Testo di – GIUSEPPE ORIGO

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Fabio Volo è sicuramente oggi di maggior qualità di Umberto Eco, vende di più.
Se domani eco tornerà a vendere più di Volo le cose si ribalteranno dal punto di vista qualitativo

[Andrea Diprè, Milano, Ottobre 2013]

 

Da Aristotele a Cartesio, da Locke a Berkley, da Kant ad Hegel, da Michele Santoro a Silvio Berlusconi la “qualità” è sempre stata tanto oggetto di studio quanto spartiacque autocelebrativo per distinguere ipotetici “meglio” e “peggio” in situazioni a rischio o di più o meno concreto/potenziale svantaggio. Mentre in passato il termine fu analizzato secondo i suoi possibili significati intrinseci oggettivi e soggettivi sulle cui basi fondare percezioni e idee, il pensiero moderno, vittima della sua stessa fretta e autoformatazione, sembra aver accantonato millenni di dibattito in materia bollandoli come meri verbalismi scolastici e insussistenti e privilegiando una pragmatica visione secondo cui il concetto qualitativo è rimasto legato a una sorta di consuetudine basata sui metacriteri borghesi del “buon gusto”, del “didattico/pedagogico” e del “retto”.

Tutto ciò sembra aver portato a una sclerotizzazione, a una stasi del concetto qualitativo, ormai incapace di modificarsi o plasmarsi secondo quello che è il normale ciclo evolutivo delle declinazioni umane in analisi e così, ai metacriteri sopra citati, pare vada ad aggiungersene uno in particolare: l’essere postumo. C’è più facilità ad identificare come qualitativamente “valido” un fenomeno (artistico/culturarle/comunicativo) passato che piuttosto qualcosa di attuale: così tanto l’arte figurativa che il linguaggio restano ancorati a vincoli stilistico/espressivi già stesi e dettati abbandonandosi a una para-stasi, perché uscirne vorrebbe dire “eccesso” e “bassa qualità”.

Si tende, peccando di ipocrisia, a non considerare che quel che è oggi “di qualità”, al momento concreto del suo palesarsi e/o concretarsi venne bollato come “pacchiano”, “di cattivo gusto” o “qualitativamente scarso”: pensiamo a Pollock, Van Gogh, al Punk in musica, a Allen Ginberg nella poesia… il fenomeno del “riconoscimento postumo” è innegabilmente connesso a un’ idea di qualità che, nel fenomeno artistico/mediatico, deve “necessariamente” essere o passata o “citante” il passato. Ottimo può qui essere l’esempio D’Annunziano: il primo libro di poesie dell’ autore venne di fatto pubblicato con lo pseudonimo Florio Bruzio e non ebbe successo alcuno, finchè lo stesso D’annunzio non fece circolare la notizia che Bruzio si era suicidato. Questo risvegliò l’attenzione di critica e pubblico che innalzarono il testo allo stato di “successo”.

Nel mondo mediatico/televisivo si tende ormai a bollare con una facilità tanto automatica da risultare grottesca ciò che è “di qualità” e ciò che non lo è: genericamente poi, questo concetto, va a coincidere con il prodotto “di nicchia” vedendo in quanto riesce a ottenere un buon successo in termini di seguito qualcosa di “commerciale”, quindi “non buono”. La necessaria contrapposizione del termine “commerciale” con il concetto di “qualitativo” è un fraintendimento legato alla naturale tendenza allo “snobbismo” del fruitore di cultura tipo che spesso, abbagliato da egocentrismi e “intellettualismi”, tende a dimenticare di fissare un metacriterio opportuno per il concetto di “qualità” prima di abbandonarsi al giudizio: perché ciò che piace non può, e in molti casi sembra non debba, essere “di qualità”? Non è forse anche l’ abilità di vendere o di piacere un criterio su cui fondare il giudizio qualitativo?

Lo status di “commerciale” o “di pubblico gradimento” è un target svincolato da un concetto di “qualitativamente inferiore”: asserire il contrario porta al rischio del peccato di superbia o di mera arroganza.

Di per se, la definizione di assoluti qualitativi è fallace: ne “La scienza della Logica”, Hegel definì la categoria della “qualità” come la più povera delle categorie, come viziata di una grave insufficienza costitutiva tale da superare anche quella connaturata alla stessa categoria di “qualità”. Di fatto se la qualità da un lato è atta a determinare gli aspetti delle cose che si differenziano proprio in base ad essa, dall’ altro questa sua caratteristica è talmente mutevole che risulta essere tanto determinata dalla fintezza da perdersi nell’infinito dei cambiamenti di qualità: perciò la categoria della qualità è totalmente inadeguata e incapace, nella sua più totale limitatezza, di darci la giusta visione della realtà caratterizzata dall’ infinito mutamento dialettico.

