Sopra la spiaggia, è situata una grotta che, secondo un’antica novella, era abitata da una maga (che tanto ricorda un incrocio tra la bella Circe e una sirena di matrice omerica…) che attirava naviganti ed avventurieri con il suo canto soave per poi ucciderli. Quando qualcuno si rifiutava di raggiungere l’antro, la maga sfogava la sua ira affondando le dita nella roccia: a questo sarebbero dovuti i fori che appaiono ancora oggi nelle pareti.

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Dopo aver percorso una ripida salita, si arriva di fronte al Santuario di Tindari: una Basilica di eccezionale bellezza, che si affaccia direttamente sulla splendida visuale marittima. Entrando nel Santuario si respira un’aria sacrale, colorata e vivace: numerose vetrate istroriate fanno penetrare la luce nelle navate, regalando al visitatore un’accoglienza calorosa. 3

Alzando lo sguardo si è catturati dall’imponente dipinto che raffigura il trionfo della Madonna, mentre sulle navate laterali si possono ammirare mosaici, rappresentanti i momenti salienti della storia del Santuario. Uscendo, invece, si ha la possibilità di scorgere un grande organo a canne, pervaso da un’intensa e spettacolare luce viola.

 

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Tindari però regala anche altre emozioni. Sulla via principale del paese, si affolano mercatini e bancarelle, pronti a offrirti assaggi delle prelibatezze locali: mandorle caramellate, pistacchi, paste di mandorla, caramelle alla cannella, tutto con gratutità e gentilezza. Trovi bicchieri di vino a un euro per combattere il caldo asfissiante del mezzogiorno, e ti sembra di essere approdato in un paradiso, in un’estasi senza fine. E man mano che si avanza, sembra di tornare al passato, al tempo dei greci e dei romani, attraversando il cardo e decumano, e osservando le meraviglie rimaste ancora intatte nei secoli.

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Il teatro greco-romano si erge maestoso, costruito con blocchi di pietra arenaria dai greci nel III secolo a.C. e restaurato dai romani per adattarlo ai giochi circensi; subito accanto si trovano i resti delle mura, un’area termale e il Ginnasio (anche chiamato Basilica), destinato alle pubbliche riunioni o allo svolgimento di esercizi atletici.

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Un’ode a Tindari e alla Sicilia si riscontra nella celebre poesia di Salvatore Quasimodo, “Vento a Tindari”. Il poeta ricorda la sua infanzia felice trascorsa in queste terre, e la contrappone alla vita piena di tristezza che conduce in un’altra città:

 

Tindari, mite ti so

Fra larghi colli pensile sull’acque

Delle isole dolci del dio,

oggi m’assali

e ti chini in cuore“.

 

Tindari ricollega il poeta ai concetti di vita, di luce, di rifugio sicuro, è un sogno per evadere dalla realtà disumana e alienante. E non appena la si vede, bhe, si capisce il perché di questo amore nostalgico, questi rimpianti, questa voglia di tornare in un luogo magico, capace di donare pace e serenità.

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Messina

 

Situata nel nord est della Sicilia, sorge Messina, nei pressi dell’estrema punta nordorientale della regione, dove secondo la mitologia antica risiedevano Scilla e Cariddi, due mostri marini che attentavano alla vita dei naviganti che attraversavano quelle acque.

La città ha un aspetto decisamente moderno: fu ricostruita infatti nel 1912, quasi totalmente, a causa del terremoto e del maremoto che nel 1908 si abbatterono sulla città, causando la morte della maggior parte dei cittadini. Si trattò di uno degli eventi più catastrofici del XX secolo.

Anche in seguito alle incursioni di vari popoli nel corso dei secoli e ai bombardamenti del ’40-’43, la città ha perso molte delle opere d’arte e degli edifici storici, simbolo della cultura messinese, eppure conserva ancora esempi monumentali di assoluta rilevanza.

