Testo di – GIULIA BERTA e DAVIDE PARLATO

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Una coppia di fidanzati fanno una gita in campagna, solo loro due e l’inseparabile macchina fotografica. Qualche chiacchiera, un po’ di abbracci e un gioco, fammi da modella, stenditi sull’erba, voglio fotografarti. Lei accetta, si siede e mostra all’obiettivo la maliziosa sorpresa che ha riservato al suo ragazzo: sotto la gonnellona ampia non vi è traccia di mutandine.

Molti anni dopo, è proprio questa immagine, viaggiata attraverso lo spazio e il tempo, custodita gelosamente all’interno di un giubbotto o di un portafoglio e poi dimenticata lì, o andata perduta durante una corsa verso il treno, o ritrovata da qualche nipote in un cassetto in casa del nonno, che apre la mostra L’Origine del Mondo. Erotismo e seduzione nella photo trouvée, ospitata dal 15 novembre al 17 dicembre presso la Triennale di Milano.

Lei.

Centrale in questa esposizione, consistente in duecento immagini erotiche provenienti dalla collezione Alidem e datate dalla fine dell’Ottocento fino ai primi anni ’60 del Novecento, è proprio il concetto della photo trouvée, la foto intima, scattata dal proprio amore – non importa se a pagamento o per amore, per la vita o per una sola notte – all’interno di un gioco allegro e privato: molte delle ragazze ritratte vestite solo del loro filo di perle, o affacciate a seno nudo al loro balcone, o ancora stese in poltrona mentre leggono non sono modelle e non avrebbero mai immaginato che qualcun altro, oltre al fotografo, avrebbe visto i loro corpi così gioiosamente esposti.

D’altronde, posare nude è un atto relazionale: ci si spoglia sempre per qualcuno e, spogliandosi davanti a un obiettivo, si autorizza quel qualcuno a andare oltre alla nudità di cui gli si sta facendo dono, catturando l’ineffabile, imprimendo su pellicola ciò che è già indelebilmente impresso nella memoria. Posare nude per qualcuno vuol dire affidarsi a lui, esporsi, coinvolgerlo nel gioco del coprire e dello scoprire, quel gioco sempre uguale e sempre diverso che è la base della seduzione. E se questo è vero nella fotografia erotica a qualsiasi livello, lo è ancora di più per la photo trouvée, dove le ragazze non sono modelle professioniste e il fine ultimo è quello di incantare, sedurre, stuzzicare.

Ma l’immagine – in particolar modo la fotografia – ha anche un’altra valenza, quella di essere testimone dei tempi: la fotografia erotica, che più di ogni altra deve essere appealing per eccitare e veicolare l’immaginario del suo consumatore, cambia così radicalmente con il cambiamento dei tempi, si popola ora di giradischi, ora di libri, ora di frustini e calze di nylon. Elementi di seduzione ancestrali come i capelli lunghi e le collane di perle si mescolano con le ultime tendenze di scarpe con il tacco 12 e scolare disattente; il concetto della sensualità, lungi dall’essere un elemento primitivo, animale, che parte dal basso del ventre, viene mostrato nel suo evolversi guidato dalle mode e dalle innovazioni, frutto di un meccanismo non privato e intimo come ci si aspetta, bensì sociale.

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Anonimo, Francia, circa 1950, Courtesy Alidem - l'arte della fotografia (6)

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Lui.

Il percorso espositivo proposto da Alidem, oltre a documentare e far vivere tutto questo, si mostra al visitatore con un’implicita malizia, spesso neanche poi troppo implicita: lo sguardo dell’osservatore viene polarizzato voyeuristicamente dalla piccolezza dei dagherrotipi e delle fotografie, piccoli spioncini invitano i fruitori a godere del privato dono che la posatrice sta elargendo loro, delle lenti di ingrandimento permettono, ad un tavolo luminoso, di osservare con scientifica morbosità i minimi dettagli scolpiti nella fisicità demodée di quelle che ormai, per noi nuove generazioni, appaiono già veneri consunte di un passato non troppo lontano.

L’elemento femmineo del dono, dell’offerta del corpo, dell’esposizione seduttiva si trova allora a intrecciarsi ineludibilmente con l’elemento maschile del voyeurismo, dell’osservazione quasi scientifica. In maniera paradossale, alla lente convessa dell’erotismo, l’unicità dell’esposizione ricompone gli archetipici opposti di femminile e maschile, yin e yang, il tutto all’interno di un ambiente che a noi, spettatori moderni, non sembra offrire quasi alcuno spunto erotico o di eccitazione fisica, ma solo un collegiale senso di curiosità socialmente sanzionato.

Non occorre specificare allora che la cosa più interessante della mostra è, forse, proprio il suo particolare rapporto con il pubblico, che passa dall’imbarazzo alla razionalizzazione, come se, progressivamente, una strana curiosità antropologica informasse la relazione estetica con quei malinconici documenti di un erotismo antico, goffo e, in ultima analisi, molto più furry.

Questo apre un’ultima considerazione: la sovraesposizione pornografica che tutti noi, maschi e femmine, subiamo più o meno passivamente si riverbera in qualche modo in un rapporto altero nei confronti del sesso. La dolcezza e il timido, infantile erotismo delle donne nella mostra non può che suscitare nel fruitore un senso quasi di intenerimento romantico, che poco ha a che vedere con l’eccitazione lombare. L’emergenza di una tale discrepanza nel nostro animo non è che l’ennesima perturbazione che la mostra ci offre, bussando contemporaneamente alla nostra testa e alla nostra pancia e ricordandoci, più o meno sottilmente, l’importanza del ristabilirvi un dialogo.

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Anonimo, Stati Uniti, circa 1950, Courtesy Alidem - l'arte della fotografia (2)

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