Forse quindi è di per se errato cercare di effettuare distinzioni qualitative, basate soprattutto su caratteri non assoluti quali eleganza, piacevolezza o intrinseco valore culturale e ciò che sarebbe più opportuno, specie in campo mediatico/televisivo, sarebbe definire una scala di valori mediati transitante tanto attraverso aspetti quali quelli appena citati, basati sulla mera critica soggettiva, che attraverso pragmatismi oggettivi quali risultati economici, costi/benefici e ascolti/vendite.

In questa ottica un prodotto blockbuster quale “Grande Fratello” o “X-Factor”, privo di qualsivoglia valore culturale (nell’ accezione classico/borghese del termine, attenzione però, anche questo non è un assoluto ma una valutazione basata su un giusto mezzo fra criteri oggettivi e opinioni soggettive) ma dall’ altissimo potenziale commerciale in termini di vendite/ascolti è, a conti fatti, di qualità/valore medesimo di “Che Tempo Che Fa” o “Super Quark” e le televisioni pubbliche generaliste possono tranquillamente essere accostate alle colleghe private, sempre rispetto ai medesimi canoni.

L’ avvento della “democrazia totale” della rete e del palco globale che costituisce ha portato un ulteriore fattore da considerare: l’assoluta libertà collettiva di esporre potenzialmente alla totalità del cosmo, e al suo conseguente giudizio, sé stessi e le proprie produzioni, superando l’ostacolo enorme del mediatore di professione, editore, gallerista o azienda televisiva che sia.

Così facendo il campo di battaglia della competizione di valore in campo mediatico è andato ad allargarsi includendo l’enorme calderone dei competitors “amatoriali” e ponendoli in una posizione di simil-concorrenza con gli insider classici del settore: youtubers, nuovi opinion leader telematici e bloggers si sono imposti improvvisamente come nuovi fenomeni mediatici, complici di ondate di successo più o meno transitorie e inattese, dettate, quasi sempre, dal mero ciclo delle mode.

Uno su tutti l’esempio cinquestellino di Beppe Grillo che, complice di una encomiabile campagna mediatica giocata grazie a una delle migliori manovre di marketing telematico che la storia nostrana ricordi, è riuscito, in occasione delle ultime elezioni politiche, a ritagliarsi una consistente fetta dell’ elettorato, portando a casa un risultato inatteso tanto per l’ opposizione (formata da insider professionisti affermatissimi del settore politico) quanto per sé stesso (totale novizio).

Certo la democrazia totale telematica costituisce un’ occasione di enorme potenziale nell’ ottica di una più completa libertà di poter combattere ad armi pari nella competizione per aggiudicarsi spettatori e uditorio ma, attenzione, è sempre indispensabile guardare una medaglia su entrambe le facce prima di poter azzardare un giudizio coerente: se da un lato è virtualmente possibile far sentire la voce di tutti con la stessa portata, dall’ altro è giusto notare che scema totalmente la tutela del messaggio, che non deve più necessariamente essere né “qualitativamente” di valore né non fallace/menzognero/ingannevole per poter essere diffuso.

In quest’ ottica aumenta enormemente la responsabilità del fruitore/spettatore che, qualora decida di attingere informazioni dal mezzo telematico, deve costantemente essere pronto a una fortissima analisi critica su ognuna di esse, tenendo sempre da conto la possibilità che queste non corrispondano e, anzi, siano in contrasto coi criteri qualitativi minimi accettabili, sia soggettivi che oggettivi.

In conclusione è giusto asserire che la triade qualitativa si componga di tre elementi fondamentali e inscindibili in sede di analisi qualitativa: il messaggio, il comunicante/creatore e lo spettatore/fruitore.

Ognuno di essi deve necessariamente essere sottoposto alla medesima analisi critica su merito e valori a 360 gradi basata su ogni metacriterio possibile (oggettivo o soggettivo) per poter esprimere giudizi pertinenti sulla sussistenza o meno della tanto anelata “qualità”, sebbene questa possa essere solo una virtù tanto poliedrica quanto futile.

