Testo di – GIULIA BERTA

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Vi piacciono gli intrighi, i colpi di scena e le battute a doppio (anzi, anche triplo…) senso? Allora correte subito al Teatro Gobetti di Torino, dove fino al 18 dicembre va in scena Misura per Misura, nona opera di William Shakespeare ad essere messa in scena da Jurij Ferrini. Il regista ligure, presenza fissa nel cartellone del Teatro Stabile già da alcuni anni, affronta in questa stagione un problem play a tinte fosche, dove infime faccende di lussuria, potere e concussione si intrecciano a questioni sul perdono, la compassione e l’essenza stessa del reato e della giustizia: nessuno è veramente puro, nessuno è veramente esente da sbagli, e tra le apparentemente intoccabili alte sfere della società viennese e la coloratissima e disperata umanità di ruffiani e prostitute che fanno da sfondo alla vicenda ci viene istintivo tifare per questi ultimi, onesti nella loro dichiarata disonestà.

Misura per Misura è essenzialmente una commedia degli inganni, e infatti già nei primi minuti di spettacolo assistiamo al primo di questi, da cui prenderà il via tutta la colossale macchina narrativa: il Duca di Vienna, per testare la correttezza e l’austerità del suo più stretto collaboratore Angelo, finge di lasciare la città, nominando quest’ultimo suo vicario. Angelo, la cui rettitudine morale è quasi proverbiale, si mette subito al lavoro, decidendo di applicare più severamente ogni legge del Ducato, in particolare una che punisce il sesso prematrimoniale con la pena capitale. Sfortuna vuole che proprio in questo momento diventi manifesta la gravidanza di una ragazza ancora non sposata; il suo fidanzato, Claudio, viene così condannato a morte. Sua sorella Isabella, novizia in un convento, viene avvertita e sollecitata a presentarsi presso Angelo a invocare la sua pietà: ma la visita della casta fanciulla avrà conseguenze inattese sull’austero vicario, innescando così una serrata serie di eventi e colpi di scena.

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Avendo a disposizione una trama già di per sé così dinamica, Ferrini costruisce un movimento scenico assolutamente degno dell’opera, rivisitando completamente il linguaggio del testo e attualizzando una vicenda già molto attuale: anche la scelta di vestire gli attori con costumi contemporanei denuncia chiaramente una volontà di modernizzare il teatro e di portarlo al livello dello spettatore medio, senza per questo perdere di qualità o di nobiltà culturale. Lo straniamento iniziale dovuto al sentir parlare di pene di morte per rapporti extraconiugali in un ambiente urbano odierno dalle bocche di un gruppo di popolani abbigliati come dei tamarri di periferia si trasforma ben presto in divertimento, e tra una battuta e l’altra le due ore e quaranta di spettacolo passano in un soffio, tra le risate e gli applausi di un pubblico molto caldo e coinvolto. Ma non mancano anche i momenti di serietà, soprattutto verso la conclusione dell’opera: nell’ultimo, supremo gesto di compassione di Isabella gli umili si prendono la rivincita su una classe dominante marcia e corrotta, che divora le classi inferiori ed è dai suoi stessi vizi divorata, e alla lussuria meschina di Angelo fa da contraltare non tanto la castità di Isabella quanto la passione colma d’amore di Claudio e l’allegra sfrontatezza di quel già citato vivace mosaico di ruffiani, prostitute e frequentatori di bordelli: una feroce critica al bigottismo della società che, se oggi ci sembra scontata, nel 1603, anno di scrittura dell’opera, deve avere avuto una portata quasi rivoluzionaria.

Insomma, nonostante quest’anno ricorrano i quattrocento anni dalla morte di Shakespeare, il misterioso e prolifico autore inglese continua a darci buoni motivi per far parlare di sé – come d’altronde lo stesso Ferrini, che si ritaglia per lui il ruolo centrale di Duca di Vienna, sia in veste ufficiale sia sotto le mentite spoglie di Fra Ludovico, sottolinea in un breve e un po’ egocentrico discorso a chiusura dell’opera – e soprattutto continua a emozionarci: l’ultimo, scrosciante applauso a quinte chiuse è tutto dedicato a lui.

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