Il Duomo della città, dedicato a Santa Maria Assunta, è stato ricostruito più volte: dopo il terremoto del 1908 lasciò integra solo la parte absidale. Negli anni venti, fu ricostruito seguendo l’architettura originaria, dall’aspetto e dal gusto normanno. Degno di nota è sicuramente il campanile, alto 90 metri, che contiene il più grande e complesso orologio meccanico e astronomico del mondo, realizzato a Strasburgo. Ogni giorno, a mezzogiorno, le varie statue (un leone, un gallo, delle statue femminili, degli angeli e una chiesa) si muovono seguendo la melodia dell’Ave Maria di Schubert. Uno spettacolo unico, che lascia attoniti i vari turisti, eccitati e stupiti, subito pronti ad avviare la videocamera per riprendere quegli attimi di unica straordinarietà.

 

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Taormina

 

Conosciuta in tutto il mondo per le sue pittoriche bellezze naturali e i suoi monumenti, Taormina è stata una delle mete preferite nella belle epoquè dai nobili viaggiatori d’oltralpe. Teatro della licenziosità prima e della Dolce Vita poi, fu frequentata dalle più eminenti personalità, quali lo zar Nicola II, il Kaiser Guglielmo II, Goethe, Nietzsche, che qui compose “Così parlò Zarathustra”, D’Annunzio, Klimt, Freud e si potrebbe continuare all’ infinito.

Ancora oggi questa città conserva intatto il suo fascino, oltre che un’atmosfera signorile ed accogliente.

 

Situata lungo una costa a strapiombo sul mare, regala scorci panoramici da togliere il fiato, sia per un’acqua cristallina che si infrange sulle rocce che per alberi di limoni, di arance, gli oleandri e i pini mediterranei, che emanano fragranze agrodolci nell’aria.

Celebre è la spiaggia di Isola Bella, una piccola oasi in mezzo al mare, definita la “perla del Mediterraneo”.

 

Oltre al meraviglioso paesaggio, Taormina è ricca di storia e arte: fondata dai greci, divenne poi un importante centro di scambi commerciali per i romani, per poi essere conquistata dai normanni. Le diverse popolazioni e culture che si sono susseguite fanno di questa città un unicum, per lo straordinario intreccio di elementi architettonici e urbanistici, di grande valore archeologico e monumentale.

Esaltata dall’imponenza maestosa dell’Etna, che domina il panorama della città, così fu raccontata dal celebre scrittore Guy De Maupassant: “Se qualcuno dovesse passare un solo giorno in Sicilia e chiedesse cosa bisogna vedere, risponderei senza esitare Taormina”.

 

 

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E come dimenticare l’aspetto gastronomico di questa terra?

 

La cucina siciliana mostra le tracce e i contributi delle diverse culture che si sono instaurate in Sicilia nel corso dei secoli, ricette che si sono tramandate di generazione in generazione e che tuttora sono parte integrante dello stile di vita dei suoi abitanti. I cibi tipici sono il cannolo siciliano, la granita, gli arancini e la cassata siciliana, ma farne un elenco – qui neanche un breve incipit – risulta riduttivo.

 

L’arrivo degli arabi rivoluzionò la cucina locale, con l’introduzione della coltura delle arance e dei limoni, della canna da zucchero, del riso, e introducendo una nuova arte dolciaria. Si narra, infatti, che proprio durante la dominazione araba si usasse preparare un composto, simile al gelato, chiamato sharbat (sorbetto), che veniva realizzato mescolando la neve dell’Etna con la canna da zucchero e del succo di frutta.

Fondamentale fu anche l’influenza degli spagnoli e dei francesi, richiesti soprattutto come cuochi dai nobili siciliani del ‘700, che preferivano una cucina più sofisticata.

Oltre alle spezie, alla frutta e agli ortaggi, la Sicilia ha una grande tradizione per quanto riguarda la ricotta, un ingrediente basilare soprattutto nel settore dolciario: senza di esso, il cannolo e la cassata siciliana non avrebbero mai il loro sapore tipico, caratteristico.

 

 

 

E quando si parte da questa terra la sensazione non può che essere un desiderio impellente di rivederla, riscoprirla, ma, soprattutto, trattenerne un microcosmo in sé stessi.

 

L’Italia senza la Sicilia non lascia nello spirito immagine alcuna“, scriveva Goethe. E aveva ragione: dentro di me, viaggiatrice sì consetua ma difficile da sorprendere, ha lasciato un’immagine impressa, nitida, che porterò per sempre nella memoria e nel cuore.

Una delle più belle sorprese emotive della mia estate.

Esperienza caldamente consigliata.

 

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