1 risposta

  1. giacomo

    Articolo veramente interessante, è incredibile la capacità di condensare in un solo scritto tanta scarsità formale e superficialità culturale. Sembra che il nostro autore abbia cercato di farcire i pochi e precari concetti con un linguaggio incredibile, periodi infiniti, un costante bizantinismo che ha come unico risultato quello di fare capire ancora meno il messaggio (se presente) al masochistico lettore. Ci si dirà “concetti di un certo peso culturale vanno descritti con linguaggio consono”. Sacrosanto. Peccato che qui non sia così. Il lessico è spesso equivoco se non improprio. Si tratta esclusivamente di un’autocelebrazione del nulla, un modo per darsi un tono e far apparire a un lettore incuriosito che magari poco ne sa dell’argomento quanto sia competente e figo chiunque possa usare tutti questi paroloni. La cultura, in un mondo migliore, dovrebbe servire a rendere più semplici concetti complessi e in ogni caso ad essere al servizio della chiarezza messaggio, non ad alimentare l’ego e il narcisismo dello scrittore a tutto svantaggio del lettore e del contenuto del testo. D’altra parte basta andarsi al leggere il manifesto del Blog e si capirà che quest’articolo non è un caso. All’autore consiglio la carriera politica. Moltissimo fumo e pochissimo contenuto.

    Appunto il contenuto. Se la forma contribuisce a rendere faticosa e quasi irritante la lettura l’apice è raggiunto dal contenuto: è di una superficialità culturale impressionante. L’incipit può essere esemplare per tutto l’articolo. Si parte da una pseudo analisi della qualità. È chiaro per chiunque abbia studiato filosofa che il coinvolgimento immeritato dei sei poveri filosofi è totalmente senza senso. La qualità di cui loro parlano non ha niente a che vedere con il termine qualità usato dall’autore. Per loro, semplificando molto, significa categoria della qualità ossia tutto cioè che in una sostanza è ascrivibile al “supremo genere” della qualità, tutte le proprietà (fisiche) riferite a questo modo d’essere dell’ente, nel nostro caso la qualità (es. la figura, il moto, il colore, sapore etc). Nell’articolo è evidente che il senso è quello di meglio/peggio buono/non buono ossia un GIUDIZIO di valore che filosoficamente parlando è un altro pianeta. Affermare poi che la qualità sia usata per FONDARE le percezioni e idee è al limite della bestemmia filosofica :). Se proprio si citano i filosofi che almeno li si studino. Questa presentazione negativa non è che l’inizio. Sorvoliamo sulla totale contraddittorietà di scrivere “secondo i suoi possibili significati intrinseci oggettivi e soggettivi”, se un significato è intrinseco E’ oggettivo, sarei ad ogni modo curioso di sapere come un significato intrinseco, ossia che appartiene all’essenza stesa dell’oggetto(!!), possa essere soggettivo… mah misteri. È il perfetto esempio di scrivere giusto per allenare le dita. Alla fine però arriva il crescendo. Le ultime righe sono un capolavoro. Dato che il “background” del discorso è filosofico appena ho letto “pensiero moderno” e “verbalismi scolastici” sono stato naturalmente portato a interpretare questi attributi nel senso del lessico filosofico quindi a quei periodi che in filosofia sono il moderno (da Cartesio a Kant) e la scolastica (S.Tommaso, Duns Scoto, Ockham). Dal momento che qui non c’entravano niente mi sono convinto che fosse solo un mio problema di deformazione mentale. Ma il nostro instancabile autore mi ha smentito ancora una volta. Più avanti nell’articolo compare una citazione di Hegel. A una prima lettura mi è sembrata assolutamente verosimile con il pensiero del filosofo. Ovviamente la citazione di Hegel è corretta ma impropria, vale sempre il discorso che facevamo prima sul fatto che l’autore attribuisce un significato al termine qualità che i filosofi citati, Hegel compreso, non danno e che quindi nel contesto del discorso non ha senso ma serve solo a fare scena. Ad ogni modo qualcosa non andava, come poteva uno che ha scritto un articolo così pessimo conoscere una citazione del genere. Sono andato a controllare l’affermazione copiandola e incollandola su Google e salta fuori che viene da Wikipedia. La cosa divertente è che poco più sotto, sempre nella pagina di Wiki ho risolto anche l’arcano dell’interpretazione del “moderno” e “scolastico” di cui ho parlato sopra scoprendo di aver avuto ragione era proprio il significato che le davo io. C’era proprio la frase in questione. L’autore, che deve avere anche qualche strano rapporto con la tecnologia, nella foga del copia-incolla ha fatto un bel pastone copiando e aggiungendo senza preoccupassi che certe parole hanno un significato preciso e non si possono combinare a caso. Dato che la cosa si ripete nell’articolo posso anche osare ipotizzare che semplicemente lo ignori.

