Testo di – DARIA PICCOTTI

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Palazzo Fortuny,

Venezia 8 marzo – 14 luglio 2014

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Passeggiando tra i mirabili arredi, i dipinti e i tessuti della casa-museo di Mariano Fortuny, il nostro sguardo è subito rapito dai magnetici occhi della bella Henriette Theodora Markovitch, conosciuta come Dora Maar (Parigi 1907-1997). Nota ai più come amante e musa di Picasso, fu lei stessa una grande artista e fotografa: scopo della mostra è far conoscere al pubblico la sua identità di donna e artista, svincolata dall’abituale accostamento al grande maestro.

Su progetto di Daniela Ferretti, direttrice di Palazzo Fortuny, Victoria Combalìa ha curato la prima esposizione italiana dedicata a Dora Maar, basata sull’omonimo libro da lei pubblicato nel 2013: grazie ai prestiti da parte di istituzioni pubbliche, quali il Centre Pompidou e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, e di collezioni private, è stato raccolto un corpus di oltre 100 opere, tra cui alcuni scatti fino ad ora inediti.

Con una scelta espositiva innovativa, parte delle opere sono disseminate tra gli arredi e i dipinti delle sale, creando l’illusione di imbattersi in foto di famiglia: si tratta di alcuni ritratti che la raffigurano, tra cui la preziosa solarizzazione di Man Ray, e i ritratti realizzati da Dora agli amici, tra cui i coniugi Eluard, il figlio e la moglie di Breton, Jean Cocteau. Entriamo così in contatto con l’entourage artistico della Parigi degli anni ’20 in cui Dora si formò: dopo l’adolescenza trascorsa a Buenos Aires per gli impegni lavorativi del padre architetto, tornò nella natia Parigi dove si dedicò inizialmente allo studio della pittura e poi della fotografia, su suggerimento del critico Marcel Zahar. Dopo i primi lavori in qualità di assistente in uno studio fotografico, dove conobbe Brassai, aprì un’attività indipendente in associazione con Pierre Kéfer, giovane di buona famiglia che aveva realizzato le scene per il film La caduta della casa degli Usher di Jean Epstein. Si occupò anche di foto di moda per numerose riviste, genere in cui si distinse grazie alla sperimentazione di tecniche quali la solarizzazione, il fotomontaggio e la sovrimpressione, di cui un esempio interessante è Bagnante, in cui i riflessi della piscina creano un motivo decorativo sul corpo della modella.

In quegli anni conobbe Man Ray, Emmanuel Sougez, fondatore della rivista L’Illustration, da cui ebbe preziosi consigli tecnici,  Cartier-Bresson, Paul Eluard, i fratelli Prévert, Louis Bunel e André Breton, che la avvicinò al movimento surrealista. La sua partecipazione alle riunioni e alle mostre del gruppo coincisero con il suo impegno politico in difesa delle classi umili, protagoniste del nucleo di fotografie di strada, esposte nella sala principale della mostra. Influenzata dalle tematiche e dalle tecniche impiegate dagli amici surrealisti realizzò composizioni dall’atmosfera onirica, qui esposte tra i curiosi oggetti da stanza delle meraviglie che campeggiano tra arredi e pareti. Impiegando le tecniche del fotomontaggio e del fotocollage creò una serie di accostamenti stranianti, in linea con le sperimentazioni dei surrealisti, volte a rivelare le pulsioni inconsce. In particolare si ricorda Ciechi a Versailles, fotocollage inedito che riunisce tutti i non vedenti fino ad allora fotografati da Dora: un compendio del tema dello sguardo e della sua negazione mediante le palpebre chiuse, da lei prediletto e tipico della ricerca surrealista. Delicato e allusivo l’accostamento del Senza titolo (mano e conchiglia), imponente la Scultura in pietra vista da dietro, mentre risulta allusiva ed inquietante l’atmosfera rituale del fotomontaggio Nudo e candeliere. Alle suggestioni surrealiste appartiene anche un gruppo di foto accomunate dalla presenza di architetture monumentali come fondale per scene enigmatiche, ad esempio 29 Rue d’Astorg in cui una strana creatura antropomorfa aleggia su un trono sospeso tra arcate afflosciate, o la scena di Onirico, ambientata tra architetture classiche.

