Testo di – GIUSEPPE ORIGO

 

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Zack Snyder e Superman, due leggende terribili avvolte entrambe da una densa cortina di sfiga.

Il primo è un regista geniale, autore di alcuni dei più impeccabili capolavori estetico-cinematografici degli ultimi 10 anni, studioso dell’ immagine e feticista dell’iconografia cristiana, conservatore illuminato, cattolico fino al midollo ma mai dovutamente apprezzato dal grande pubblico che, forse incapace di coglierne il perpetuo leitmotiv filosofico-estetico sotteso a ogni fotogramma delle sue pellicole, le ha sempre bollate come “kitsh”.

Il secondo, indistruttibile Kriptoniano, diventato, col susseguirsi dei naufragici e imbarazzanti tentativi registici che ne hanno tentato la trasposizione su celluloide, lo spauracchio hollywoodiano del “non cinematografabile”.

Il cineasta di Green Bay è rimasto sempre stranamente non compreso tanto da una critica miope e ottusa quanto da un pubblico ignavo, e il mio pensiero è che la cosa sia stranamente frutto della sua stessa volontà: iconografia biblica onnipresente affiancante estetiche nazionalistiche e filosofie teologico-niciane formano, in ognuna delle sue pellicole, una maglia di significati e un mosaico artistico-ornamentale  costantemente nascosto dietro a vicende, in apparenza, molto easy e a personaggi stereotipati dallo stesso olimpo dell’ intelletto, che siano le succinte e procaci protagoniste di Suckerpunch, gli omo-spartani dai fisici oliati di 300 o i supereroi del sublime Watchmen (o del caso in analisi). E così chi va al cinema a mente leggera con l’intento di vedere figa e esplosioni rimane tanto perplesso quanto i critici snob del lunedì sera affamati di para intellettualismi e disorientati dalle ambientazioni pacchiane.

Snyder è scuola di cinema ed estetica dell’immagine, oltre che uno dei pochi intellettuali di destra che, come il danese Von Trier, hanno scelto di fare della macchina da presa il loro pennello per affrescare capolavori ideologici e viaggi nella condizione umana.

Il 33 enne (aspetta, aspetta…dove ho già sentito di uno con la stessa età…) Klark Kent, impersonato da uno statuario Henry Cavill,  affronta il peso dell’ essere “figlio di dio, fatto discendere fra noi uomini” (ah…già…) per “la rimessione dei nostri peccati” ecologici, la cui conseguenza sarebbe un destino analogo a quello della società Kriptoniana, Babele postmoderna, innalzatasi troppo e vittima dell’inesorabile crollo (per la cronaca: negli USA il film sta venendo proiettato gratis in molte chiese, “è un film che permette di avvicinarsi al Vangelo”).

Pare che la Warner Bros, casa di distribuzione dell’opera, abbia, giustamente e abilmente, scelto l’inedito canale della fede per la distribuzione e la promozione del film: sono state inviate di fatto a molti capi e opinion leaders religiosi, in accompagnameno a copie della pellicola, trascrizioni di un sermone  del professore alla Pepperdine University e teologo Craig Detweiler, nel quale sono esaltati i valori di cui il nuovo Superman Snyderiano si fa portatore, ovvero quel parallelismo fra la sua vita e quella di Cristo.

“Tutte le comunità religiose sono spesso descritte con ciò contro il quale si scontrano. Con un film come Man of Steel, questa è una possibilità per celebrare un film che sostiene la speranza e il sacrificio”

Ogni personaggio trova un corrispettivo attoriale ottimale in questa cine-trasposizione e durante i primi piani di tre quarti del già citato ti accorgi di non guardare un attore ma un supereroe in carne ed ossa, e così il monoespressivo Kevin Costner trova finalmente una dimensione a lui agile, quella dello sfigatissimo San Giuseppe di turno il cui costante cipiglio ne evidenzia la solennità e la “diligenza del buon padre di famiglia”.

Il cattivo è cattivo come cattivo è l’uomo che, sempre più a fondo, sta spingendo il pulsante di autodistruzione del suo stesso pianeta, Lois Lane è una giornalista, cazzo, non una fotomodella, quindi è figa, ma non troppo e Russel Crowe si è finalmente lasciato alle spalle la massa lipidica de “L’uomo coi pugni di ferro” di RZA ritrovando parte del fisico gladiatoriale, almeno abbastanza per scivolare agilmente nella sua tutina in spandex da kriptoniano senza sembrare un cotechino.

Tutto, come il marchio Snyder vuole, è studiato come ingrediente per la dimensione estetica del film perché, come sempre nelle sue opere, a farla da padrona è quella fotografia che, un po grazie al giusto filtro camera e un po grazie al taglio solenne della ripresa, fa di ogni fotogramma un poster a se stante, e persino i numerosissimi combattimenti non perdono, per neanche un secondo, il ritmo dell’ eleganza globale.

Sempre dal mutiverso DC, da Gotham-Batman-City, arrivano produttore esecutivo e sceneggiatore d’eccezione, rispettivamente Cristopher Nolan e David S. Goye e, non ultimo, l’immenso Hans Zimmer, ormai affezionato a casa Warner, compone per l’ occasione una maestosa sinfonia che completa il mosaico enfatizzandone la sacralità.

Man Of Steel non è una birra da bere fredda a cuor leggero, con gli amici a compiacersi di bollicine, figa, effetti speciali, botte da orbi… è la sintesi del cinema targato Snyder, un liquoroso bicchiere di meditazione e ricerca, da vedere con gli occhi di chi non ha semplicemente sete, ma desidera cogliere ogni singola nota di un aroma sublime.

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