Testo di — LUCIA PIEMONTESI

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“Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Peroskey, nel Michigan”.

Inizia così la straordinaria e struggente autobiografia di Calliope Helen Stephanides, per tutti Cal, che prende vita e, oseremmo dire, corpo nel romanzo di Jeffrey Eugenides. La vicenda di Cal è ambivalente e sfaccettata fin dalla sua prima connotazione geografica: la sua famiglia è di origine greca, emigrata negli Stati Uniti a seguito della guerra, ma la nonna Desdemona si ostina a mantenere in vita le credenze dell’antica terra lontana, come la predizione del sesso dei nascituri seguendo l’oscillazione di un cucchiaio. “Koros, koros!” , ovvero “Maschio, maschio!”, esclamò riferendosi a Calliope. Direte: “Beh, questa volta, anche Desdemona si è sbagliata!”. E invece no, la nonna aveva visto quello che i primi sguardi e le prime visite mediche non erano riusciti a vedere, era entrata a tal punto in comunione con la nipote che ne aveva intravisto la vera natura, biologica e umana allo stesso tempo.

La famiglia e la società crescono ed abituano la piccola Cal secondo le abitudini e le usanze che si confanno ad una donna, tra ritualità e spiritualità ortodossa, convenzioni e sovrastrutture dell’America degli anni Sessanta e Settanta. Ma Cal in questi abiti ci sta stretta, troppo stretta, le imposizioni non le sono mai piaciute e il suo corpo, a mano a mano, sottolinea ed aumenta questi segnali di inadeguatezza e insoddisfazione. Cal sa di non essere quello che è o che gli altri credono sia, sa e sente di essere un’altra persona. Il percorso dell’adolescenza non è per nulla semplice e il suo fisico non fa che riportarle alla memoria ogni giorno, davanti allo specchio, una verità che è difficile e dolorosa da accettare. Le mestruazioni sembrano un miraggio, il seno cresce con lentezza inaudita, la pelurie è irrisoria: no, non è possibile. Il confronto con le ragazze della sua età è impietoso. Qualcosa sta sfuggendo al controllo che Cal ha sempre tentato di avere sul suo corpo e sulla sua personalità. E’ come se fosse in balia di una vera e propria ribellione naturale, un corpo ibrido che tenta di emergere. Non a caso nella recita di fine anno, il ruolo di Calliope era stato quello di Tiresia, noto per essere stato sia donna sia uomo nella stessa vita. Si tratta di mitologia, guarda caso greca, ma non si discosta molto dall’impietosa diagnosi del dottor Luce. Già, perché Calliope la verità la vuole affrontare e non si ferma alla superficie, va fino in fondo. Le parole del dottore fendono l’aria e risuonano dolorosamente, una parola, una sola. Null’altro. Ermafrodita. Sì, Cal è ermafrodita, a causa di un’alterazione del sistema endocrino. No, Cal non è una figura mitologica, Cal vive come tutti, ma con un fardello e un peso in più, con una realtà che lei da sempre, nel suo inconscio, conosceva, ma che era difficile da esprimere.

Una parola, lacerante, che racchiude una personalità, una storia, sentimenti ed emozioni. Ma Calliope vuole sapere che cosa si cela dietro questa parola con la quale la società e la medicina, con le fredde luci al neon e gli algidi strumenti di un ospedale, l’hanno classificata. Ermafrodita, ermafrodita… Risuona nella sua testa, come una necessità di fare chiarezza e ordine, di sapere come gli altri la vedono e la giudicano. Quale sinonimo riporta il dizionario per la voce ermafrodita? Mostro. Mostro, che deriva dal latino monstrum, qualcosa di mirabile, di straordinario, contro natura. Horribile visu, direbbe Cicerone. Ma davvero Cal è un mostro? Davvero deve rimanere segregata come il Minotauro nel labirinto di Creta? Davvero la superstizione ci può venire in aiuto, dando come spiegazione il fatto che i nonni paterni di Cal fossero fratello e sorella? Davvero sta scontando una colpa? No, è semplicemente Cal, Cal che ha la forza di vivere la sua vita sentimentale e amorosa per quello, che è, senza giudicare ma venendo giudicata, dalla società e dai suoi polverosi pregiudizi.

Middlesex, che prende il nome dalla via in cui Cal abita per alcuni anni della sua vita, ha vinto il Premio Pulitzer nel 2003, ma non è soltanto un capolavoro dal punto di vista letterario. E’ un insegnamento di umanità all’umanità, un percorrere le pieghe nascoste di una donna che si scopre uomo, un’indagine dei rapporti che il nostro sé intesse, una breccia nel muro del perbenismo e delle convenzioni. Un libro per certi versi forte, sofferto e che fa soffrire, ma che arriva dritto all’essere umano in generale. Perché, alla fine, ciascuno arriva ad immedesimarsi con Cal: chi non è in lotta con se stesso, chi non si scopre diverso da quello che pensava, chi non viene giudicato, chi non si sente all’altezza? Siamo tutti mostri, come Calliope, a ben pensarci.

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