Testo e foto di –   VIRGINIA STAGNI

bacio

bacio d’addio

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Un luogo suggestivo, da visitare sicuramente sull’imbrunire in modo da poter far decantare ogni struttura, ogni vetrata, ogni statua, ogni vaso ed ogni fiore nella sua massima espressione.

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foto dall’alto – scala in dotazione per altro uso – non ripetere l’utilizzo scorretto del mezzo

Un museo a cielo aperto, una Pompei del XIX secolo: forse sono state le lacrime questa volta a trattenere, come lava, le emozioni di parenti, amici, cari nel vedere riposare il proprio amato, eternizzate negli sguardi e nei gesti delle opere che qui sono custodite.

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Le emozioni trasudano dalle opere presenti in questo locus amoenus per i vivi come per i morti.

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Di certo tale location per l’aldilà farebbe persino invidia alla reggia Xanadù di Mr Kane o alla piramide di Cheope: una valle di milanesi, o affezionati al capoluogo lombardo, nobili, borghesi o homines novi onorati con meravigliose opere degne di re e regine.

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Il Cimitero Monumentale si mostra non come rappresentazione di un ideale di società nobiliare aristocratica, ma è riflesso della Milano reale -altolocata -di fine Ottocento, si fa cioè emblema di differenti stati sociali ereditati o raggiunti, modello tangibile architettonico ed artistico di un’etica borghese imperante nel capoluogo a fine XIX secolo.

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Il Monumentale vede la luce a partire dal 1864 quando l’architetto Carlo Maciachini venne designato vincitore del bando lanciato anni prima dall’amministrazione per realizzare il progetto. Iniziativa obbligatoria dopo l’editto napoleonico di Saint Cloud (Décret Impérial sur les Sépultures), emanato il 12 giugno 1804, in cui si stabiliva che i defunti riposassero extra moenia, in primis per una questione igienica.

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Non più in chiesa o intorno agli edifici ecclesiastici quindi, ma era necessario un luogo unico di raccolta fuori dalla città. E così nacque in quel di Milano il Cimitero Monumentale, a nord della città, a ridosso del quartiere Brera.

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Esso si presenta come una fantastica e bizzarra miscela di stili, dal bizantino al romanico, dal filo-senese al filogotico;

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ma è anche un cocktail di tre differenti tipologie di sepolture: dalla terra per ritornare alla Madre, dai sarcofagi per mantenersi altolocati, dagli edifici ecclesiali con cripta per rimanere nelle suite extra lusso anche post mortem – ma sempre nobilem.

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Un topos raro per la raccolta della crème dei prodotti dell’arte scultoria della fine dell’ ‘800: non solo reminiscenze classiche, come la mezza Colonna Traiana che si erge in mezzo al Monumentale, ma anche luogo di sperimentazione, che dà risonanza all’espressionismo plastico alle porte nel Secolo Breve.

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Sperimentazione di certo anche architettonica: il cimitero è un vero e proprio catalogo di avanguardie, campionario di ogni tipo di struttura, in cui non manca una viva ricorrenza per un gusto eclettico e fuori dai paradigmi classicheggianti.

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Cimitero deriva da koimetérion, “luogo di riposo”: il verbo κοιμᾶν (“koimân”) è traducibile infatti come “fare addormentare”. E quale modo migliore se ad accompagnare le anime (o i vivi in una rilassata passeggiata domenicale) vi sono i rintocchi di un’arte bizzarra, straordinariamente eclettica ma anche profondamente cattolica.

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Il luogo venne infatti progettato come punto di incontro dell’agorà cittadina, indiscutibilmente conservatrice e credente: tutte le domeniche l’alta borghesia milanese, non appena il Monumentale venne completato, si ritrovava qui – e non mancava un’ estrema voglia di autocelebrazione nei passeggianti.

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Infatti il cimitero era simbolo di uno status sociale affermato o raggiunto: il proprio cognome impresso su una delle lapidi o, ancor meglio, su un vero e proprio monumento, significava essere riconosciuti dalla comunità come lodabili ed onorabili.

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Per questo non manca in tutto questo un pizzico di autoerotico compiacimento della classe medio alta milanese: avvertibile infatti, passeggiando immersi nel verde, un mal celato gusto autoreferenziale per il scenografico, che tanto ricorda uno dei luoghi più amati dai vivi “di un certo spessore”: tutto è metafora, per così dire, catabatica, della Scala e delle sue rappresentazioni, la pompa magna che verrà definito gusto assiro lombardo, è il giusto taglio ampolloso alle opere che risalta gli operati ammirabili di una vita, vividi riferimenti impressi nella pietra che mostrano l’ ideal-tipo incarnato di uomo  imprenditore dal multiforme odisseico ingegno.

