Testo di – FEDERICO SCARFò

 

naviglio-milano

Per quanto possiamo girare, studiare e amare la nostra città, dobbiamo accettare l’idea che non arriveremo mai a conoscerla tutta perfettamente. Vicoli inesplorati, zone poco frequentate, magari un solo locale, o una sola viuzza, che sono di un passo al di là della conoscenza, e così come una persona non si può arrivare a conoscerla alla perfezione, la città nasconde minuscoli angoli segreti ai nostri occhi, piccoli fili di ragnatela che se calpestati possono attaccarsi a noi e trascinarci chissà dove. Così piccoli, inutili luoghi sono gli specchi della città da cui essa parla direttamente alle nostre orecchie, e la sua voce è il canto di una vecchia radio, il tintinnio dell’acqua che cade da una fontana o il fruscio della carta vecchia.

Sul bordo del Naviglio grande, a una certa ora che fa da separé tra un sole ardente e una luna scintillante a metà, come un globulo falciforme, la gobba calante, si è accompagnati dal tintinnio di qualche bicchiere di vino, e occasionalmente da una saracinesca. La gente cammina, con un’andatura a metà, metà languida per l’appressarsi delle belle ore notturne, metà frettolosa in memoria del giorno che si sta spegnendo. Io e la mia lei allo stesso modo paghiamo lo stesso tributo al sole morente, e camminiamo a lunghi passi verso un ponte, e il cielo sembra diventare più scuro ad ogni passo. Alla sinistra del Libraccio di via Corsico giace un negozietto, un ibrido strano figlio indesiderato di un baracchino e di quella grande libreria con il ghirigoro verde che abbiamo tutti imparato ad amare. I bastardi, si sa, hanno spesso qualità migliori rispetto ai purosangue, e così io e la mia lei siamo entrati. Una musica che scorre dolce, probabilmente un pezzo post-rock, ci dà il benvenuto, quello e l’odore della carta vecchia. Ci sono gradazioni di questo odore, in vari luoghi, c’è il penetrante della vecchia biblioteca, il più sottile, tra i libri di seconda mano, quasi inesistente quando si riprende in mano un romanzo trovato a casa, disperso tra i confratelli, dei tempi della nonna o della bisnonna. Quello era un odore giallino, chiaro, ma era talmente forte il contrasto con il fuori che fu la prima cosa che notai. Allo stesso modo, mentre curiosavamo dentro, una nota dell’inizio di un nuovo pezzo mi trovò intento a fissarla, avendo curiosamente colto l’ispirazione dell’esatta fine della canzone, con un libro in mano. Il nuovo pezzo era The Widow, dei Mars Volta. Devo chiedere che stazione è, pensai. Prendemmo un libro a testa alla fine, la stazione non si sapeva, si sapeva la frequenza, 105.10, e poche monete (ho già detto che ogni libro costa due euro?) le lasciammo come obolo in quel tempio, dove l’incenso era l’odore della carta vecchia.

Con lo zaino di un libro più pesante, la mia lei mi prese per mano e mi condusse presso un cancello aperto che conduceva a un giardinetto. “Qua dentro” mi ammonì “sembra di essere in un altro mondo”. Entrai nell’altro mondo, passando una parete di aria fine come rugiada. Il cortiletto era circolare, perfettamente srotolato attorno a noi, e le sensazioni visive erano dapprima confuse, caleidoscopiche, ma il rumore del vento e del chiacchiericcio stabilizzavano i sensi, ancoravano ciò che era alle prese con qualcosa di sconosciuto all’arcinoto. I terrazzini ricoperti di rampicanti correvano lungo la circonferenza, appoggiati a muri color carminio e intervallati da piccole porte di legno, incassate nella struttura, e non sembravano ingressi, ma elementi architettonici di un gioco di luci, suoni e odori che era cominciato quando avevo messo piede in strada, e la prima cosa che avevo visto era la secca del Naviglio. Le foto, i quadri, le insegne, come gli occhi di una mosca, componevano un tributo a mosaico alla mia città, con immagini in bianco e nero, disegni iperrealisti e foto colorate e luminose.

Così, se mai capitaste presso quel vecchio canale, gonfio di alghe, e per caso trovaste il ghirigoro verde, seguitelo senza timore, e qualunque libro troviate su una bancarella o in una vecchia libreria afferratelo, portatelo con voi mentre vi fate portare. I libri possono farvi navigare per mari, addirittura possono farvi arrivare in un altro mondo solo passando per un cancello arrugginito. Ah, sì, un’ultima cosa. La strada può essere grigia, la gente stanca, i muri polverosi e rovinati, ma se vedete del verde in fondo a un ingresso, a un cancello o a un atrio, se siete a Milano, entrateci.

C’è dentro la bellezza del mondo, la sua luce, il suo suono, il suo odore.

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