Testo di – GIULIA BERTA

.

Perché devo vivere, se poi devo morire?

 

In un terribile e piovoso giorno estivo un ometto pieno di pacchi, pacchetti e pacchettini entra di corsa in una stazione ferroviaria, incespica e cade rovinosamente a terra. Inizia così L’uomo dal fiore in bocca, adattamento teatrale a cura di Gabriele Lavia di un breve testo di Pirandello. Il famoso attore e regista di origine torinese, grande nome nel panorama teatrale italiano già da svariati anni, sceglie di integrare l’atto unico del premio Nobel siciliano con parti tratte da altre novelle, tutte legate da un unico denominatore: la morte e l’angosciosa attesa di essa. L’Uomo dal Fiore in Bocca è nell’opera pirandelliana una sorta di Socrate della stazione ferroviaria, che prima aiuta l’Uomo Pacifico, disperato per essersi visto sfilare davanti il treno verso casa, a rialzarsi e a radunare tutti i suoi preziosi pacchetti, e poi lo coinvolge in un dialogo sempre più stringente e disperato, che via via scardina ogni ingenua credenza o convenzione sociale per svelare, in una vera e propria maieutica del nichilismo, la desolante rivelazione: l’uomo, come ci insegna Schopenhauer, è un animale metafisico, e in quanto tale la sua vita non è che una lunga attesa della morte.

Ma Pirandello è pur sempre Pirandello, e quindi non c’è, nell’ora e mezza di spettacolo, spazio solo per la disperazione fine a se stessa: l’Uomo dal Fiore in Bocca trova infatti anche il tempo di analizzare, con ironia graffiante e disillusa, i rapporti matrimoniali, il ruolo dell’uomo e della donna e la difficile convivenza tra i sessi, altro nucleo tematico molto importante nell’ottica dell’autore siciliano. L’Uomo Pacifico, un ometto semplice e sempliciotto, convinto che siano le donne della sua vita (la moglie e le tre figlie) la causa di tutti i suoi mali, si trova così con le spalle al muro di fronte alla dialettica acuta e cinica del suo misterioso compagno di attesa nella stazione solitaria: è pure costretto ad ammettere di non aver sposato una donna lavoratrice e emancipata perché non avrebbe mai accettato di diventare schiavo di sua moglie, salvo poi essere carico di pacchetti e pacchettini commissionati proprio dalla moglie.

.

uomo-dal-fiore-in-bocca-gabriele-laviamichele-demaria-ph-le-pera

.

Il dialogo tra i due uomini diventa così ben presto l’opposizione tra due piani della realtà, la superficie esterna, maschilista e materialista, della borghesia, e la tumultuosa sfera privata delle relazioni, con le piccole gelosie quotidiane e i rapporti di forza che pian piano mutano, tanto da far diventare ad un certo punto, con un piccolo paradosso grammaticale, l’uomo la marito e la donna il moglie: due entità nuove che hanno completamente perso il ruolo sessuale di maschio e femmina per l’altro, tanto che ormai alla coppia non resta che il farsi belli per uscire in società e farsi, perlomeno, ancora invidiare dagli altri, quegli “altri” che sono per gli annichiliti personaggi pirandelliani l’unica cosa che ancora conta.

E senza dubbio degno di nota è il fatto che Uomo Pacifico riesca a scardinare l’assurdo della sua vita solo grazie all’aiuto e al continuo suggerimento di un improvvisato psicoterapeuta ferroviario che ha però raggiunto l’illuminazione in un modo molto più drammatico: il fiore che l’uomo ha alla bocca altro non è che un epitelioma maligno e incurabile, che lo condurrà ben presto alla morte. Capiamo così, in un monologo finale struggente e indimenticabile, perché quest’uomo misterioso era in quella stazione ferroviaria: i treni verso città visitate e vissute in giovinezza, o verso mete esotiche e sconosciute, diventano così, seguendo un topos comune in Pirandello, un modo per ritardare la morte e per vivere – o immaginare, che poi è, per l’Uomo dal Fiore in Bocca, la stessa cosa – più vite contemporaneamente. Guardare i treni passare diventa un tutt’uno con visitare quei luoghi mai toccati, in un immaginifico dilatare il proprio tempo in più tempi e più spazi diversi: la stessa immaginazione che nella novella Il treno ha fischiato è per il Belluca fuga da una vita alienante qui diventa fuga da una morte incombente, fuga verso quella vita che l’Uomo dal Fiore in Bocca non vuole lasciare.

Ma il tempo dei nostri due avventori è finito e il visionario monologo, fatto di eterne montagne ghiacciate e potenti fenomeni naturali, di fronte ai quali la razza umana, i cui esemplari nascono e muoiono ogni giorno a migliaia, non può che sentirsi umiliata, viene soffocato dall’assordante rombo del treno, quel treno verso casa che il Pacifico Avventore ha già perso una volta e perderà ancora. Ma egli non avrà più compagnia nell’attesa del terzo treno: il temporale è finito, l’Uomo dal Fiore in Bocca ha concluso il suo compito e al povero signore oberato dai pacchi e dai drammi non resta che sedersi al buio della stazione vuota, a riflettere sulla distanza minima che separa i sublimi drammi esistenziali dell’uomo dalla meschina tragedia di perdere un treno a lungo aspettato per un soffio.

L’uomo dal fiore in bocca…e non solo, adattato, diretto e interpretato da Gabriele Lavia, è in scena al Teatro Carignano di Torino dal 22 novembre al 4 dicembre 2016.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata