Testo di – GIUSEPPE ORIGO

 

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Di fronte a un film come La mafia uccide solo d’estate ogni forma di retorica puzza di assoluta stupidità, anche una recensione.

Pif, il testimone, sceglie, per raccontarci la mafia, di abbandonare ogni qual si voglia forma di celebrazione, ogni sbrodolio, alternando la genuinità di una narrazione basata sull’ alternarsi di quella comicità semplice e mai eccessiva, che già lo rese celebre nell’ encomiabile serie di documentari “il Testimone”, con vere e proprie pugnalate emotive mai esplicitamente votate alla lacrima fine a se stessa ma piuttosto a lasciare l’amaro in bocca: lo stesso amaro assaggiato dal piccolo Arturo, giovanissimo protagonista palermitano della vicenda, fan sfegatato del presidente Andreotti, quando scoprì che il suo beniamino, dopo tutto,  degli amici degli amici non sapeva davvero tutto e anzi, forse fingeva di non sapere.

La mafia uccide solo d’estate è la storia di un giovane siciliano e della sua vita, dall’ innocenza della prima infanzia all’ età della ragione, accompagnata dalla sola grande costante della mafia, compagna di vita di ogni palermitano, ma presenza forzatamente silenziata perché “è come un cane, non ti fa niente se lo lasci in pace” che, libera e indisturbata, cresce in un’ escalation di violenza e morte, complice dell’ omertà e dell’ ipocrisia.

In parallelo con Arturo cresce tutta Palermo, che omicidio dopo omicidio, “scopre di avere la mafia”, fino all’ apoteosi di Capaci e via D’Amelio, con cui detonò anche la “pazienza” dell’ opinione pubblica, infiammata finalmente in un solo grande coro di ribellione e protesta.

Il film è la storia di una città che sa ma che non vorrebbe sapere, la storia delle scuse e delle menzogne autoimposte: è una vicenda cruda e spietata, addolcita solo in parte dall’abilità di un regista brillante che sceglie di donare all’ astante uno zuccherino di genuina comicità prima di ogni stoccata di realtà, rendendo il tutto ancora più difficile da digerire. Novanta minuti che scorrono agili lasciandosi comunque un profondo solco di sgomento alle spalle, alla mercè dello spettatore.

Non è certo scuola di recitazione, anzi, spesso sembra sia ricercato, apposta, l’effetto “recita delle scuole medie”, forse per aumentare ancora di più l’effetto ossimorico con la difficoltà dei temi trattati, lungo la parabola ascendente della storia di Cosa Nostra, del mostro Salvatore Riina e dell’ anti-eroe Giulio Andreotti.

Un modo di fare cinematografia di cui, anche sforzandomi, non riesco a fare esempi, in cui comico e tragico, adulto e bambino, sorriso e lacrima si amalgamano alla perfezione ordendo la trama di uno splendido prodotto fedele alla brillantezza mostrata da Diliberto già nelle puntate de “Il testimone” ma finalmente concretizzatasi in un lungometraggio di magistrale fattura.

La mafia uccide solo d’estate è un invito a ridestarsi e meditare su una storia sempre troppo attuale, a prendere ogni singola targa memoriale e ogni singolo ritaglio di giornale e succhiare avidamente da essi ogni singola goccia di consapevolezza storica, nella ricerca dello scopo ultimo di non chiudere più gli occhi innanzi all’ orrore, di cercare i proiettili insanguinati dentro all’ iris, di “imparare a riconoscere il male”.

1 risposta

  1. Alice

    Molte scene mi sono sembrate citazioni o comunque rimandi a “La vita è bella”. Non vuole essere una critica negativa, anzi, è segno di una grande cultura cinematografica, visto che comunque non è per niente facile citare Benigni senza scadere nella banalità. Bellissimo film!

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