Testo di – GIUSEPPE ORIGO

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Studia, nutriti, studia, caffè, studia, nutriti, studia, vai a dormire, svegliati, studia… La quotidianità dello studente prossimo alla sessione d’esami è meccanicismo e noia, conditi qua è là da riti scaramantici e fasi di depressione.

Una progresiva e profonda quanto inesorabile involuzione in un primo tempo ad uno stato di ferinità, lontano da ogni gesto non votato alla sola sussistenza, da ogni relazione interpersonale, da ninnoli accessori quali igiene, svago, vita, destinato a sublimarsi nello stadio ultimo, manifestantesi solitamente negli ultimi giorni prima delle temute prove, dell’automa.

Il mondo esterno al microcosmo della scrivania sfuma e scompare, la barba si allunga sulle guance e sul collo, l’ascella piange, il cervello viene progressivamente monopolizzato da informazioni prone ad essere dimenticate istantaneamente dopo quella che sarà la temuta valutazione.

è proprio durante questi periodi di clausura e stridore di denti che ricorro ad una lunga serie di stratagemmi per trovare la necessaria energia per garantirmi, per lo meno, la sopravvivenza.

In quest’ottica mi sono accorto che la colonna sonora delle mie giornate sui libri gioca un ruolo fondamentale nell’influenzare quello che è il generico mood, quello che è l’approccio al libro di testo, alla montagna di appunti.

Musicoterapia? Beh, le basi sono più o meno le stesse: cercare di sollecitare l’insorgere della sensazione, dell’emozione, del feeling ricercato mediante la stimolazione musicale. Tradotto nel mio caso di studente sull’orlo della crisi di nervi, sintetizzare un prodotto sostituto della salvifica ma tossica cassa di RedBull, a cui sacrificherei più che volentieri il mio fegato pur di avere l’energia necessaria per uscir vivo da tutto questo.

Molti sono gli studi di settore che hanno dimostrato i “benefici” dell’ ascolto del lato più duro del rock, ultimo dei quali uno studio di Genevieve Dingle e Leah Sharman dell’Università del Queensland in Australia (e pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Human Neuroscience) su 39 soggetti di età variante dai 18 ai 34 anni appassionati di questa musica,  con cui, in parole povere, è stato studiato e confermato come i soggetti che ascoltino un disco heavy riescano ad indagare meglio la natura delle loro emozioni e a razionalizzarle, giungendo nella stragrande maggioranza dei casi ad una maggiore propositività e virtuosa aggressività nei confronti della vita.

Bibitoni vitaminici alla taurina spappola intestini, smart drugs instabili, stecche di sigarette consumate come mentine, borracce di caffé… perchè piuttosto non provare qualcosa di meno deleterio per anima e corpo?

Cercherò qui di suggerirvi una discografia minima per tentare questo diverso approccio, basato su ritmi serrati ed energici, liriche non sempre comprensibili (che rischierebbero altrimenti di confondere la testa in un momento che la vede vincolata all’apprendimento spesso mnemonico di concetti) e, dopo tutto, valore musicale complessivo.

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Pantera – Vulgar Display Of Power [1992]

Sono su un terreno minato a parlare di questo album. Il pubblico del Metal è spesso composto di Defender del genere, veri e propri ultras musicali MOLTO suscettibili rispetto alla parola fuori luogo.

Vulgar Display Of Power è un album sacro e moralmente inattaccabile. Il successore del già ottimo Cowboys From Hell, porta per titolo una battuta de “L’Esorcista”. Se dovessi descrivere il disco con una sola parola sceglierei “Rabbia”: una rabbia furiosa e implacabile che, a 360 gradi, viene urlata da un Phil Anselmo al top della sua forma canora (qualcosa di ormai morto e sepolto), dalla violenza con cui il compianto Darrel Lance Abbot (o Dimebag Darrel, che dir si voglia) mena le sei corde della sua chitarra (l’uso del verbo “suonare” decisamente evocherebbe un concetto lontano dalla realtà dei fatti), dal connubio pestato oltre l’impossibile fra mid-tempos, stop’n’go e pestaggi serrati firmato Vinnie Paul.

VDOP è un album senza freni né compromessi: è Fucking Hosile, è Walk!, è Live In A Hole.

è Storia.

pant

i Pantera, versione live

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Black Label Society – Mafia [2005]

Mafia è considerato da molti, me compreso, il capolavoro dei Black Label Society del grande Zack Wylde, chitarrista fra i più distintivi del metal recente per stile e approccio allo strumento, che molti ricorderanno per le collaborazioni con Ozzy Osbourne. Non più intimista come nei lavori precedenti a questo (che è il sesto album della band statiunitense), Mafia è un disco ruvido e senza pretese di ricerca alcuna, un’ apoteosi di riff mastodontici conditi dalla solita esasperazione mai noiosa di wah e bending.

è un disco ignorante, molto ignorante. Cupo, energico, corposissimo ed irruente, a cavallo fra il Metal e l’hard rock: a parer mio la più completa sintesi della musica di Wylde e soci e, nel complesso, uno dei dischi più interessanti del genere nella sua forma recente.

