Testo di — FRANCESCA BERNASCHI

 

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In realtà non c’è nulla di straordinario in Oskar, un bambino problematico afflitto da un’innumerevole serie di paranoie e psicosi di cui è preda dalla scomparsa del padre, vittima senza corpo dell’ attacco alle Torri Gemelle.
Non è neppure troppo strano che decida di andarlo a cercare, dare una speranza all’impossibile, con una chiave appesa al collo, un tamburello per farsi coraggio ed una macchina fotografica con cui immortalare i compagni di viaggio di quei weekend frenetici.

 

Come lo ha raccontato Jonathan Safran Foer, così l’ ha fatto anche Stephen Daldry nella pellicola con Tom Hanks e Sandra Bullock.
La magia è racchiusa in quella parte di libro che non è stata catturata dalla cinepresa, che se ne è rimasta in silenzio sulla carta.

Ma d’altronde non avrebbe potuto essere altrimenti…

Quel che colpisce di questa storia, che corre parallela all’indietro nel tempo rispetto all’intricata ricerca di Oskar, è come si riesca a passare dal caos delle bombe al caos del silenzio. E quale dei due sia peggio non è dato saperlo.

O meglio, è relativo.

Meglio morire lì, a Dresda, sotto l’ennesimo bombardamento aereo durante la Seconda Guerra Mondiale o uscirne talmente distrutto e povero che l’unica cosa che rimane da perdere è la parola?

Sì, lo so, non è facile rispondere.

E non è neppure semplice chiedere ad un tatuatore di inciderti con l’inchiostro, nella pelle, su una mano “YES” e sull’altra “NO”; avere sempre un taccuino nero e una penna a portata di mano, pregare che le persone abbiano la pazienza di aspettare che tu scriva loro la tua richiesta o la risposta.

E non è come un gioco del silenzio in cui qualcuno, alla fine, non ce la fa più a trattenersi e scoppia a ridere: qui non c’è nulla da ridere. Manca qualcosa, per la precisione, qualcuno.

Solo due persone così aggrovigliate nel proprio passato potevano guardare insieme le loro paure e lasciarsi qualcosa di pesante alle spalle, che si potesse scrivere il finale giusto, uno più leggero.

Si esce dal proprio guscio, si riscopre il piacere di pronunciare le parole, sentirle vibrare nell’aria; non è solo la storia di un figlio che cammina per mesi da Manhattan a Brooklyn, passando per Coney Island e Queens, di nascosto da sua madre, ogni weekend, per risolvere un mistero così banale da lasciare a bocca asciutta; non è solo la storia di un emigrante del secolo scorso, uno dei tanti che hanno cercato una speranza lontano dalle macerie.

Questo è un salto nel vuoto nei gesti estremi dell’amore che, pur essendo molto forte, incredibilmente vicino, a volte, non basta.

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