TESTO DI – FILIPPO VILLANI

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Le elezioni americane hanno messo in discussione le radici della società occidentale per come la conosciamo da decenni, se non secoli.

Infatti per molti la loro portata storica risiede nell’aver attestato il definitivo balzo dalla modernità alla postmodernità: dopo le varie avvisaglie di cambiamento antropologico nel Secolo Breve a partire dal Sessantotto, sarebbe giunta finalmente la chiusura del Novecento con il sincretismo delle ideologie (basti pensare al policy mix promesso da Trump, un vero e proprio miscuglio tra le tipiche misure democratiche e quelle repubblicane), l’esaltazione assoluta dell’individuo oppure la spettacolarizzazione totale della Politica.

Tutti elementi sì importanti, ma che non possono essere compresi se non si risale ad una variabile in particolare, ossia l’evoluzione dell’Informazione negli ultimi 25 anni con l’ascesa di Internet.

A partire dalla diffusione pubblica del Word Wide Web nei primi Anni Novanta, una cascata di cambiamenti ha colpito prima il mondo editoriale e poi politico occidentale.

I principi neo-liberali del decennio precedente, accompagnati dalla sempre più affermata globalizzazione hanno favorito lo sviluppo tecnologico e l’ascesa della cosiddetta “New Economy”, che ha aperto il Nuovo Millennio con una vera e propria bolla speculativa a favore dell’economia del digitale.

Un settore che ha continuato a crescere per tutti gli Anni 2000, con incessanti miglioramenti performativi degli strumenti informatici ed una diffusione sempre più capillare.

Il vero cambiamento è giunto però attorno al 2005, con l’annuncio di Steve Jobs dell’invenzione dell’iPhone: telefono touchscreen concepito per uscire finalmente dal contesto professionale, ha avuto un impatto enorme sulla comunicazione.

Infatti il possesso sempre più di massa di smartphone ha permesso a molte persone di svolgere attività che un tempo si potevano compiere con strumenti diversi e meno portatili. Basti pensare all’editing di immagini e fotografie.

Inoltre, con l’accesso ad Internet: è comparso un nuovo mondo basato sulla connettività in ogni punto dello spazio e del tempo, senza più limiti. I giornali hanno cominciato dunque ad investire gradualmente in edizioni online, puntando su nuovi mass media in aperta concorrenza con la televisione.

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Ma a scompigliare le carte è arrivato Facebook, inventato anch’esso nel 2005 dallo studente universitario Mark Zuckerberg e divenuto popolare negli anni seguenti, contemporaneamente all’ascesa dei nuovi cellulari (se ancora così possiamo chiamarli).

Grazie a questi “movimenti tectonici” è nato quello che si è definito “Web 2.0”: una rete globale in cui chiunque disponga di un device portatile connesso può comunicare con un’altra persona tramite messaggi, chiamate, post su app o social media, nonché condividere immagini o pensieri personali. Questo in una sorta di “piazza digitale”, in cui i filtri sono quasi totalmente assenti ed è possibile esprimere la propria opinione su qualsivoglia argomento.

Una vera e propria eliminazione di ogni barriera sul fare informazione: anche se non si è giornalisti si può essere blogger, anche se non si sa alcunché su una tematica si possono fare tutte le speculazioni che si vogliono e vedersi lo stesso riconosciuti da masse intere di follower: l’importante è esporsi, parlare, esserci e dire sempre la propria in questo spazio virtuale senza limiti e che non ti può filtrare (e, quindi, fermare).

In tale contesto di disintermediazione non conta più la verità (o almeno la fondatezza) di ciò che si scrive, bensì la popolarità che si può ottenere e il frastuono che si può generare. L’unità di misura dell’autorità di un produttore di informazioni è il “Like”, nonché il numero di condivisioni e quindi la diffusione delle sue “notizie”: sono queste le nuove metriche del successo e della “grandezza” di un personaggio.

 

Un fenomeno che coinvolge milioni di persone, da anni, di cui vediamo le conseguenze soprattutto in questi mesi.

Infatti la qualità dell’informazione in Occidente sta notevolmente calando, come dimostra per esempio una ricerca congiunta della Northeastern University di Boston, dell’Università di Lione e del Laboratory of Computational Social Science del Centro Alti Studi Imt di Lucca, dal nome Collective Attention in the Age of (Mis)information. Effettuato su un campione di 2.300.000 persone in Italia durante la campagna elettorale del 2013, il report ha considerato un caso fabbricato ad arte di “troll news” concernente l’approvazione di una presunta legge voluta da un certo Senatore Cirenga per spendere 134 miliardi di euro per trovare un posto di lavoro ai parlamentari non rieletti.