    La morale è che se non avete capito niente state tranquilli, non siete scemi semplicemente quel paragrafo non vuole dire niente, il problema emerge se invece vi sentite d’accordo con quello che dice l’articolo 🙂

    Penso che questo possa bastare come esempio ma ce ne sono molti e alcuni migliori (o peggiori). La cosa più irritante è che di quello che è annunciato nel titolo (mezzo mediatico), di per sé potenzialmente interessante, non si parla minimamente. Il dibattito moderno e post-moderno (in estetica e filosofia dell’arte) sul tema del medium, dell’industria culturale (che è poi uno dei tema che qui si cerca di descrivere non avendo idea di cosa sia e pensando magari di scoprire l’America), di come il contenuto sia influenzato dal suo medium e di come questo influenzi il giudizio del fruitore, sono temi straordinari e ricchissimi e vantano orami una bibliografia considerevole. Da Adorno a Mcluhan a Jameson a Debord a Bordieau a De Kerckhove a recentissimi dibatti sulla virtualità come in Lev Manovich. Altro tema, che è IL tema che qui si cerca di trattare è quello del giudizio estetico o del giudizio di gusto (non la misteriosa qualità) analizzato tra gli altri da Kant. Si sarebbe potuta intavolare una discussione meno “da pavoni” ed estendere questo concetto a una sua applicazione più “profana”. Insomma gli spunti sul tema sono moltissimi, in questo articolo, malgrado si voglia dare l’idea di saperne qualcosa e di parlare con cognizione di causa, non si dice niente di pertinente e quel poco che si dice per di più è scorretto, infondato o quanto meno totalmente impreciso.

    L’unica cosa che condivido dell’articolo è questa: non dismettere senso critico. Bisogna infatti applicarlo sopratutto ad articoli del genere che impacchettano, male tra l’altro, una scatola piena di aria vuota, facendo uso strumentale di qualsiasi strumento retorico possibile per rendere credibile la propria posizione ed esibendosi in straordinari voli pindarici per poi non dire nulla.

    Il punto dove voglio arrivare è questo: non fate finta di essere quello che non siete, non improvvisatevi critici colti o storici dell’arte, lasciatelo fare a chi ha le categorie di giudizio e la preparazione per farlo. Questo significa ammutolirsi di fronte a un opera/fenomeno culturale o non avere/esprimere un’opzione? Ovviamente no. Vuole dire solo essere umili, partire magari da un’osservazione empirica, più semplice meno (psuedo)fondata teoreticamente ma più genuina, più personale e sopratutto non cercare di vestirsi di una falsa preparazione cercando di simularla attraverso un linguaggio astruso e decettivo o improprie citazioni autorevoli. Quello che a me piacerebbe leggere sarebbe un articolo di un ragazzo con una formazione diversa dalla mia, sentire la sua opinione attraverso le diverse competenze che ha acquisito. La sintesi, il dialogo multidisciplinare sarebbe, quello si, stimolante e potrebbe aiutare non solo ad approfondire competenze nei rispettivi campi da parte di chi non le ha ma anche a superare dei limiti di mentalità che ogni competenza specifica crea.

    Mi rendo conto di essere stato un po’ impietoso, non ci ho provato nessun gusto ma mi sembra doveroso farlo notare a uno che scrive un articolo in un periodico che si proclama autoreferenzialmente di “approfondimento culturale” (?!). Quest’articolo fa del male al bellissimo tema che avrebbe la pretesa di esporre che oltre ad essere estremamente fecondo è attualissimo. Infine mi permetto di essere incazzato (con simpatia n’è) per il supplizio che la filosofia (e chi se ne occupa seriamente) deve subire da parte di chi non ne sa, ne sa poco, ne sa male. Il mondo ci considererà pure laureati in qualcosa di inutile ma il fatto che tutti si sentano in diritto di attingervi (impropriamente) a proprio piacimento è sintomo che forse così inutile non è.

    “Poichè esiste l’uomo, o amico, accade in qualche modo il filosofare” Fedro, Platone.

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