Testo di – DAVIDE PARLATO

Gli spazi metafisici dei capannoni dell’Hangar Bicocca attualmente ospitano due esposizioni che si intrecciano in una profonda riflessione sul rapporto di forze intercorrente fra l’uomo, l’oggetto e lo spazio fisico. Questo grande tema della ricerca artistica moderna e contemporanea, trova espressione nel lavoro di Damián Ortega e di Juan Muñoz. La mostra personale del primo, aperta dal 5 giugno all’8 novembre, incontra quella del secondo, aperta dal 9 aprile al 30 agosto, offrendo una soluzione di continuità fra due percorsi artistici decisamente da non perdere.

Casino” è la prima mostra personale dedicata a Damián Ortega, artista messicano particolarmente influente negli ultimi decenni dello scorso secolo. L’opera dell’artista si concreta come una riflessione sull’oggetto fisico nello spazio. Lo sguardo analitico dell’artista scompone oggetti di uso comune o riassembla gli stessi in configurazioni spaziali che donano nuovo senso alla realtà, incanalandosi lungo una visione critica del rapporto fra l’uomo e il mezzo tecnologico, fra l’arte e la scienza. La stretta relazione fra l’operazione di Ortega e il ready made di Duchamp è evidente nonché manifestata dalle stesse intenzioni dell’artista, che utilizza il potere espressivo sincretico e immediato della tecnica per creare situazioni o composizioni di grande potenza.

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La Trilogia del maggiolino rappresenta un ottimo esempio di questa intenzione esplorativa dell’arte: le tre opere hanno per protagonista il bianco maggiolino Volkswagen, uno dei grandi simboli della ripresa economica postbellica (anche nel Messico di Ortega). Due delle opere di questo “trittico”, palesano da subito il programma dell’artista. Cosmic Thing, un maggiolino letteralmente “esploso” nelle sue componenti elementari, le quali gravitano, sospese nell’aria, in una configurazione espansa della struttura meccanica del mezzo. Qui è centrale il rapporto fra l’oggetto e lo spazio: la visione scientifica e minuziosa della vettura permette di fare esperienza di un’astrazione della realtà, scompostamente analitica, nell’ambito di una tacita intesa che permette di riconoscere l’automobile Volskwagen nella sua essenza di simbolo di una generazione. D’altro canto in Moby Dick l’artista abbandona l’atteggiamento contemplativo per passare all’azione: e l’azione si sostanzia nella lotta fra lui stesso e il maggiolino. Con un sistema di carrucole e cavi, l’artista è ripreso mentre cerca di “domare” la vettura dall’esterno, mentre sbuffa e ruggisce accelerando su un pavimento ricoperto di grasso – tutto è accompagnato da un trio rock che suona all’impazzata Moby Dick, omonimo pezzo dei Led Zeppelin. Qui è l’uomo che lotta con l’oggetto tecnologico, una taurocatapsia eroica che muove dall’agon minoico alla resistenza dell’uomo contemporaneo al mezzo meccanico, passando per la fallimentare epopea moderna di Achab alla ricerca della sua balena bianca.

Ortega pone la concretezza più usuale sotto la lente deformante della sua arte con Liquid Center, installazione video in cui l’artista incide ed esplora con minuzia chirurgica una pallina da golf, che lentamente si concede allo spettatore nella sua complessità interna; Elote clasificado, una pannocchia dai chicchi numerati uno ad uno; diverse serie di cubi di cemento scomposti in cubi ridotti, lusus dell’artista sulle proporzioni indicate da Le Corbusier nel suo Modulor.

Il rapporto dell’uomo con la tecnologia ritorna poi in altre due opere di grande potenza. The part played by labour in the transition from ape to man (F. Engels) presenta una mano di legno per studi di disegno dalle cui estremità digitali spuntano le componenti utensili del noto coltellino svizzero. L’opera riprende il suo nome da un omonimo articolo di Engels e porta alla luce, con un tono grottesco, l’ibridazione fra la mano e l’utensile (in questo caso il “tuttofare” par exellence) come medium dell’evoluzione umana. Controller of the Universe gioca, come in Cosmic Thing, con la disposizione di oggetti sospesi. Qui oggetti da lavoro di sorta formano una nuova configurazione “esplosa”, come una sorta di Big Bang originario che ribadisce il ruolo del mezzo nel controllo demiurgico dell’uomo sul proprio cosmo.

