Testo di – LORENZO VERCESI

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C’è tutto l’universo nei chewing-gum / quando casca giù l’inverno travestito da fiorista” così incomincia una canzone dell’Officina della Camomilla. A proposito di questo libro, mi sembra una frase piuttosto azzeccata. A volte l’universo è racchiuso in piccole insignificanze di poco conto.

Jon Kalman Stefànsson è islandese e ha scritto libri tutti ambientati nella sua isola.

 Ci sono 960 chilometri d’acqua che separano l’isola dalle coste norvegesi, quelle che siamo abituati a chiamare le propaggini più settentrionali d’Europa. 960 chilometri d’acqua e chissà quanti di cielo. Laggiù l’inverno piove all’improvviso e si trattiene a lungo, ospite inatteso e affascinante allo stesso tempo. Sei mesi di buio, che vogliono dire sei mesi di notte, di oscurità, di contorni che svaniscono nell’uniformità dello sfondo. Sei mesi di freddo e insolita pace. Ma anche sei mesi di stelle, di luce celeste accesa nella volta quasi a fungere da conforto. Ve li immaginate sei mesi di cielo stellato? Noi che rimaniamo a bocca aperta ad osservare piccole code di luce pattinare per mezzo secondo nel cielo nella notte del dieci agosto o che ci scopriamo a contemplare rare scaglie di nottilucenza che la città concede soltanto qualche volta, come potremmo contenere dentro gli occhi la luce di sei mesi di stellami?

 L’Islanda dipinta da Stefànsson è un paese che cambia troppo lentamente, ma ha in sé un che di fioritura paziente, non frettolosa. Il suo è un microcosmo di piccoli uomini, piccole storie e troppa luce. Il cuore di Jon Kalman Stefànsson  questo lo sa bene; lui è la penna di questo mondo lontano e misterioso, attraversato da una sottile linea di magia. Non è un’isola gentile, a volte ti sputa addosso tutta la sua diversità, tutta la sua distanza oceanica dal resto del mondo.

Quella narrata da Stefànsson non è l’Islanda più conosciuta, quella della capitale, dei geyser e del crollo finanziario, ma è quella dei piccoli paesini, delle piccole ma grandi storie e della particolarissima ma al tempo stesso così simile alle altre umanità che li abita.

 Molti autori nordici raccontano un mondo velato da una certa amarezza, quasi un’inquietudine che si attacca al corpo e all’anima e non se ne va più. Del resto gli occhi cerulei sono troppo profondi per trattenere soltanto la luce e in questo paese del mondo di occhi azzurrissimi ce ne sono parecchi. È un’amarezza consapevole, di quelle che a volte appesantiscono le parole e le poesie di alcuni autori della grecità, deriva dalla durezza del freddo, dall’acume dell’inverno e dei suoi ghiacci pungenti. Gli antichi poeti islandesi ne trasudano, “il bel bosco è caduto, / il raccolto imbianca disseccato / e non cessa la lotta contro il Fato / tutto quello che dà gioia è ormai fuggito” così scrisse Hallgrìmur Pètrusson, poeta seicentesco, in una strofa de: “La bellezza del mondo svanirà”, poema citato in un capitolo del libro.

 Eppure, c’è anche spazio per la luce, per una fiducia quasi fanciullesca nell’universo, nelle cose, nelle vite che ciascuno conduce coi suoi piccoli passi di piccolo uomo. “Le lacrime son fatte come remi” recita il titolo di un capitolo del libro di Stefànsson, perchè è solo dopo un pianto che può iniziare un viaggio, partire è un po’ morire e per incamminarci dobbiamo tutti un po’ morire.

 “Luce d’estate ed è subito notte” è una piccola perla senza alcuna superbia. Al suo interno è un continuo alternarsi di momenti di poeticità molto elevata ad attimi di quotidiano, di umano, di terrestre. Potremmo dire che questo libro è luna e fango, esattamente come lo è l’uomo, piccola regione di carne che contiene un’anima di infinita luce. Tenero e struggente, disincantato e lucido, ma senza perdere il piglio da sognatore, poeta del cosmo e della strada, Stefànsson riesce ad essere tutto questo. Il suo periodare è breve e conciso, di quell’asciuttezza mai schietta, di una semplicità raffinata che non lascia spazio all’eccesso né all’autocompiacimento. Lasciategli il tempo di svelarsi per quello che è e difficilmente sarete in grado di staccarvi dalle sue parole, che sembrano come pronunciate in maniera dolce, ma decisa. Iperborea pubblica i suoi libri in un formato peculiare: verticale, sviluppato in lunghezza, perché le parole non scivolino via e non si facciano tentare dall’aggredire a morsi d’inchiostro il bianco delle pagine, così che resti quell’essenziale che gli occhi possano cogliere senza ingolosirsi d’inutile o di eccessivo. E se vi verrà voglia, un giorno, potrete farvi incantare anche voi da questo “inverno travestito da fiorista”.

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