La dimostrazione che, nel metal, non servono corde in sovrannumero, virtuosismi ritmici, vocali e/o compositivi, assoli di 3 ore o pretese di storytelling per sfornare un capolavoro.
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Manowar – Kings Of Metal [1988]

Descrivere i Manowar a un estraneo al mondo del Metal è semplicissimo: pensa a tutti gli stereotipi che ti vengono in mente pensando a questo genere, buttali in un calderone, mescola con dovizia e servi caldo.

I Manowar sono i quattro dei in pelle borchiata dell’heavy metal, se non per risonanza/tecnica/stile, per lo meno su un livello ideale, e Kings Of Metal è un testo sacro per ogni defender del genere.

Un disco epico e a tratti molto vicino al Power dove già leggendo il titolo è facile intuire dove si andrà a parare lungo tutte le 9 tracce: Joey DeMaio e soci sono ben consci di quanto il loro essersi scolpiti (e dopo tutto più che guadagnati) l’immagine di defender duri e purissimi del Metal abbia avuto mordente sulle masse e Kings Of Metal è tanto ad un livello di liriche quanto di musica un retorico ma magnifico inno al Metallo, ai suoi guerrieri, ai suoi Re e ai suoi Dei.

Un Valhallah musicale titanico e carico del più tamarro epos orgogliosissimo e pompato fino al delirio, un album immortale, un monumento.

Segnaliamo fra i possibili effetti collaterali: acquisto compulsivo di chopper Harley Davidson, autocombustione di ogni capo d’abbigliamento meno che nero all’interno del proprio guardaroba, crescita di capelli fino alla vita, comparsa di borchie a random in giro per il corpo.

quando studi, i Manowar, ti guardano...e ti giudicano.

quando studi, i Manowar, ti guardano…e ti giudicano.

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Metallica – …And Justice For All [1988]

Questo elenco di dischi suggeriti è fatto secondo quelli che penso possano conciliare le lunghe e uggiose giornate di studio, e non seguendo pretese di classifiche musicali selezionate e ordinate per gradimento, tecnica o innovazione. Scrivendo Metallica si potrebbe suggerire il capolavoro Master Of Puppets, ma il “casino” qui, mescolato con tecnica e cambi ritmo, sarebbe troppo e non certo conciliante per lo studio, come dopo tutto rischierebbe anche di essere nel caso dell’immortale Black Album, troppo orecchiabile e “canticchiabile”, troppo vicino a costituire una possibile distrazione per lo studente chino sui libri.

…And Justice For All è invece, a parer mio, il giusto compromesso: il quarto disco della più celebre delle combo del mondo del metal è dopo tutto un lavoro sofisticato, non a caso da molti considerato come precursore del progressive metal.

Album storicamente di transizione nella storia dei 4 Horsemen, il primo senza il compianto Cliff Burton, ma comunque un lavoro, mi si passi il francesismo, “con le palle”. Non si può certo definire totalmente Thrash Metal, sebbene vicinissimo al genere di cui proprio i ‘Tallica sono stati e restano i maggiori esponenti mondiali (con buona pace degli Anthrax e, non mi si voglia male, degli Slayer). Non è un disco veloce come i precedenti né “meditativo” (ecco…diciamo “meditativo” così ci togliamo d’impaccio e non risultiamo volgari) come i successivi, in cui financo Hammett e Ulrich mantengono una certa decenza impacchettando anzi, nel complesso, un vero e proprio masterpiece del genere: potente e cattivo, a tratti persino tecnico.

Un esempio di “Canto del Cigno”? Molto probabilmente.

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Slipknot – Slipknot [1999]

Primo album ufficiale della band californiana in maschera spesso, non del tutto a torto, additata come stilisticamente acerba (critica, dopo tutto, universalmente mossa dai puristi del genere ad ogni band del filone Nu-Metal, dai Korn, ai Linkin Park, ai Deftones, ai SOAD per dirne alcuni). Slipkot è, innanzitutto e soprattutto, un disco aggressivo che ibrida il Nu con forme di Metal più estremo, strizzando l’occhio a tratti al thrash californiano, a tratti al death (sebbene nella sua versione più “edulcorata”). L’inserimento qua e là di qualche sciocchezzuola industrial, elettronica e drum and bass, non sempre effettuato con cognizione di causa, è, dopo tutto, il tratto che ha reso distintiva la loro musica per i successivi 4 dischi in studio e mentirei se lo definissi un difetto.

