Testo di – EDOARDO RIGHINI

 

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Michelangelo Antonioni, uno dei più grandi registi del secolo scorso, torna, con tutti gli onori, nella sua città natale, Ferrara, che fu per lui fonte di ispirazioni emotive e visive sempre presenti nella sua intera poetica.

Torna con una mostra al Palazzo dei Diamanti, che si concluderà nel mese di Giugno,organizzata dalla Fondazione Ferrara arte e da le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara-Museo Michelangelo Antonioni, in collaborazione con la Cineteca di Bologna, curata da Dominique Paini, già direttore della Cinémathèque Françoise.

Il cammino del visitatore si snoda lungo il percorso di formazione dello stesso regista. Dalle prime riprese di una Ferrara in bianco e nero così silenziosa e sospesa e sognante, alle prime esperienze come documentarista di cose piccole e antiche, come i lavori umili o la grande piena del Po, o le credenze popolari.

Già allora si poteva intravedere il gusto assoluto di una narrazione non verbale, a-formale più che informale, consapevole della necessità del piccolo per la comprensione del tutto. Cifra questa, che sarà sempre cara al regista, che forse meglio di tutti è riuscito ad usare la pellicola come strumento per far emergere la tensione esistenziale dell’uomo, che la società rende sempre più unità di un tutto che manca.

Sono ben rintracciabili lungo tale percorso, anche parti dedicate all’approfondimento degli elementi costitutivi di tutta l’opera ( e la vita ) di Antonioni: le pianure immense e desolate, tipiche degli anni della maturità, che occhieggiano a scenari letterari da deserto dei Tartari; le nebbie esistenziali del ferrarese, che si ritrovano, trasformate, nei fumi urbani di una società in corsa verso il progresso; l’uso del bianco e nero come elemento di continuità con la tradizione (ma anche come precisa scelta di campo); il periodo “a colori”, con la fotografia che acquista una forza straordinariamente plastica.

E ancora l’indolenza della mascolinità latina dei primi lungometraggi; la vitalità pulsante di Londra degli anni Sessanta e Settanta e la fascinazione spaventosa ed estraniante delle metropoli e dei poli industriali, veri totem della modernità. Immancabile il tributo alle due grandi muse del regista, anche attraverso degli spezzoni di repertorio inediti, Lucia Bosè e Monica Vitti, unite e diverse come il giorno e la notte.

Tutta la mostra si snoda tra ricordo e opera d’arte, restituendo l’immagine di un uomo cosciente e affascinato dalla forza evocativa dell’immagine, equidistante dalla cinepresa come dalla tela. Non a caso, infatti, sono abbinati, in ogni stanza, degli estratti dai capolavori del regista a quadri di Rothko, Morandi, Pollock e De Chirico, in un continuo dialogo tra mobilità (il video) e l’immobilità (il dipinto).

Eppure, la sensazione che sia ha, è di cogliere un denominatore comune tra opere così distanti, nella forza dei colori, nei dettagli insondabili, nelle inquadrature. Che è poi questa, l’intuizione di tutta la mostra: l’occhio di Antonioni non è solo quello del regista, ma è prima di tutto quello di un artista, che ha risentito dell’influenza di altri artisti e che ha saputo far confluire queste ispirazioni in un linguaggio inquieto, ma sempre elegante e seducente. Pittura, fotografia, letteratura, persino scultura (emozionanti le riprese del dialogo muto con il Mosè di Michelangelo tratto da “Lo sguardo di Michelangelo”). Tutto questo riusciva ad abbracciare lo sguardo di Antonioni, in una continua, meravigliosa ricerca, fino all’ultimo.

“Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima, fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa che nessuno vedrà mai, o forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà”

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