Testo di – LUCIA PIEMONTESI

 

Manto fu, che cercò per terre molte; / poscia si puose là dove nacqu’io; / onde un poco mi piace che m’ascolte …”: sono questi i versi con i quali Virgilio inizia il racconto della fondazione di Mantova, sua città natale, nel canto XX dell’Inferno della Divina Commedia. Tra gli indovini della IV Bolgia dell’VIII cerchio,  la guida di Dante indica Manto, con lunghe trecce che le coprono il petto. Virgilio racconta che dopo un lungo vagare, alla ricerca di luoghi solitari per esercitare le sue arti magiche e divinatorie, si stabilì in una terra in mezzo alla palude, incolta e disabitata, che divenne in seguito alla sua morte il cuore di Mantova.

La città si appresta a diventare capitale italiana della cultura 2016 e si respira una grande vivacità e un gran fermento tra i ponteggi degli edifici storici in restauro: si sta preparando a presentare sotto un nuovo aspetto i segni della sua storia e del suo passato.

Non lontano dall’isola su cui sorse Mantova, si trovava un’altra isola denominata sin dal medioevo Teieto, collegata con un ponte alle mura meridionali della città. Il suo nome fu ben presto abbreviato in Te e l’isola, verdeggiante e tranquilla, divenne il luogo di villeggiatura privilegiato della famiglia Gonzaga. Qui infatti Federico II Gonzaga commissionò al pittore Giulio Romano la ristrutturazione delle scuderie, che si trasformarono nell’attuale Palazzo Te. Il palazzo aveva la funzione specifica di ospitare personalità di spicco che soggiornavano come ospiti della famiglia Gonzaga. La raffinatezza e l’eleganza del palazzo sono rappresentate da fregi ed affreschi ispirati alla mitologia e alla letteratura classica: oltre alle consuete rappresentazioni delle Muse o delle imprese della famiglia, spicca su tutte la raffigurazione di alcuni degli episodi delle Metamorfosi di Ovidio. Il poema epico-mitologico di Ovidio, concluso poco prima dell’esilio dell’8 d.C., ha raccolto, reso celebri e trasmesso ai posteri svariate storie e racconti mitologici dell’antichità greca e romana. Una delle sale è interamente dedicata alla vicenda di Amore e Psiche: da un ottagono della parete sud, Venere trionfante su un carro trainato da cavalli indica al figlio Amore la mortale Psiche, dalla bellezza eguale alla dea. Da questo incipit si dipana la storia della giovane, costretta a sottoporsi ad una serie di prove, prima di ricongiungersi al misterioso amante che la fa visita tutte le sere, senza che Psiche possa scorgerne l’identità nelle tenebre notturne.

Palazzo Ducale conserva un gioiello di pittura del periodo umanistico-rinascimentale, l’affresco a soggetto cavalleresco Torneo-battaglia di Louvezerp. Dipinto tra il 1436 e il 1444 dal Pisanello, il soggetto dell’affresco è tratto da Le roman en prose de Tristan: Ginevra e Lancillotto combattono alla presenza di Ginevra e Isotta per partire in seguito alla ricerca del Graal. Molti cavalieri sono già stati sconfitti e la battaglia sta volgendo ormai al termine: i corpi dei cadaveri sono rappresentati scomposti, secondo il gusto tardo-gotico di accostare raffigurazioni aristocratiche ed eleganti ad elementi grotteschi. La scena, incompiuta, si estendeva lungo tutte le pareti nell’illusione di annullare gli spigoli e le figure erano semplicemente accostate, senza alcun centro focale e con dilatazioni in tutte le direzioni. La mancanza di un criterio unificatore crea un effetto “caleidoscopio”, nonostante ogni frammento venga analizzato e riprodotto con attenzione analitica.

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Altro capolavoro del Palazzo è la Camera degli Sposi, o camera picta, di Andrea Mantegna, dove le vicende della famiglia Gonzaga vengono illustrare con perizia e magnificenza, investendo tutte le pareti della sala. La narrazione ha come raccordo tra le diverse scene elementi decorativi e ornamentali, mentre sul soffitto fa capolino il celebre oculo, che lascia intravedere uno squarcio di cielo e da cui sporgono personaggi e animali di varia foggia. La vividezza dei colori e la linearità del tratto incantano lo spettatore che non sa dove far riposare il proprio sguardo.

Il Teatro Scientifico di Mantova, o Teatro Bibbiena dal nome dell’architetto Antonio Bibbiena, risale al Settecento ed è un rifacimento del teatrino cinquecentesco preesistente: colonne, nicchie e loggiato creano un’atmosfera magica, teatrale e sospesa. Il pianoforte al centro del palcoscenico invita gli spettatori a calarsi in un mondo di luci, ombre, suoni e parole immaginari e immaginati, che riempiono il vuoto e la vastità della sala.

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La Torre dell’Orologio e Palazzo della Ragione in Piazza delle Erbe ospitano in occasione di Expo 2015 il Museo della Follia, progetto curato da Vittorio Sgarbi e visitabile fino al 10 gennaio 2016. In un vero e proprio labirinto, si snodano le oltre 200 opere di Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi. La parte però, a nostro avviso, più interessante è quella che si occupa degli “irriducibili”, come Sgarbi definisce i folli. Diversi sono i materiali che compongono il Museo: da oggetti di vita quotidiana a fotografie, da testimonianze scritte ad interviste a malati psichiatrici detenuti in carcere, dipinti su tela a sculture. Lo spettatore è investito da un carico emotivo e sentimentale di grande forza ed impatto: per chi è più facilmente impressionabile, è certo un atto di coraggio accostarsi ad una realtà dolorosa e spesso sconosciuta come quella di chi soffre di disturbi psichici. Sicuramente un atto dovuto di onestà nei confronti della verità.

Mantova offre un percorso di arte e storia che percorre e attraversa trasversalmente i secoli, dal medioevo all’Ottocento per arrivare alla modernità dei giorni nostri, in attesa di mostrare il nuovo volto nel 2016.

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