Testo e Intervista di – GIUSEPPE ORIGO

 

martAS

 

Mi piace considerare i Marta Sui Tubi come il gruppo del passaggio all’ età “adulta”: non mi piacevano, al me stesso che iniziava ad accostarsi al cosmo della musica proprio non andavano giù.
Non capivo il perchè di quelle tante parole, non capivo come così tante note potessero stare in una canzone dalle sonorità troppo “pop” per il mio orecchio di adolescente punk-rock, preda di quel medioevo musicale attraverso cui tutti, un po’ come succede per i brufoli, transitiamo lungo la strada verso l’ età della ragione.

Poi son cresciuto, ho smesso di scrivere col bianchetto sullo zaino, e così come i brufoli son diventati barba quelle “troppe parole” si son mutate in poesia e le troppe note, diradatasi la nebbia ormonale dell’ adolescenza che ogni encefalo tarpa, si son rivelate per il virtuosismo folk che erano.

Son diventato grande e mi sono innamorato dei Marta Sui Tubi.

Origo. Siete dei nomadi on the road affezionatissimi all’attività live, avete girato in lungo e in largo la nostra Nazione con centinaia di date, dalle punte estreme delle calde spiagge della vostra Sicilia sino agli strumenti di ghiaccio della Val Senales. Dai palchi dei festival più importanti fino a piccole pedane di dimensioni più casalinghe. La prima domanda che volevo farti era proprio sulle Italie nell’ Italia: il senso di appartenenza alla dimensione locale è insito all’ italiano ma spesso, quello che può sembrare uno stereotipo, viene esaltato a livelli grotteschi e l’autonomia diventa separazionismo e fobia. Come, dei viaggiatori e ormai conoscitori di tutte le Italie nell’ Italia vedono questa cosa, quanta strada ancora manca per abbattere effettivamente tutte le barriere? è poi così diverso il suonare a Catania dal suonare ad Aosta?

Gulino. Dal punto di vista tecnico l’attitudine al fare in modo che tutto fili liscio e non ci siano imprevisti, e quindi la bontà della preparazione, è inversamente proporzionale alla qualità del caffè che si beve sullo stesso territorio. Se siamo in una zona in cui fanno il caffè molto buono, presumiamo che ci saranno problemi tecnici, dal tecnico che arriva in ritardo alla cassa che non funziona a interferenze varie. Se invece il caffè fa schifo di solito, va tutto bene. Speriamo sempre che ci sia una buona via di mezzo per tutto, visto che purtroppo ci sono delle aree del nostro territorio in cui non c’è una cultura e una scena musicale molto sviluppate.
Spesso i posti in cui andiamo a suonare non sono luoghi in cui si fanno esclusivamente concerti o concerti rock: sono strutture prestate ad altre attività. Pur dando il massimo, per colpe non tue, non riesci a dare un buon ascolto a chi ha pagato per venire a vederti. Ci sono delle zone dell’Italia con locali nel circuito indie e rock che sono molto preparati e su cui andiamo sul sicuro, se andiamo a suonare in zone dove manca l’attività live consolidata, spesso sorgono i problemi di sorta, tutto dipende dalle culture musicali delle singole fattispecie territoriali.

G.O. È giusto parlare di crisi del mercato discografico o quello a cui stiamo assistendo è solo un cambiamento di direzione? Quanto, secondo la vostra esperienza artistica, è importante l’attività live e quanto la vendita del prodotto discografico?

G.G. Ormai la vendita del prodotto discografico è equiparata a quella del merchandising: probabilmente guadagniamo di più dalle vendite delle t-shirt che dai dischi. Diciamo che la musica, da 10 anni circa, può vivere anche senza il suo supporto fisico.
Stiamo vivendo sicuramente una trasformazione profonda dal punto di vista dell’industria discografica e il cambiamento è molto rapido: basti pensare che fino a due anni fa non si parlava di streaming e adesso è un argomento che ha quasi l’esclusiva. Dal punto di vista economico ora non si può contare sulla vendita del supporto fisico per mantenersi. Bisogna invece puntare su un’attività live che sia il più credibile possibile.
Noi abbiamo deciso di fare così perché ci piace salire sul palco: è un completamento della nostra attività, non un modo per promuoverci in giro ma per far capire chi siamo. Ci puoi sicuramente ascoltare sul disco anziché dal vivo ma in questo ultimo caso la canzone non sarà mai uguale due volte di seguito. Diciamo che c’è una buona parte lasciata all’interpretazione nella nostra musica.

 

G.O. Con la progressiva chiusura dei grandi festival italiani sopravvivono ancora pochi esempi virtuosi di questa fattispecie artistico aggregativa (ricordo, ad esempio, il “Collisioni” di Barolo, dietro casa mia, sul cui palco vi ho visti suonare la scorsa estate). Perchè c’è sempre meno offerta in questo senso?