Le ritmiche tecnicissime e serrate del batterista Joey Jordison (accompagnate dal chiasso, comunque armonizzato, delle percussioni di Craig Jones e del clown Shawn Crahan) sono la vera perla del disco, mai eccessivamente ripetitive e comunque interessanti anche per chi, di questo genere, non riesce a (o non vuole) farsene una ragione.

dall' Iowa gli Slipknot, gente tranquilla...

dall’ Iowa gli Slipknot, gente tranquilla…

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Megadeath – Rust In Peace [1990]

è il quarto lavoro di Mustaine e soci, sicuramente uno dei dischi metal da avere nella propria collezione (oltre che, nello spirito della rubrica, un’ottima colonna sonora durante gli esercizi di “statistica” o “matematica finanziaria”): una band tecnicamente superiore, potenza e rabbia controllate, virtuosismo presente ma non ridondante tale da garantire un susseguirsi di composizioni articolate e mai banali. La chitarra è un rasoio, la voce è la solita, amabile e indisponente della vecchia zia Dave.

Ottimo anche, è doverosa la menzione, il grandissimo Nick Menza, per la prima volta dietro le pelli della batteria della scuderia Megadeath.

Rammstein – Liebe ist für alle da [2009]

O li ami o li odi, io li adoro. Poi parlano tedesco quindi, comunque sia, dei testi non potete capirci nulla: meglio, così non vi distraete dallo studio.

Non tutti i fan della band di Till Lindemann e soci hanno gradito questo lavoro come i precedenti ma, a mio parere, l’album presenta un’infinità di spunti interessanti. A tratti furioso, a tratti meditativo, a tratti grezzo, a tratti orchestrale: ottimo e variegato sound (complice anche della solita registrazione cristallina), distorsioni corpose e batteria “crucca” e marziale, la voce del granitico frontman, come sempre, profonda e ammaliante.

Un album che certo con qualche attenzione particolare in più avrebbe potuto essere un vero e proprio capolavoro dell’industrial, in cui la violenza mai troppo grezza è ad intermittenza viziata da atteggiamenti musicali di palese commercialità.

Cattura

il frontman Till Lindemann dona al pubblico lezioni di teutonica sobrietà

Discutibile, vero. Ma più che adeguato nell’ottica del movente complessivo di questo mio insieme di dischi.
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Korn – Korn [1994]

Siamo di nuovo al Nu, di nuovo facilmente esposti alla critica dei puristi, di nuovo ad un lavoro borderline: comunque innanzi a qualcosa di ottimo. Quello dei Korn è un metal non certo estremo, non certo fracassato, a tratti molto pop (anzi, concedetemelo, hip-hop) e industrial.

Dei testi qui non importa, stiamo parlando di una colonna sonora per lo studio quindi pensate al vostro libro di testo e non alle palle autobiografiche condite da onnipresenti (e forse millantati) soprusi e maltrattamenti di cui canta mr Jonathan Davis.

Nessun virtuosismo musicale né canoro, un lavoro nel complesso pulito ed estremamente orecchiabile in cui individuare facilmente una serie di sonorità ibridate concorrenti nel formarne uno stile unico e, a tratti, realmente ammaliante.

Nessun assolo, piuttosto la ricerca di continue armonie cui bisogna riconoscere l’innovatività. Interessante il violento pestaggio del basso ad opera di Fieldy.

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Sepultura – Roots [1996]

Nel 1996 esce il più innovativo e senza dubbio il migliore disco mai proposto dal mondo del Metal Sudamericano: Roots, successore del già ottimo Chaos A.D., presenta un suono nuovo rispetto a quanto proposto in precedenza dai Sepultura, durissimo e tribale, qualcosa di unico.

Un lavoro corposo ed estremamente complesso, a tratti sincopato e grezzo, vicine tanto al thrash quanto al nu quanto, in contemporanea, distante da entrambi, e da tutto il resto. Con Roots i Sepultura vogliono viaggiare musicalmente verso le loro radici, attraverso un’ escalation di progressiva esaltazione della vita tribale.

La batteria di Igor Cavalera è diversa da qualunque altra cosa sentita nel metal.

Fracasso, certo, ma nuovo e primitivo, diverso e più che piacevole.

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Slayer – Reign In Blood [1986]

Disclaimer: sono stato indeciso fino all’ultimo se inserire un disco tanto ritmicamente rumoroso (Dave Lombardo è ben altra cosa rispetto a Vinnie Paul o a Joey Jordison, specie se accostato alle urla di Tom Araya) in questa “colonna sonora alternativa per le giornate di studio”… è stata forse una scelta avventata, dettata più dal cuore che dal raziocinio nell’ottica generale. Diciamo però che, se ascoltato ad un volume adeguato, si può incastrare per animare una lettura noiosa o un infinito sistema di equazioni… DA ASSUMERE A PICCOLE DOSI.

RIB è il capolavoro degli Slayer ed uno dei dischi più significativi della storia del lato più frastornante del Metal: è Thrash senza compromessi, una cattiveria che trascende il tempo e, a distanza di anni, riesce ancora a frastornare e stupire. Chitarra/e violenta/e + un mitra sul doppio pedale + le urla politicamente scorrette di Tom Araya. Fine. Nulla di più e nulla di meno. Non si distingue il limite fra composizione e mera furia. 29 minuti di follia, di velocità, di ira.

Kerry King, un tranquillo signore di mezza età

Kerry King, un tranquillo signore di mezza età

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