 

Perciò non mancano gli stilemi della metallurgia e della macchina per rappresentare un’ autoctona società industriale realizzata, orgogliosa dei suoi successi. Fama, gloria: è proprio il concetto cardine su cui si è improntato il neologismo per definire il Pantheon Illustrorum, il Famedio (dal latino “fama” e “aedes”), ingresso principale al Monumentale.

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Così si apre infatti il cimitero al visitatore che giunge,  in linea d’aria, dal Duomo: la struttura infatti è il punto di focalizzazione finale del Viale che conduce al Cimitero (per intenderci Viale Ceresio), come in un perfetto quadro prospettico di Piero della Francesca.

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E proprio qui dovevano riposare gli encomiabili ingegni dell’epoca, orgoglio cittadino che meritava questo riconoscimento sociale: la timè del defunto poteva essere così esaltata perché ammirata da tutti gli altri polites in un contesto che risplendesse in ogni angolo proprio quella luce che distingue solo gli eroi e i benemeriti: il bagliore accecante della gloria.

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La composizione eterogenea esterna ed interna del Famedio permette infatti alla luce di stanziarsi in ogni spazio, includendo lo spettatore in un gioco di luci e ricordi, anime e spiriti, che tanto sembra parafrasi della foscoliana “Dei Sepolcri”.

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Le vetrate filo gotiche e la volta e gli archi di un blu elettrico stellato stuzzicano le analogie dell’osservatore, che improvvisamente si trova immerso nella forma tangibile della gloria, immaginando un tempo olimpico nel passato meno remoto rispetto al mito classico.

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Gloria di cui solo pochi sono stati degni: Alessandro Manzoni, al centro, riposò per primo qui; poi Carlo Cattaneo; a sinistra, invece, Luca Beltrami, capo dell’Ufficio Regionale dei Monumenti (oggi la Sovrintendenza), uomo acuto, architetto ed autore del restauro del Castello Sforzesco e di molte  opere del Monumentale. Due busti commemorativi ricordano la Nazione e la sua Cultura: Mazzini e Verdi.

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Nel corso del Novecento si diede riposo anche ad altri celebri: i colombari ospitano infatti  il fisiologo Carlo Forlanini, il poeta premio Nobel, Salvatore Quasimodo, l’artista e designer Bruno Munari (1907-1998) e il giornalista e politico Leo Valiani.

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Nella cripta troviamo invece il pittore Francesco Hayez, lo scultore Antonio Tantardini, l’architetto Luigi Gagnola, il generale Giuseppe Missori, il letterato Cesare Correnti e molti scrittori, tra cui Tommaso Grossi, Giuseppe Rovani, Anna Radius Zuccari alias Neera.

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Uscite ora dal Famedio e tornate verso il grande viale interno, prosecuzione di Viale Ceresio;

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vi troverete in una Manhattan della tumulazione: le strutture, infatti, si spingono verso l’alto, evidentemente ricollegandosi a quell’etica architettonica che già distingueva le chiese gotiche (il gotico è infatti lo stile dominante in molte struttura, in primis il Famedio): più in alto si giunge con la pietra, più velocemente le preghiere – in questo caso le anime – giungeranno nelle braccia di Dio.

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La pietra, in ogni suo blocco, è metafora di tasselli di vita: ogni particolare è riconduce a un dettaglio della famiglia rappresentata, un momento di vita, un’esperienza fondamentale, in primis il rapporto tra uomo e il lavoro: insomma, l’etica della vita industriale milanese.

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E così si afferma l’ Edicola della Famiglia Besenzanica, intitolata “Natura, Uomo, Lavoro”. Il vigoroso corpo femminile è la Comune Madre Terra, inglobante l’uomo lavoratore, rappresentato invece dal gruppo bronzeo composto dai due contadini con i buoi al traino. (oggi, in parte, sotto restauro)

Poi è il momento del gruppo plastico che omaggia il milanese di residenza ma vinciano di origine Cenacolo, l’Edicola della famiglia Campari, per quanto mi riguarda una delle opere meglio riuscite di tutto il Monumentale per realismo e, appunto, monumentalità.

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Gesù spezza il pane, in piedi, e i dodici apostoli in bronzo lo adorano, alla tavola.

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I Campari, re dei cocktail, non potevano non concedersi l’Ultimo Aperitivo (beh, una bella scelta di marketing post mortem oserei dire!): scelgono Castiglioni come scultore, che sorprenderà i suoi contemporanei – in particolare uno – con una sorpresa all’interno dell’opera stessa.

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Infatti per lo scultore risultò molto difficile scegliere chi rappresentare come Giuda, essendo l’unico personaggio non degno di lode a cui non si potevano dare le sembianze di uno dei Campari. Eliminò il problema scegliendo non un defunto ma un suo personale avversario scultore, il quale, in un precedente concorso, lo aveva privato della vittoria di un importante premio.

