Testo di – DAVIDE PARLATO

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Si è conclusa domenica l’ottava edizione dell’Affordable Art Fair, l’evento fieristico che trova il suo proclama nel tentativo di democratizzare il mercato dell’arte. L’esposizione, raccogliendo opere provenienti da 85 gallerie da tutto il mondo, è di fatto mossa dall’iniziativa di avvicinare il pubblico non solo all’arte contemporanea ma anche al mercato dell’arte, esponendo pezzi da collezione che non superano i 6.000 €, estendendo quindi, almeno potenzialmente, il collezionismo verso una dimensione più aperta, sensibile alle tasche meno pesanti.

L’iniziativa, identificandosi pienamente in un evento di sensibilizzazione vera e propria del pubblico nei confronti della realtà artistica contemporanea, non manca poi di dedicare spazi dell’evento ai più giovani, le nuove promesse dell’orizzonte artistico attuale, individuati da giovani curatori in formazione presso CAMPO, il corso di curatela artistica promosso dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo in collaborazione con CRT.

Workshop, incontri ed eventi (anche per i più piccoli) hanno infine costellato la programmazione dei tre giorni. Non sono mancate infine presenze artistiche di riconosciuto spessore: il fotografo Galimberti in collaborazione con Christo, le serigrafie di Pistoletto, la pop art di Takashi Murakami e la street art di Mr Brainwash.

Ci troviamo, come spesso accade in ambiente milanese, di fronte ad un evento perfettamente confezionato, in grado di coniugare sia la sensibilizzazione del pubblico nei confronti delle forme artistiche più contemporanee sia nei confronti del mercato artistico, una coniugazione che trova la sua maggiore evidenza nei workshop specificamente ideato per parlare di economicità dell’arte.

Il passaggio educativo appare fondamentale in un’operazione di sensibilizzazione che, come intento ultimo, vede proprio l’estensione al grande pubblico dei giochi legati alla compravendita dei manufatti artistici, giochi troppo spesso relegati ad una dimensione intrinsecamente upper class che ha automaticamente escluso i ceti inferiori, contribuendo all’ampliamento di uno iato fra pubblico e artisti che si fa, progressivamente, sempre più largo.

In ultima analisi, iniziative come l’Affordable Art Fair possono apparire, sia in qualità di laboratori di sensibilizzazione collettiva che di vivai per i giovani artisti, degne di lode, protagoniste di un movimento top down che, ora come mai, cerca di coinvolgere nuovamente il pubblico nei confronti del mondo dell’arte. Abbiamo già avuto modo di lodare l’iniziativa alla base di operazioni simili.

Tirando le somme, però, ci si accorge ben presto di una fondamentale lacuna: l’aspetto educativo non può esaurirsi al coinvolgimento del pubblico alle dinamiche di mercato sottese alla macchina dell’arte contemporanea, in quanto ancor più basale sarebbe l’educazione al gusto.

Il vero motivo alla base dell’abisso che vieppiù va creandosi fra artisti e fruitori è dettato dal totale sopore del gusto, fattosi debole di fronte ad una cifra artistica sempre più evanescente, sempre meno accessibile, che porta l’arte verso derive stilistiche che spesso si risolvono nel design, o comunque in un qualcosa di troppo lontano dal pubblico perché lo possa apprezzare appieno.

Ci si trova allora nello scacco di somministrare al pubblico un’arte che sempre più finisce a darsi per scontata, persa nell’autoreferenzialità, con il rischio di lasciarlo sperso in una radura di oggetti, munito dell’unica mappa scritta nei caratteri dell’economicità.

Un tale movimento trova la sua pericolosità maggiore proprio in questo scivolamento consumistico che, in conclusione, considerando l’attuale ampiezza delle tasche del cittadino medio e il suo pesantore, corre il rischio di snaturare ulteriormente il concetto di prodotto culturale.

Affordable Art Fair potrebbe in tal senso rappresentare, assieme alle altre iniziative simili organizzate per il mondo, il contenitore di un cambiamento che passa per il processamento del contenuto artistico in una chiave di maggiore accessibilità, riducendo gli scarti di cui sopra e attaccando lo strapotere della critica.

Per poter avviare questo processo, e non trasfigurarsi nell’ennesimo fenomeno di tendenza, qualcosa di più in termini di formazione, sensibilizzazione, incontri reciproci dovrebbe essere organizzato, anche, possibilmente, portando gli artisti dalla loro torre d’avorio verso un contesto che, se ben sviluppato, potrebbe rappresentare una vera agorà del gusto artistico.

Allo stato corrente, l’iniziativa è molto buona ma davvero ci si chiede, ad un’attenta analisi, cosa il pubblico potrà portarsi a casa.

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