Testo di – DANIELE CAPUZZI

“Perché Lonquich: inutile spiegarlo, perché basta che posi le mani sulla tastiera che il suo tocco sia una benedizione. Il resto è intelligenza, passione e musica.”

Così viene introdotto al pubblico l‘artista, che si esibirà sia in veste di solista che di direttore d’orchestra, sulla prima pagina del programma di sala dello spettacolo che si è tenuto al Teatro dal Verme il 29 gennaio. Mi è parsa una presentazione assai singolare e ha destato in me una certa curiosità, ma non ho dovuto attendere a lungo per comprenderne il significato. A seguito dell’annuncio di una variazione nella successione delle composizioni, la serata ha inizio con il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in si bemolle maggiore op. 19 di Ludwig van Beethoven, anticipato dal fondo della scaletta, prima dell’Ouverture Le Ebridi di Felix Mendelssohn Bartholdy e del Concerto per pianoforte n. 1 in do maggiore op. 15, ancora del primo compositore. L’inversione dei due magnifici concerti parrebbe una scelta inusuale a chi non ha familiarità con le opere del musicista di Bonn, ma in realtà potrebbe nascondere una motivazione non evidente: i due concerti hanno ricevuto la numerazione in ordine di pubblicazione, non secondo la cronologia della loro scrittura.

Gli orchestrali de I Pomeriggi Musicali sul palco non sono molti: una coppia di strumentisti per corni, flauti, fagotti, clarinetti e oboi. Gli archi, fra violini primi e secondi, viole, violoncelli e contrabbassi, sono meno di una trentina. Si aggiungeranno solo in seguito al Concerto in si bemolle due trombe e i timpani, ma l’assenza delle percussioni in quest’ultima opera è impercettibile grazie al vigore della magnifica orchestrazione.

Il Maestro Alexander Lonquich dà l’attacco all’Allegro con brio. È palese il classicismo viennese di Haydn, insegnante di Beethoven, già nell’iniziale tema soave e brillante. Conclusa l’esposizione orchestrale, Lonquich si siede al pianoforte e con un tocco delicatissimo ci accompagna in un gruppo tematico del tutto nuovo. Tradizionalmente il solista si immette nel discorso musicale, concerta appunto con l’orchestra, tramite la ripetizione di quanto appena suonato da essa. In questo caso invece, come già era accaduto in alcuni concerti di Mozart, il pianoforte ci accompagna in un mondo differente, quasi come se il solista non fosse interessato a quanto avessero da dire, o meglio avessero appena detto, gli altri strumenti e preferisse cambiare argomento, almeno per un momento. Seppure ci stiamo dedicando a una composizione in stile classico, si può già notare come in Beethoven si celasse una forza innovativa che sarà resa ancor più palese negli ultimi tre concerti per il medesimo strumento a tastiera. Segue un Adagio, dolcissimo, che permette di apprezzare il magico tocco del pianista, a tratti quasi impalpabile nella sua leggerezza. Il secondo concerto di Beethoven si chiude con un Rondò in tempo Allegro molto. Questo pezzo ha un carattere molto scattante che si evolve in un dialogo costante tra Lonquich al pianoforte e l’orchestra I Pomeriggi Musicali, che permette a entrambi di mettere in mostra un particolare virtuosismo, non ancora eccessivo come quello del periodo romantico.

Esce di scena il pianoforte a coda e il direttore d’orchestra riprende il posto in pedana, ma non di certo per dimostrare le sue doti nel condurre l’ensemble, più che ampiamente notabili già quando era seduto alla tastiera, quanto più per deliziarci con un capolavoro, uno dei più emozionanti brani del romanticismo: l’Ouverture Le Ebridi di Mendelssohn. Lo spartito fu scritto quando il musicista aveva solo ventuno anni, al suo ritorno da un viaggio in Gran Bretagna. Le isole Ebridi infatti si trovano al largo della costa occidentale della Scozia e in una di queste terre emerse circondate dall’acqua marina il tempo ha scavato un’incantevole grotta, intitolata a Fingal, un personaggio mitico di una raccolta di poemi di origine celtica, il Ciclo di Ossan. Sul manoscritto infatti sotto il titolo Die Hebriden il compositore riporta la dicitura Die Fingalshöhle (la grotta di Fingal, appunto). Già dalle prime battute pare di avventurarsi nel ventre della roccia cullati dalle onde che lambiscono la barca a remi: il tema calmo e spensierato che ricorre per l’intera opera è inizialmente esposto da viole, violoncelli e fagotti, strumenti dal registro grave, sorretti da una nota acuta dei violini, cui si aggiungono poco dopo i clarinetti e successivamente gli oboi. La sonorità studiata dal giovane Mendelssohn contribuisce a rendere l’atmosfera ancora più misteriosa e suggestiva. Il dialogo fra gli strumenti che elaborano di volta in volta il materiale tematico è segnato da un costante crescendo, che raggiunge un picco di forza che si risolve nuovamente in un suono delicato, quasi fievole e sommesso. Ricomincia così un nuovo, lentissimo e tenace aumento nella potenza del suono che trova il suo apice nel concitato finale, che lascia spazio nelle ultimissime battute alla ripresa, in piano, del tema iniziale dalla esile voce del flato, cui l’orchestra, dopo aver tentato di sopraffare la melodia con degli accordi in fortissimo, quasi a voler dare nuovo slancio alla musica, si sottomette e chiude con tre note delicatamente pizzicate sulle corde degli archi.

A seguito di una breve pausa per concedere alla mente di elaborare e assimilare quanto udito, la serata riprende con il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 op. 15 di Beethoven, un ritorno alla purezza dello stile classico. Il primo movimento, l’Allegro con brio, è spigliato e fresco, a tratti marziale, impregnato di elementi tecnici e un pacato virtuosismo che ricordano Muzio Clementi. Lonquich non sottovaluta però l’importanza del gusto estetico, rovescio della medaglia di ogni pezzo che presenti una vistosa fatica sul piano tecnico. Ci regala infatti un’emozionante esecuzione di un’opera spesso non conosciuta dal grande pubblico a favore dei più “romantici” concerti numero tre e cinque. Nel Largo, il secondo tempo, ritroviamo una morbida cantabilità mozartiana impregnata da elementi di un Beethoven già più maturo. Emozionante è il dialogo tra il clarinetto e il pianoforte, ben udibile grazie al mutismo di trombe e timpani, oltre a flauti e oboi, che perdurerà lungo tutto il flusso musicale. Il concerto termina con un Allegro scherzando in forma di Rondò. Qui torna una brillantezza esplicitata già nell’introduzione del pianoforte a inizio brano, resa vibrante dalla scattante mano di Lonquich, e ripresa successivamente dall’orchestra.

A sorpresa, nel mezzo del fragore degli applausi di un pubblico compiaciuto per l’ottima interpretazione, il maestro Lonquich annuncia di voler intrattenere ancora per qualche minuto gli ospiti del Teatro dal Verme. In riconoscenza per la calorosa accoglienza, è stato selezionato come bis l’Andante dal Concerto per pianoforte e orchestra n. 21 in do maggiore K 467 di Wolfgang Amadeus Mozart. È stato scritto molto su questo movimento, a mio parere uno dei più delicati, eleganti ed emozionanti dell’intero repertorio classico, la cui esecuzione da parte del pianista tedesco è stata molto convincente. Non voglio trattenervi oltre dall’ascolto di un tale capolavoro.

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