Testo di – DAVIDE PARLATO

 

In occasione del centennale della nascita del Suprematismo russo, la GAMeC (Galleria di Arte Moderna e Contemporanea) di Bergamo ha inaugurato nei suoi spazi espositivi un’interessantissima retrospettiva sull’opera di Kazimir Malevič, teorico e interprete della grande corrente russa di arte totale. Curata da Evgenija Petrova (Vice Direttore del Museo Russo di Stato di San Pietroburgo), e Giacinto Di Pietrantonio ( direttore della GAMeC), la mostra si pone in una prospettiva di analisi critica e storica rispetto alla produzione dell’artista: le circa settanta opere di Malevič sono articolate in una sequenza diacronica di saloni che ospitano anche produzioni artistiche di contemporanei dell’artista, il tutto volto a favorire una visione d’insieme non solo della ricerca artistica di Malevič ma anche di come questa si è snodata attraverso il complicato periodo storico in cui sbocciò e maturò – la rivoluzione russa e lo stalinismo.

Kazimir Malevič è di fatto un esempio lampante della criticità del rapporto fra artista e Stato (in questa sede inteso nella sua accezione sovietica). Il supporto e la condiscendenza che il governo russo offrirono in un primo momento all’artista e le strettoie imposte in un secondo momento all’arte in genere dai dettami dispotici del regime stalinista di certo influenzarono lo stile e la ricerca di Malevič. D’altro canto la storia che traspira dalle tele della GAMeC – emergente dal confronto con le opere dei contemporanei e connazionali – è quella di un artista forte e determinato, che fino alla fine ha sfidato – nel limite del possibile – le imposizioni dell’autorità statale, proseguendo lungo un percorso evolutivo di certo tortuoso e sofferto ma mai piegato dalla sterilità propagandistica del Realismo sovietico.

Di ascendenza simbolista e impressionista, affascinato dalle avanguardie europee di Monaco e Parigi, Malevič afferma ben presto il suo intento artistico muovendosi dal cubofuturismo russo di Matyushin, Kruchenyk e Majakovsky sino alla distillazione della cifra artistica di cui fu fondatore e massimo teorico – il Suprematismo. Questa si impose presto in Russia, sulla scia della rivoluzione bolscevica e dei suoi ideali di rapido cambiamento e di lotta continua (già si può intuire come un’Arte che si poggiava su simili idealI non potesse aver respiro nel clima post-rivoluzionario stalinista). La supremazia cui il movimento rinvia è la supremazia dell’esperienza artistica ed estetica a prescindere dalla forma. È un’arte a-figurativa, in cui la forma naturalistica abdica ad uno sprezzante e fiero utilizzo delle forme geometriche elementari, primo fra tutti il quadrato. La rotazione del quadrato e le sue ulteriori trasformazioni geometriche danno vita a forme di vita artistiche che possiedono una forza interna senza pari, che colpisce con forza la tradizione figurativistica accademica e si sostanzia in un astrattismo con l’intento di aderire ad una pura esperienza soggettiva della realtà – qualcosa di simile perciò all’operazione artistica di Piet Mondrian nell’Europa occidentale. In questo astrattismo furente e suprematista la soggettività è una “creazione non-oggettiva”, lo “zero delle forme” di cui parla l’artista, in cui l’ab-strazione pro-duce (porta in avanti) le forme pure della realtà fenomenica. Il Quadrato rosso e il Quadrato nero costituisco in questo senso due opere di incredibile potenza.

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La geometricità e l’essenza decorativa delle forme di Malevič sembrano ritornare a quell’età aurea dell’arte russa (ed europea) per cui l’artista nutrì un profondo interesse e una profonda devozione – il Rinascimento. In particolare è all’iconismo russo che il pittore sembra ritornare, nella sua ieraticità ed evasione estatica dal reale, nel suo stemperare continuamente le forme umane in un motivo arcaico e primitivo di decorazione. “Lo schema della relazione fra natura e arte” scrive Malevič “ha raggiunto la propria fioritura nell’arte del Rinascimento. I maestri di quest’epoca raffigurarono l’uomo nella completezza delle sue forme, sia esteriori che interiori. L’uomo era unito ed era espresso il suo stato interiore.” In queste parole è leggibile un intero programma artistico, che sposa produzione ed astrazione al fine di ottenere una comunione sintetica fra esperienza interiore ed esteriore, così come accadeva nell’universo rinascimentale, in cui il microcosmo umano ricapitolava e conteneva il macrocosmo del genio naturale. La mostra mette in risalto le affinità fra l’opera di Malevič e le icone da lui stesso così adorate tramite il confronto interessantissimo fra queste due forme d’arte.

Con il progredire lungo il percorso espositivo il nostro viaggio temporale ci porta ad un periodo critico della produzione di Malevič, in cui il Suprematismo stesso viene superato in un progressivo ritorno alla forma. Questo ritorno si manifesta ora come un ritorno dal regno dei morti o da una grande rivelazione e le forme stesse sono rivelatrici. Ogni istanza di realismo sfuma in una ricerca ossessiva della perfezione e dell’armonia compositiva, le figure umane sono depersonalizzate e il pittore sembra con forza astrarre le geometriche forme pure suprematiste da una natura stratificata che ormai appare come uno scavo geologico. Siamo fra gli anni ’20 e ’30, Malevič comincia ad incontrare le prime diffidenze da parte del regime e la sua arte diviene un tentativo di mediazione fra la ricerca personale e le strettoie statali e al contempo fra la percezione pura e il contesto ecologico dell’esperienza estetica – una mediazione insomma fra realtà ideale e fattuale su più livelli di analisi. La Casa rossa o la Cavalleria rossa palesano questo movimento dialettico di ritorno ad un  naturalismo estatico e profetico: il quadrato emerge e si staglia dalla natura-orizzonte come una necessità fenomenica, i cavalieri piccoli all’orizzonte galoppano lungo il filo di un rasoio e un’inevitabile drammaticità. Le figure delle contadine russe proposta dal pittore, manichini senza volto e senza espressività, si distanziano così tanto dai dettami del realismo appoggiati da Stalin che si può parlare di Supranaturalismo per ciò che concerne questo periodo della produzione di Malevič.

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Abbandonato dallo Stato e oramai vicino alla fine, gli anni ’30 costituiscono per l’artista russo la culminazione di quel processo dialettico che partì dall’uomo per arrivare al quadrato e poi ritornare all’Uomo: l’arte rinascimentale diviene un’eminente fonte di ispirazione per Malevič e gli ultimi ritratti di se stesso e della moglie ritrovano in essa la plasticità e la spiritualità necessarie al compimento della sua ricerca. L’Uomo e la forma geometrica sono ormai una cosa sola e la figura umana si staglia da uno sfondo nero con immobilità statuaria ed estatica, avendo ormai raggiunto una perfezione divina e un’assimilazione totale fra mondo interno ed esterno.

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Un brillio opaco di muta e trasognata tristezza appare dagli occhi degli uomini ritratti – la tristezza di un artista abbandonato a se stesso da uno Stato postrivoluzionario che trovava scomoda la sua intima profonda e veracemente costante portata rivoluzionaria.

Questo doppio percorso (artistico e intimo) è possibile vivere fra le sale della GAMeC. L’esposizione, aperta dal 2 Ottobre al 17 Gennaio 2016, è assolutamente da non perdere.

Per ulteriori informazioni per orari e costi dei biglietti si rimanda al sito: http://www.gamec.it/it/mostre/Malevič

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