L’esempio, seppur ristretto all’Italia, è andato efficacemente ad analizzare la facilità e la velocità con cui le bufale sui social vengono in generale condivise a partire da pagine di “informazione alternativa”, con conseguenze politiche praticamente imprevedibili.

Pertanto il sogno della democrazia liberale, fondato sul progresso della società grazie al benessere ed al sapere, si sta vedendo infranto dalle conseguenze di un’incontrollata orizzontalizzazione dell’informazione, acme della degenerazione della società occidentale provocata dai mass media pronosticata dalla Scuola di Francoforte.

 

Un fenomeno, la cui incarnazione più violenta a livello contingente è da rintracciarsi nel blog “Breitbart News”.

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Un esempio di titolo “urlato” proprio de Breitbart News

Fondato nel 2007 da Andrew Breitbart come sito d’informazione dall’impronta conservatrice moderata, con la sua morte nel 2012 la direzione editoriale è passata al businessman ed esperto di media Stephen “Steve” Bannon, che lo ha spostato su un assetto notevolmente più estremista. È diventato così casa per quella parte della Destra americana denominata “Alt-Right”, perché non allineata al conservatorismo liberale repubblicano: razzista, misogina, no-global, omofoba e antisemita, costituisce una cospicua fetta dell’elettorato di Donald Trump. Trump, che è stato supportato sin dalla candidatura alle primarie repubblicane proprio da Breitbart News, con notizie dalle immagini e dallo stile forti (seguendo i format iconografici e lessicali dei tabloid) e decisamente tendenti al mendace, poiché basate spesso su fonti non verificate oppure su pure distorsioni ideologiche. Eppure il blog, partendo da una condizione di puro stato underground, si è fatto presto famoso ed è risultato un fattore vincente per la campagna elettorale dell’outsider repubblicano, che ha infatti ingaggiato Bannon come campaign manager per gli ultimi mesi prima della vittoria e ora l’ha eletto a consigliere governativo.

Questo perché è riuscito e ha saputo sfruttare i punti nevralgici della società contemporanea, che a causa dei social media sta assistendo ad un ritorno dell’oralità. L’Occidente, fondato sulla capacità di astrazione e pensiero critico favoriti dalla scrittura (diventata centrale nella vita pubblica in epoca greca-classica e poi di massa a partire dall’invenzione della stampa nella metà del XV Secolo), sta tornando ad un contesto pre-alfabetico contraddistinto dall’oralità.

Non contano più le parole, su cui in passato si era abituati a riflettere teoreticamente, ma le immagini. A causa della velocità della tecnica e dei tempi dell’attuale sistema economico, oggi si guarda più all’impatto immediato della singola informazione senza più alcun fare analitico: non vi è più alcuna riflessione, se non un riflesso pavloviano. L’informazione si è fatta aggregativa, aggressiva, sensazionale, ridondante, stereotipata. Non ha più alcun aspetto pedagogico o affine alla parresia come arte di dire il vero: è mera riproduzione massificata di interpretazioni di fatti presunti, senza cura verso la loro attendibilità.

 

A questo punto sarebbe opportuno farsi una domanda dai contorni inquietanti: siamo proprio sicuri che il Novecento si sia chiuso definitivamente? Tutto questo è veramente così nuovo?

Forse, togliendo il forte individualismo post-Sessantotto e un alto grado di nichilismo, dovremmo essere ben lontani dal considerare come “nuovo” quello che sta accadendo.

Infatti proprio nel secolo scorso, dopo una crisi economica simile alla nostra e il primo conflitto mondiale, un esperto di comunicazione aiutava un candidato outsider di un Paese europeo in campagna elettorale, giocando sulla spettacolarizzazione della Politica, il sincretismo delle politiche economiche ed un forte nazionalismo dai connotati razzisti sulla base di credenze popolari di lunga data e risultato di forti tensioni sociali.

Una delle sue frasi simbolo era:

“Wenn man eine große Lüge erzählt und sie oft genug wiederholt, dann werden die Leute sie am Ende glauben.”/“Se si racconta una grande bugia e la si ripete abbastanza spesso, allora la gente alla fine vi crederà.”

Di chi è questa citazione sul potere delle bugie, che potremmo definire come “Lügenmacht”? Di Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich.

Un principio che ha a che spartire con un machiavellismo portato agli estremi, ribadito peraltro nel contesto contemporaneo da un altro personaggio con:

“Darkness is good”/”L’oscurità è una cosa buona.”

bannon

L’autore di questa dichiarazione è Steve Bannon (nella foto con l’attuale Presidente degli Stati Uniti).

 

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