Testo di – Francesca Bernaschi

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“Che cosa fa lei per vivere?”
“Sono un punto.”
Sì, sono un punto.
Conosco i miei punti deboli e cerco di nasconderli per apparire meno fragile.
Esprimo sempre il mio punto di vista, che sia più o meno in linea con l’opinione generale.
Solo una volta mi sono spinta troppo oltre, ho quasi superato il punto di non ritorno, quella linea sottile fra la tristezza e il dolore straziante.
Ho un punto di riferimento: la mia famiglia che c’è sempre, per sostenermi e guidarmi.
I miei amici, le persone che amo, sanno che sono e sarò un punto fermo nella loro vita, che su di me potranno sempre contare. Non importa quanto sia lungo il segmento che unisce il punto A al punto B, io rimango ferma al secondo estremo.

“I’d rather be a comma than a fullstop” cantano i Coldplay.
Mi dispiace dissentire, ma io non mi accontento di essere una virgola.
Io voglio essere un punto.
In questa vita c’è bisogno di stabilità, non tutti possono permettersi la vita sospesa, perennemente in bilico, delle virgole.

Se ne stanno lì, fra la riga e lo spazio bianco del foglio. Le virgole sono le funambole della punteggiatura: tentano di rimanere aggrappate alla frase per darle il giusto ritmo. Non sanno neppure loro se ce la faranno ma ci provano e tengono duro, per questo le ammiro: a volte sono più coraggiose delle persone che impugnano la penna per dargli vita.

Il Fato e il Destino sono semplice sostanza, non si incarnano mai, restando sempre delle entità superiori.
L’uomo non può toccarli né vederli ma può scriverli.
La Divina Provvidenza della punteggiatura sono i punti di sospensione: lì trovi nel testo ed ecco che il respiro si blocca per un millesimo di secondo, gli occhi si fanno voraci di parole e rispecchiano la tipica impazienza dell’uomo.
Sono un po’ come le briciole di pane di Pollicino, ma anziché rappresentare il percorso per tornare a casa indicano il punto di svolta dei protagonisti e dell’azione.

I due punti, invece, sono Tiresia e Solone, indovini e giudici insieme.
Si fanno portatori di grandi verità, di importanti sentenze e rivelazioni inaspettate.
I due punti sono anche l’inizio di tutto, come se fossero due persone.
Io e te, un punto sono io ed un punto sei tu e da qui iniziamo noi: il primo appuntamento, il primo bacio, la prima passeggiata al tramonto.

Ma la condizione peggiore è quella del punto e virgola.
Essere un punto e virgola è come trovarsi in un limbo, è aver smarrito se stessi e volersi ritrovare: vorresti restare fermo, ma stai cadendo. Precipiti cercando l’equilibrio.
Il punto e virgola è una pausa più lunga di una virgola ma meno prolungata di un punto. Dante lo collocherebbe nel girone degli ignavi: non sa da che parte stare, allora cerca di essere l’uno e l’altra insieme.
Gli antichi Greci usavano il punto e virgola come punto interrogativo perché probabilmente anche loro erano indecisi sulla sua reale natura.

I punti di domanda sono cuori infranti, basta guardarli attentamente per accorgersene. Manca la loro parte sinistra. Dove sarà? Chi lo sa? Qualcuno l’ha vista?
Proprio sotto quel frammento di cuore c’è qualcuno, un punto che se ne resta lì in attesa del ventricolo sinistro. Non sa che dovrà aspettare in eterno e che nonostante tutto la sua attesa sarà vana, però resta, proprio come chi ama.
Chi ama non va via, anche se significa disobbedire a qualsiasi logica.

Un muro, la libertà ed io. Lo descriverei esattamente così un punto esclamativo.
E’ spesso usato per rinforzare l’idea che si sta proponendo, un ordine piuttosto che per esprimere disdegno ed esclamazioni di ogni genere e sorta.
Ecco, il punto esclamativo è un egoista, non vede al di là di se stesso e della frase che accompagna.
E’ un dittatore grammaticale: “E’ così perché ci sono io!”.
Anche la nascita ne conferma il carattere egocentrico e sopraffattorio: deriva dal latino io, “evviva”, posto al termine della frase per indicare gioia o stupore. Con il tempo “i” si è spostata sopra “o”, e la “o” divenne un punto e “i” la parte superiore del segno esclamativo.

La vita è fatta di ritmi, di pause e di colpi di scena: la vita è punteggiatura, così come la punteggiatura è vita. Non ci si può aspettare di comprendere un testo senza dargli il giusto tempo, un po’ come nella quotidianità: è impensabile credere di avere tutte le risposte a portata di mano ed è per questo che a volte bisogna fermarsi, impugnare la penna e scrivere il nostro momento di ristoro. Una virgola per quando sappiamo già qual è la risposta giusta e dobbiamo solo rendercene conto; un punto e virgola quando i dubbi si intensificano, lo sguardo si appanna e la mente inizia a deviare dal sentiero della verità. Ci vuole un punto, una pausa lunga quanto basta, per quelle decisioni che potrebbero cambiarci la vita.

E voi cosa siete? Da cosa è scandita la vostra quotidianità? Non abbiate paura di guardarvi dentro e scoprirlo.
Non c’è niente di male a concedersi un attimo per pensare e scoprire veramente di che pasta, o meglio, di che segni siamo fatti.

 

 

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