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Degna di nota è l’edicola Bocconi per la fattezza virtuosa: la grande famiglia milanese celebra sé stessa dopo i grandi successi come i Magazzini Bocconi (che, dopo essere stati distrutti dalle fiamme furono ricostruiti e re-intitolati, sotto suggerimento dell’amico dei Bocconi Gabriele D’Annunzio che tanto amava l’immagine della fenice, “La Rinascente”) e la grande Università dedicata al figlio Luigi, erede di colui che può essere considerato la punta di diamante della stirpe, Ferdinando, uomo unico e caparbio, nato come venditore ambulante di stoffe, divenuto uno dei più grandi imprenditori italiani del tempo e della nostra storia nazionale.

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Curiosissima la somiglianza invece con la scatola dei Panettoni per quanto concerne l’Edicola della Famiglia Motta: è questa l’impressione che avrete appena vi troverete davanti questo grande tronco in cristallo scuro e granito di Biella, adornato da statue, che vorrebbe rimandare, acutamente, ai tholos preistorici che avevano, appunto, la forma di cono (forma che si ritrova però anche nell’Etruria del VII secolo, a ben pensarci). È certo che però il prodotto principe di Angelo Motta, il Panettone, si distinguesse per la strana forma data dall’industriale, appunto, quella a cono senza punta, ottenuta per mezzo di una non spessa ma resistente carta con cui si avvolgeva il prodotto alimentare durante la lievitazione. Idea che lo ha portato a vincere competitivamente contro l’Alemagna: poteva non ricordarlo pure nel suo monumento ai posteri?

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Vi è poi l’edicola della Famiglia Toscanini che nel celebrare il famoso Direttore d’Orchestra rimembra il figlio Giorgio, morto a soli quattro anni: il bambino è infatti, sui quattro lati del cubo, il tema portante della struttura.

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Nascita, Giochi, Dolore, Trapasso sono i quattro momenti vissuti in ogni anno dal pargoletto, che tanto ci ricorda con la sua storia il Pianto Antico per il piccolo Dante del papà Carducci. Su questo cubo troverete i segni tangibili della storia moderna: sono impressi, infatti, i colpi d’arma da fuoco della Seconda Guerra Mondiale sui lati della struttura.

Non mancano i monumenti funebri che richiamano ai gloriosi tempi faraonici, evidente eco delle arie della verdiana Aida che di certo i defunti avranno applaudito all’amata Scala.

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Molti i motivi egizi, alcuni più evidenti, altri sottili dettagli propri di ingegni artistici acuti.

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La famiglia Vogel, infatti, decide di giocare con il proprio cognome che in tedesco significa “uccello” apponendo nell’architrave d’ingresso nella cripta funebre, una Iside alata – propria per proteggere ogni ingresso funebre egizio (si pensi alla tomba di Nefertari) sostituita qui da un semplice volatile.

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Tantissime altre le aree da scoprire di questo museo a cielo aperto: dal Tempio Crematorio, il primo in Italia, frutto del pensiero positivista, filo-scientifico, voluto e finanziato – pare-  dalla massoneria per mezzo della famiglia di Alberto Keller, celebre industriale della seta, cremato anch’egli e oggi riposante nel Cimitero degli Acattolici: l’architetto Maciachini, infatti, progettò esplicitamente questa parte perché venisse dedicata ai non credenti e in modo particolare agli Israeliti: di certo una cultura prettamente laica e positivista dell’artista ebbero un’enorme influenza.

Vi è poi un luogo in cui non posso guidarvi, anche perché vi farei perdere tutto il gusto nel fare questa visita. Esiste una parte del Cimitero chiamata Cortile delle Sculture Dimenticate, che è segreto e assolutamente vietato svelare dove sia ubicato: starà a voi trovarlo anche perché ne vale davvero la pena.

Un Cimitero davvero Monumentale, un’esperienza unica per la vostra ora di arte settimanale.

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Un luogo di ricordo per gli illustri, quella Milano celebre in Italia e all’estero. Quella Lombardia che ha fatto la propria storia e l’ha resa celebre in tutto il mondo.

 

Un modo facile per comprendere quanta forza venga attribuita all’arte quando si tratta di onorare la propria esistenza terrena.

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Vi lascio con una riflessione per cui ringrazio Nicole:

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POESIA VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=kh-DtTmQb5E

Chissà cosa avrebbe pensato Totò di tutto questo: è davvero necessario avere un monumento sontuoso quando la morte è una livella…

“’A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.

‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

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Grazie a

Francesca Bernaschi e Nicole Silvya Bouris per la loro encomiabile compagnia durante la visita 

Stefano Di Fonzo per l’editing delle foto

1 risposta

  1. L'ARCA D'ALLEANZA LOCALIZZATA

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