Testo di – CAMILLA ABBRUZZESE

Gabriel Garcia Marquez

Fermina Daza era in cucina ad assaggiare la minestra per la cena, quando udì il grido di orrore di Digna Pardo e il baccano della servitù e poi quello del vicinato. Buttò via il cucchiaio per assaggiare e cercò di correre come poteva col peso invincibile della sua età, gridando come una pazza pur senza sapere ancora cosa stava accadendo sotto le fronde del mango, e il cuore le si frantumò quando vide il suo uomo supino nel fango, già morto in vita, ma che resisteva ancora un ultimo minuto al colpo di coda della morte affinché lei avesse il tempo di arrivare. Riuscì a riconoscerla nel tumulto attraverso le lacrime del dolore irripetibile di morirsene senza di lei e la guardò per l’ultima volta per sempre con gli occhi più luminosi, più tristi e riconoscenti che lei gli avesse mai visto in mezzo secolo di vita in comune, e riuscì a dirle con l’ultimo respiro:
«Solo Dio sa quanto ti ho amata.»
(L’amore ai tempi del colera, Gabriel Garcìa Màrquez)

Il mondo sudamericano si è fermato ieri in una sera del 17 Aprile 2014,  per dare addio a Gabriel Garcìa Màrquez, premio Nobel per la Letteratura nel 1982 ed egregio narratore di storie provenienti da quel cosmo contraddittorio e caleidoscopico qual è la Colombia e i suoi paesi confinanti.

Oggi la notizia riecheggia nelle più importanti testate di tutto il mondo. È morto ieri, a 87 anni, in un ospedale a Città del Messico, in seguito all’aggravarsi di una polmonite, nonostante le sue condizioni di salute fossero precarie già da qualche tempo.

Dopo Miguel de Cervantes, “Gabo”, così come veniva soprannominato, è da considerarsi colui che ha ridato vita ai popoli del Sudamerica ponendoli come protagonisti di storie intense, vissute, acerbe, ma sempre riuscite. Màrquez aveva dell’oro nella sua penna, lo stesso con cui ha osservato per anni il continente in cui ha vissuto e che con estrema audacia e maestria ha saputo riversare in parole dentro ai suoi scritti. Se c’è un modo di viaggiare restando fermi, è attraverso le righe dei suoi libri: pagine dense di colori, di sfumature, di rumori, di sapori, di inclinazioni dell’animo umano, di espressioni del viso colte appena per essere descritte.

Alla carriera di scrittore, per la quale verrà sempre ricordato in tutto il mondo, si affiancavano quelle di giornalista e critico dei primi anni di attività, successive agli studi di giurisprudenza, in cui riecheggiava lo stampo hemingwayano. Da non dimenticare anche il suo vivo interesse per il cinema: prediligeva quello italiano e francese, contro gli stereotipi statunitensi, disprezzati anche in altri campi (“Preferiamo una tomba in Colombia che una cella negli Stati Uniti”, cit.).

Màrquez si è fatto poi protagonista di numerose partecipazioni attive alla vita politica del paese, mettendosi al fianco della cittadinanza in onore di valori come libertà e giustizia sociale e al servizio del tanto agognato socialismo reale. Ritornano spesso nelle sue opere le allusioni simpatizzanti al regime di Hugo Chavez in Venezuela, ed era inoltre amico di Fidel Castro, che a sua volta lo stimava come scrittore, così come anche non hanno mancato di fare negli Stati Uniti, a partire dal presidente Obama in persona.

Garcìa Màrquez è quel tipo di scrittore capace di descrivere un attimo in una trentina di pagine, e senza annoiare. Sarebbe capace di fermare nell’aria il librare di una freccia scoccata da un arco, se gli venisse chiesto. Con una padronanza della lingua e uno stile talmente sofisticato e barocco, per così dire, da risultare se non altro geniale. Non è facile leggere un suo libro: non è una lettura estiva sotto l’ombrellone, né il libro da comodino se non si riesce a prender sonno. I libri di Màrquez sono viaggi e perlustrazioni in ogni animo umano, e, in quanto tali, necessitano di momenti in cui essere gustati e goduti, momenti adatti solo a loro, senza intercedere in altri passatempi.

È difficile paragonare Màrquez ad altri scrittori, anzi sarebbe del tutto inutile, possedendo egli un’arte mirabile e preziosa, che sapientemente ha saputo sfruttare in ogni sua opera. Se viene ricordato principalmente per “Cent’anni di solitudine” (il bestseller che gli ha fruttato fior di lettori, appassionatisi alla storia della città di Macombo),  non bisogna considerare meno importanti le altre opere, di una bellezza disarmante, quali “L’amore ai tempi del colera”, “Cronaca di una morte annunciata”, “Dell’amore e di altri demoni”, “L’autunno del patriarca”, “Il generale  nel suo labirinto”, “Memoria delle mie puttane tristi”, e molti altri.

Le sue storie sono spesso intrise di quel realismo magico di cui si è fatto portavoce insieme ad altri grandi scrittori latino americani, come Julio Cortàzar, Carlos Fuentes e Mario Vargas Llosa. Nei suoi romanzi ritornano spesso le allegorie, le prolessi e le analessi, la poesia nella prosa, l’elemento soprannaturale, così come molte volte ci si trova a fare i conti con l’ineluttabilità del destino, l’eterno ritorno nietzschiano e l’amara consapevolezza della nostalgia che porta con sé il ciclico alternarsi di vita e morte.

Aveva sentito dire che la gente non muore quando deve, ma quando vuole…” ha detto una volta Gabo: e per andar incontro a quel destino che spesso ha cantato con le sue parole, non possiamo far altro che lasciare andare un gigante della letteratura, con la consapevolezza che l’arte, ancora una volta, sia riuscita a rendere eterna la memoria di un uomo.

 

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