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Dalla sala a soffitti bassi che ospita l’esposizione di Ortega, si passa ai vasti spazi industriali che fanno da palcoscenico a “Double Bind & Around”, la mostra di Juan Muñoz che include l’omonima opera (Double Bind), portata per la prima volta al Tate Modern di Londra e ricostruita all’Hangar Bicocca, e una serie di altre opere scultoree dell’artista madrileno. La surrealtà dell’opera di Muñoz si sposa potentemente con gli spazi dell’Hangar, creando un percorso decisamente straniante e connotato emotivamente. La ricerca dell’artista si avvale prevalentemente del linguaggio scultoreo, apportando un elemento di disturbo all’interno del panorama artistico della fine del Novecento.

L’espressività ricercata dall’artista si focalizza sulla dinamicità del corpo umano, deformato e serializzato, all’interno dello spazio. Le vaste sale ospitano le sculture di Muñoz, che occupano il campo visivo nella sua orizzontalità e verticalità (come nel caso delle Hanging figures, una serie di uomini letteralmente appesi per la lingua e fluttuanti come dei trapezisti sopra le teste del visitatore). Conversation pieces sono gruppi scultorei di figure umanoidi impegnati in muti dialoghi corporei. L’accettabile innaturalezza delle forme, grottescamente trasfigurate dalla fisionomia del sacco di sabbia ma non per questo meno umane, rappresenta uno dei tanti elementi di esclusione dello spettatore dal dialogo fra le statue, esseri simili ma diversi che parlano una lingua fatta di assenze e di rapporti di forze dinamiche.

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Così le statue nella composizione Many times sfidano il moto relazionale del fruitore. Un’intera sala è occupata da figure seriali di uomini dal profilo orientale e dal sorriso lievemente sardonico. Le statue, leggermente più basse di un adulto e senza piedi, conversano in gruppi più o meno ampi, fra i quali lo spettatore è tacitamente invitato ad intrufolarsi: questo è il verbo giusto per comprendere l’azione del visitatore, che si ritrova escluso dall’onirica omologazione che denota il gruppo scultoreo. L’operazione di Muñoz peraltro permette di contravvenire alla regola della distanza della fruizione: l’opera qui esposta è un’opera che parla in un linguaggio meramente fisico, per il quale il visitatore è chiamato in causa in un moto dialogico peripatetico.

Double bind, installazione che dà il nome alla mostra, si sostanzia in una creazione di spazi su tre livelli. La stanza è sezionata in tre spazi da un piano mezzanino che divide un seminterrato (dalle fattezze di un parcheggio sotterraneo) da un piano superiore. I due piani sono resi comunicanti dal moto perpetuo di sue ascensori. Il visitatore, addentrandosi nella penombra dello spazio inferiore, può scorgere, da delle finestrelle e botole sul soffitto, l’immobile e metafisico brulichio di una serie di figure statuarie che abitano il piano intermedio. L’asetticità del tutto, il gioco di luci dello spazio e il muto affaccendarsi di questi figuri rende il tutto una sorta di presepe metafisico, in cui perciò domina l’attesa ma, per definizione, manca il motivo di questa attesa, che finisce per configurarsi in una vuota stasi.

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Le opere esposte nelle due mostre non si esauriscono nelle qui sopra citate: la riflessione dei due artisti è di ancor più ampio respiro e il dialogo immaginario fra i due spazi entra in gioco come elemento di ulteriore valorizzazione.

Per ulteriori informazioni sulle mostre, gli artisti, gli orari e la futura programmazione si rimanda al sito dell’Hangar Bicocca: http://www.hangarbicocca.org/

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