Testo di – DAVIDE PARLATO

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Oggi sarebbe stato l’ottantottesimo compleanno di uno dei miei più grandi idoli e punti di riferimento come musicista e come ascoltatore incallito. Vorrei condividere con voi lettori un mio sentito omaggio al genio musicale che fu il signor Miles Dewey Davis III, più conosciuto come Miles Davis o, più semplicemente: Miles. Trombettista, musicista, direttore d’esecuzione e jazzista iscritto nella storia della musica dello scorso secolo, ma, soprattutto, una figura straordinaria di genialità e camaleontismo musicale – un riferimento non solo come musicista ma, più in generale, come innovatore.

Perché Miles non ha solo suonato generi, ma li ha creati. Perché Miles non ha solo suonato il jazz ma lo ha contaminato con esperienze disparate. Perché Miles non si è limitato a fare tutto questo, ma è anche stato il centro nevralgico di una generazione di artisti che a sua volta non si è accontentata di divulgare l’opera del mentore, ma ha condizionato (più o meno profondamente) l’orizzonte musicale contemporaneo dal rock al pop fino all’elettronica-dance. E tutto questo perché, fondamentalmente, Miles non amava starsene con le mani in mano, non voleva diventare un pezzo da collezione dei classici Columbia. Voleva fare la differenza, voleva essere la differenza.

E’ in questa ottica di incredibile competitività e azione creativa che si può leggere l’evoluzione artistica del nostro. Svezzato come debuttante trombettista nelle file di Charlie Parker (uno a caso fra l’altro), si ritrova proiettato nella frizzante atmosfera bebop, quello stile ribelle ed esagerato fondamentalmente afroamericano, fondamentalmente popolare, sorto dall’ambivalente società della west coast degli anni Quaranta americani, annegati in uno strano cocktail di etichetta e eroina. Virtuosismi all’estremo, impennate in velocità e il gusto per l’alterazione cromatica sono i colori della bandiera di Parker e Gillespie: ma questo ben presto non soddisfa i gusti di Davis. Il quale allora lascia la band e inizia il suo destino di pioniere del jazz: inventando il cool jazz. L’uscita dell’album Birth of the cool segna una nuova tappa del genere, che riduce il tiro dell’irruenza narcisistica dell’improvvisazione (il pallino di “Bird”) in favore di una nuova attenzione all’armonia e all’enfasi sui gradi fondamentali della melodia: sta delineandosi lo stile di Miles, quello stile minimale ma emozionante, preciso e d elegante. Di grande stile (scusate il gioco di parole).

L’uscita dal cammino precedente del bop non lascia solo strascichi nello stile esecutivo, ma soprattutto un pesante fardello: la dipendenza da eroina, che costa a Davis quattro anni di discesa all’inferno. Il che ovviamente non impedisce il progredire del suo percorso artistico: Davis si rialza e, dopo un periodo blue in cui plasma grandi successi del jazz più tradizionale (‘Round about midnight tanto per citarne uno), il nostro raggiunge l’effettivo successo e la grande fama. Davis fonda il primo quintetto nella metà del ’50 e sforna quattro dischi davvero impressionanti: Relaxin’, Workin’, Steamin’ e Cookin’. Il passaggio è all’hard bop questa volta e le suddette opere entrano a pieno titolo nell’olimpo del jazz, anche grazie alla collaborazione con una formazione davvero fuori dal comune: Red Garland al piano, Ron Carter al contrabbasso e John Coltrane al sax. Le spizzate metalliche di Davis, la dolcezza del piano di Garland uniti all’inarrivabile talento di ‘Trane non possono che portare alla creazione di qualcosa di unico, a livello di eleganza formale, ricerca armonica e intensità.

Gli anni ‘50 vedono perciò l’inizio del sodalizio con Coltrane, una collaborazione incredibilmente fruttuosa che, oltre ai citati album, porterà alla realizzazione di quello che può essere definito uno dei più grandi capolavori del jazz: Kind of Blue. Un miracolo musicale, un’opera perfetta sotto ogni punto di vista, un nuovo tassello nel mosaico di innovazione di Davis, che questa volta si inventa il modal jazz. Non che i principia di armonia modale li abbia inventati lui (questi furono invero desunti da Davis da letture e studi illuminanti): ma l’opera può essere definita il patriarca del genere. Il jazz modale, in soldoni, rappresenta una grossa innovazione con un piccolo (ma neanche troppo) cambiamento: il direttore d’esecuzione non fornisce gli accordi su cui avviare l’improvvisazione di insieme, ma lo schema fornito è quello della successione di scale (da qui l‘aggettivo “modale”). Il risultato è un’atmosfera fortemente meditativa, intesa ed emotivamente struggente, fatta di movimento ma anche di profonda riflessione, che gioca fra l’alterazione modale e la ricerca melodica. L’album (che vede in formazione oltre ai già citati Davis e Coltrane, Paul Chambers al contrabbasso, Jimmy Cobb alla batteria e Bill Evans al piano) è un successo di vendite inarrivabile nella storia del jazz: la storia che sta scrivendo Miles a colpi di tromba.