G.G. Offerta e domanda viaggiano insieme: se non c’è domanda non c’è neanche offerta. Purtroppo l’Italia deve scontare un gap culturale gigantesco: all’estero ci sono festival che attraggono centinaia di migliaia di persone, da noi non ci sono mai stati.
Abbiamo assistito ad alcuni tentativi, come l’Heinekein Jammin’ festival, però se la gente non va a vedere i concerti o non è disposta a spendere dei soldi per andare a vedere un concerto perché preferisce andare al ristorante o in discoteca o fare altro, noi non possiamo farci nulla.
Manca nella nostra cultura il piacere di passare una giornata in un prato e ascoltare tanta musica diversa, l’amore per la musica, e in particolare per la musica dal vivo.  All’estero ci sono festival in cui trovi i nonni con i nipoti perché anche a loro volta i nonni sono stati ragazzi e hanno condiviso gli stessi interessi dei nipoti ora.
Oggi è diverso: la nostra popolazione italiana è distratta da cose più cool e meno “salubri” dal punto di vista culturale. Però purtroppo non c’è nulla da fare, anche perché in Italia non ci sono mai stati grossi festival e la crisi degli ultimi anni ha solo dato il colpo di grazia.
Gli italiani poi ascoltano solo un genere di musica, non sono aperti ad ascoltare tanti generi diversi di musica e durante un festival devi avere il piacere e la tolleranza di ascoltare musica diversa, anche sulla quale puoi avere dei dubbi. Invece chi ascolta pop ascolta solo pop chi ascolta metal ascolta solo musica metal e così via, come se i diversi generi musicali fossero delle squadre di calcio… Gli italiani non apprezzano i musicisti, “tifano” per i musicisti e il tifo impone la contrapposizione per altri artisti e quindi la chiusura totale nei confronti del resto.

G.O. Nel 2004 avete ottenuto un importante riconoscimento come miglior gruppo indipendente del panorama Italiano ma adesso, con l’affermarsi dell’ “Indie” come genere si è un po’ perso il significato dell’ Arte Indipendente, ci rinfrescheresti la memoria e soprattutto, è importante per un artista mantenersi tale per poter esprimere al meglio il proprio concetto artistico senza vincoli di sorta?

G.G. Il concetto di “indipendenza” in realtà è una boiata colossale, non ha mai avuto senso perché tendenzialmente si indica come indipendente l’artista povero che ha pochi mezzi a disposizione, che non sceglie un suono perché crede in quel tipo di suono, ma perché quello che possiede gli consente solo di arrivare lì.
Se parliamo di gruppi indipendenti che hanno già una carriera musicale, allora di indipendente hanno poco, soprattutto se si intende la mancanza di contratti con le major: infatti anche noi abbiamo un contratto per quanto riguarda l’edizione e la distribuzione, ma questo non implica che ci possano essere interferenze con il nostro lavoro.
Quello è intollerabile e infatti siamo indipendenti per quello.
Il concetto di indipendenza quindi lascia il tempo che trova e rischia di diventare un calderone nel quale si raccolgono musiche completamente diverse l’una dall’altra sia per stile che per contenuti. Per farti un esempio anche i Negramaro sono considerati indipendenti perché incidono con Sugar, che non è una major, ma in realtà non c’è molta differenza tra Sugar e Sony.

G.O.trovo difficile catalogare la vostra musica sotto un genere, soprattutto dopo avervi sentito live. Non che le etichette siano indispensabili, ma ascoltandovi, oggi, mi pare di sentire un mix tra alternative melodico e folk molto schietto: quali sono le vostre ispirazioni musicali, se ci sono, italiane o straniere?

G.G. Noi non abbiamo mai voluto seguire o inseguire un genere musicale. Al centro del nostro lavoro ci sono le canzoni, con una fisionomia ben precisa alla quale noi cuciamo il vestito più adatto: a volte c’è bisogno di connotazioni più marcate, a volte solo accennate per cui l’arrangiamento può suonare rock, pop, elettronico. Sta a noi mettere la nostra capacità di arrangiatori al servizio delle nostre canzoni che vivono una vita propria.
Siamo soltanto dei sarti che realizzano un vestito per ogni canzone e se intendiamo per vestito un genere musicale, non riteniamo che debba essere sempre lo stesso.
In un pezzo possono quindi convivere jazz e folk, pop e metal: basta che l’importanza della canzone venga sottolineata al massimo.
Per quanto riguarda le influenze, beh le abbiamo avute altrimenti non avremmo fatto musica: l’’influenza è fondamentale per chi vuole fare musica ma non per forza deve essere musicale, può essere letteraria o venire da qualunque altro tipo di forma d’arte.
Musicalmente veniamo tutti da influenze diverse: io arrivo dal punk, dalla new wave fino a respirare il grunge, ma c’è anche chi ha ascoltato musica classica, chi ha influenze jazz, metal, alternative… Il nostro mondo è frutto di tutte quelle influenze maturate nel corso degli anni, ma cerchiamo sempre di non farci sopraffare dalle nostre influenze, di tenerle come a bada. Cerchiamo di elaborare noi qualcosa di originale perché noi stessi non sopportiamo di ascoltare musica che ricorda altro. Vogliamo essere quanto più originali possibili.
Dal punto di vista, invece, letterario io sono l’autore dei testi, delle parole, e la mia ispirazione viene da miliardi di artisti che leggo da sempre: potrei citarti Baudelaire, Henry Miller, Italo Calvino, Pirandello, Hemingway, Dostoevskij e, soprattutto nell’ ultimo periodo, Kafka…

G.O. concludiamo con la domanda di rito: quali sono i vostri programmi per l’immediato futuro? Tour, album… cosa succederà ai Marta Sui Tubi?

G.G. Abbiamo appena concluso una mini-tournée in Germania quindi ora abbiamo un po’ di lavoro da fare in studio per buttare giù dei pezzi nuovi da inserire nel prossimo disco… non so ancora quando uscirà, ma lavoreremo a pieno regime per produrre nuovi pezzi. Siamo ancora in quella fase in cui non possiamo dare date precise. Lasciamo tutto all’ispirazione.
Non credo riusciremo a far uscire un disco prima della fine del 2014 ma sicuramente torneremo a suonare in primavera.

giovanni-gulino-dei-marta-sui-tubi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata