Testo di – DAVIDE LANDOLFI

 

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Matangi è il quarto studio album della anglo-srilankese M.I.A. che si ripresenta sulle scene musicali dopo tre anni dal precedente Maya e dopo tutta una serie di travagli che hanno portato alla posticipazione del disco. Per spiegare, dunque, quello che realmente Matangi è bisogna fare qualche passo indietro.

La scarsa accoglienza riservata, da critica e pubblico, al precedente Maya (2010) deve aver demotivato, e non poco, l’artista britannica a tal punto da perdere lo slancio vitale e creativo necessari per la realizzazione di nuovo materiale. Motivazione ritrovata grazie ad alcune ricerche effettuate sulla dea indu della musica, e delle arti in generale, Mathangi, e grazie a una nuova e riacquistata spiritualità.

E sarà proprio questa nuova spiritualità a far precipitare i rapporti fra la cantante e la sua casa discografica, la Interscope. Accusata di aver proposto un disco troppo positivo e allegro, M.I.A. è stata costretta a rimettere mano al progetto per renderlo più scuro, negativo perché questo è quello che ci è stato proposto fin dagli esordi con Arular (2005). Insomma tutta questa allegria non deve essere piaciuta ai vertici della Interscope perché M.I.A. è sempre stata la rivoluzionaria per eccellenza, la sovversiva, la combattente, quella che non ha paura di spettinarsi e spettinare e quindi di risultare scomoda. Nulla è convenzionale e banditi i deboli di orecchie da qualsiasi produzione M.I.A.: che si tratti di Matangi, Maya, Kala o Arular.

Per carità, i fan della prima ora riconosceranno tutti i tratti distintivi di un’artista poco incline alle convenzioni, ma nella sua interezza Matangi si discosta dalle vecchie produzioni mostrando un aspetto più dolce e meno fuori dal comune. Un disco che disorienta, ma fino ad un certo punto: sicuramente un lavoro più digeribile, più pop e senza ombra di dubbio più ambizioso e più maturo.

Pregna della spiritualità della dea della musica Mathangi, questa quarta fatica musicale attinge melodie dall’apparato sacrale induista dove sacro e profano vengono mescolati in un’orgia di suoni governata da produzioni eccelse: The Partysquad, Surkin, Danja, Santigold, Hit-Boy, The Weekend.

Matangi è un’orgia di uomini indiani pronti a macchiare le vesti candide delle adepte della dea proprio sugli scalini del suo tempio, perché la crudeltà dei suoni rende il lavoro più immediato e forse anche più comprensibile.

Nella confusione e nell’indecenza di queste orge sacre si scaglia, potentissima, la furia della dea nell’intro di apertura Karmageddon: cadenzato, con un ritmo monotono e pesante introduce tutto il disco. Nulla sarà come prima.

Si spalancano le porte del tempio nella title-track MATANGI dove le influenze tribali, punjabi e i tamburelli vibranti e frenetici accolgono questa rinascita più allegra e positiva rispetto ai precedenti lavori, così come Only 1U, rap chiassoso condito da numerosi stop&go che mettono a dura prova l’orecchio dell’ascoltatore medio che sarà messo letteralmente k.o. nella tribale Warriors, dove l’impressione che si ha è quella di un milione di guerriere che gridano la loro opposizione contro il politicamente corretto.

Cambi repentini di ritmo anche nella strabiliante Come Walk With Me che strizza l’occhio a Charmless Man dei Blur e che riprende le tradizione induiste, così  come in aTENTion: un concentrato di world music dove ogni fine verso contiene la parola TENT. Ipnotica e irritante al tempo stesso.

Una M.I.A. totalmente inedita e matura in Exodus feat. The Weekend , dalle sonorità ammorbidite e dichiaratamente r’n’b che proseguono in Bad Girls, dove l’allure indù lascia il posto a influenze arabe, andando a confermare l’eclettisimo e la voglia di prelevare dall’immenso calderone di culture mondiali, e in Double Bubble Trouble sfacciatamente dancehall e urban, suona come una marcetta poco coinvolgente. Forse l’unico scivolone di questo Matangi.

Ritorna la M.I.A. più “pop” nella club-banger Y.A.L.A. (letteralmente You Always Live Again), sicuramente uno dei pezzi più catchy della sua discografia, ma questo momento così radio-friendly dura poco per poi passare al cyber rap di Bring The Noize che riprende i suoni spigolosi e difficilmente tollerabili del precedente Maya.

Chiudono il disco le più calme Lights e Know it Ain’t Right. La prima patinata e intrappolata in una dimensione sacra piena di echi tipici dei templi indiani, la seconda più sensuale e sussurrata, si tratta tranquillamente di una baby-making-song in puro stile M.I.A..

Ultima traccia del disco Sexodus feat. The Weekend che altro non è che un remix di Exodus, e rappresenta uno dei pochi casi in cui canzone originale e remix sono sullo stesso piano, anzi si completano.

Matangi è un disco agrodolce, di quelli che dividono il pubblico in chi grida al miracolo e chi al completo fallimento. La verietà di influenze e la ricchezza di generi che vi si ritrovano al suo interno dovrebbero bastare a soddisfare tutti i palati più esigenti come in un ricco buffet. Eppure questo non sembra essere sufficiente perché M.I.A. sfida ogni limite di sopportazione umana con soluzioni che stridono e irritano, ma che in ultima analisi funzionano.

Matangi perde forse in superamento della barriera del suono, quale era stato Maya, ma guadagna in maturità e mai in nessun’altro progetto si percepisce il bisogno urgente di mescolare e inserire tutto ciò che di mescolabile e inseribile ci possa essere nel mondo.

Voto: 8-

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