La dipartita di Coltrane dalla formazione rappresenta un duro colpo per Davis. Così come lo è la crisi di ascolti che ha colpito il genere jazz negli anni ‘60: rimpiazzato nelle bacheche degli spacci dagli LP del rock degli albori. Questo rappresenta uno stop per il nostro? Proprio per niente.

Miles non vuole diventare pezzo da museo perché molto ha ancora da regalare alla musica. E si inventa qualcosa di eccezionale (forse la più sensazionale invenzione musicale dello scorso secolo): la fusion. Passando per il free jazz (ispirato dalla follia boschiana di Ornette Coleman) e ispirandosi alla ricerca della musica sperimentale di quegli stessi anni (da John Cage alle pionieristiche creazioni di Karlheinz Stockhausen – tanto per dirne due), Davis mette su un manipolo di prodi che, sotto la guida del maestro, si prepararono a passare alla storia: Wayne Shorter e Benny Maupin (sax), Herbie Hancock, Chick Corea e Joe Zawinul (piano – organo), John McLaughlin (chitarra), Airto Moreira (percussioni), Dave Holland e Ron Carter (basso – contrabbasso), Jack DeJohnette e Billy Cobham (batteria) – chi bazzica un po’ nell’ambiente riconoscerà che tutti questi diventeranno dei mostri sacri del funk, della fusion e del rock. Il risultato di definitivo di questa ennesima recherche artistica è il caposaldo della fusion: Bitches Brew. Davis non rigetta l’avvento dell’elettronica – ne è invero molto interessato. Davis non ripudia lo spessore grezzo della chitarra elettrica – tanto che programmava una collaborazione con nientepopòdimenoche Jimi Hendrix (sfumata per la repentina scomparsa di questi). Davis non vuole fermarsi: vuole creare, fare qualcosa di grosso, qualcosa di negro, sporco e potente. Vuole dare al pubblico ciò che il pubblico vuole: Bitches Brew, roba tosta (traslitterato). Così è: il percorso di Davis elettrico, sull’onda del successo del suddetto album, batte la strada per numerose evoluzioni del genere, in parte effettuate dallo stesso Davis, in parte dai suoi commilitoni (Herbie Hancock, Weather Report di Zawinul, Mahavishnu Orchestra di McLaughlin eccetera).

Gli anni ‘70 sono dominati dalla devastante scia del funk. Il jazz sembra rinato in questa sua nuova allocazione e a sua volta il pop-rock gode immensamente della sua contaminazione. Ci possiamo fermare? Direi di no. Anzi – Miles dice di no.

Perché i gusti cambiano e gli anni ottanta sono di nuovo qualcosa di differente: è il pop a dominare, con la disco e il glam. E cosa fare? Davis persevera nel suo stile elettrico da big band, ma inserisce un elemento che è da una parte un richiamo alle radici africane, dall’altro un istrionismo necessario per soddisfare i gusti di questo nuovo decennio. La contaminazione world music (uno dei generi portanti del pop anni ottanta) rappresenta l’ultimo step del grande Miles, che riporta in una dimensione più ritmata e più godibile la sua “roba tosta” (grazie anche al nuovo sodalizio con il mostro del basso elettrico Marcus Miller).

Tutto qui? La vita pone un limite all’agire umano, e questo STOP arriva per Miles nel 1991. La morte pone un termine all’opera di questo colosso della musica: So What?  non può porre un limite al suo furore innovativo. L’opera di Davis non solo riecheggia ma vive ancora oggi sotto le dita dei più grandi musicisti contemporanei, in parte suoi allievi e in parte no. Vive nel funk, vive nel pop, vive nel rock. Vive perché una rivoluzione artistica non è una cosa che può morire sotto le sferzate indecenti del tempo: vive perché è essa stessa vita, insuffla linfa nelle vene di tutto ciò che verrà. Perché è rivoluzione.

Non si potrà dire di Davis che fosse un virtuoso, ma nessuno nutre questo bisogno. Davis prima che un musicista e un genio dell’armonia fu un rivoluzionario, uno di quelli con due palle così. Uno di quelli che di fronte al naturale evolversi dei tempi non si tira indietro spaventato o soddisfatto: uno di quelli che col cazzo che si lascia fregare da quattro pivelli con la chitarra scordata, che ti rivoluziona il tuo modo di concepire la musica sulle stesse basi del gusto popolare. Uno di quelli che non teme di sporcarsi le mani con il pop, perché la musica e l’arte sono principalmente pop, e ogni artista dovrebbe costantemente calarsi in quella dimensione (al rischio di imbrattarsi gli abiti) per poter creare qualcosa di grande, qualcosa di tosto – qualcosa che scriva la storia.

Davis non è solo un maestro per chi suona: la sua parabola dovrebbe insegnarci come si fanno le rivoluzioni oggi: con le palle e con il genio. Ma non quel genio romantico che tanto si è decantato in orizzonti più antichi – ma il genio che sa mutare, proteiforme e camaleontico, al necessario divenire dei tempi: il multiforme ingegno.

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