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La mostra prosegue poi in due sale interamente dedicate al’artista, una incentrata sull’ampio corpus di fotografie di strada realizzato in modo indipendente, l’altra sul rapporto con Picasso.

La prima sala, ampia e ben illuminata, presenta il nucleo fondante del lavoro della Maar come artista indipendente. Si tratta del gruppo di foto di strada, realizzate in Francia e durante il viaggio solitario che compì in Spagna nel 1933, da cui derivò un ampio reportage. Dora prediligeva i quartieri derelitti di Parigi, in particolare la cosiddetta “Zone”, bidonville del proletariato urbano, dove ritraeva con profonda umanità vagabondi e mendicanti, soggetti già trattati con distacco documentario da Atget e Cartier-Bresson e con crudezza da Brassai. Lo sguardo di Dora è invece pietoso, come in Donna e bambino alla finestra (1935), accostabile alla famosa Madre migrante di Dorothea Lange, talvolta velato di humour surrealista come in Niente elemosina. Voglio un lavoro (1934) in cui un signore elegantemente vestito mostra un cartello con la scritta “ho perso tutto negli affari”.  Una selezione di una decina di foto dal reportage in Spagna ci rivela il fascino del mercato della Boquerìa, dove le macellaie si acconciano i capelli sorridendo all’obiettivo, alcune bambine giocano su un banco, una vecchia vende giornali. Lo sguardo acuto della fotografa fu anche colpito dal Parco Guell di Gaudì, la cui atmosfera sospesa e incantata è catturata in Albero sotto gli archi del Parco Guell di Gaudi (1933).

Nel 1936 l’incontro con Picasso, presentatole da Eluard, segnò un momento decisivo nella sua vita personale e artistica: un amore appassionato e conflittuale, segnato dalle crisi di gelosia della donna, sofferente per le continue infedeltà dell’amante. Realizzò una serie di ritratti al pittore, il quale, a sua volta, la immortalò in numerose tele, tra cui Testa di donna (Dora Maar) (1939) presente in mostra. Di fondamentale importanza storica e documentaria è poi il reportage sull’evoluzione di Guernica, realizzato da Dora nel 1937: grazie al prestito di una selezione di 9 foto da parte del Centro d’Arte Reina Sofia, dove è conservato anche il dipinto, abbiamo la straordinaria occasione di vedere la genesi e lo sviluppo del capolavoro picassiano in ogni fase della sua ideazione.

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Negli anni seguenti, abbandonata ormai la fotografia per un definito ritorno alla pittura, il rapporto con il pittore si deteriorò sempre di più a causa dell’inasprimento del carattere della donna, profondamente segnata dai lutti familiari e dall’angoscia per l’invasione tedesca. Dopo l’ennesimo tradimento dell’amante con una giovane pittrice, nel 1945 Dora fu colta da una crisi psicotica che costrinse Picasso e l’amico Eluard ad affidarla alle cure di una clinica privata. Dora trascorse il resto della vita a combattere un’estenuante lotta interiore per superare l’abbandono: i mezzi impiegati furono la pittura e la religione, che la condussero a una vita solitaria e meditativa, foriera del cliché che troppo spesso la liquida come amante sofferente del grande maestro.

La mostra ha il merito di ribaltare il luogo comune facendoci conoscere una grande artista attraverso un percorso ben costruito e agevolmente fruibile, grazie a una scelta espositiva che ricrea un contesto intimo e familiare, corredato da un buon apparato esplicativo in sala e da un catalogo completo e ben costruito, edito da Skira.

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