Testo di – GIULIA MAINO

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Fare film sull’impossibile, sull’inafferrabile, sul fantastico? Michel Gondry, proclamato regista di “Eternal Sunshine Of The Spotless Mind”, “La Science Des Rêves” e “Be Kind Rewind”, l’ha sempre fatto.
Per la sua nuova opera, il regista francese affonda a piene mani in quel barattolo di assurda marmellata che è “L’ècume des jours”, romanzo di Boris Vian, autore sfortunato e leggendario morto a soli quarant’anni, tra un brano jazz e un capolavoro surrealista.

La storia racconta di Colin, figlio di una presunta borghesia francese (il film, come il libro non ha collocazione temporale) che vive spensierato in un mondo magico e folle, fatto di scarpe ringhianti, strette di mano rotanti e nuvole di stoffa. Il ragazzo smania di innamorarsi, e trova la felicità nei grandi occhi di Chloè,  una ragazza conosciuta ad una festa. I due convolano a giuste nozze, ma l’idillio è breve; Chloè  si ammala, e nulla sembra in grado di guarirla.

Gondry ci porta su un ottovolante di sensazioni: ci scomponiamo in mille pezzi come i suoi scarafaggi-campanello, i nostri arti si allungano e piegano in una danza morbida sulle note di Duke Ellington, i topi antropomorfi vivono in un’esatta riproduzione di casa nostra; il tempo è lasciato fuori, siamo sospesi su di una nuvola soffice e calda, quella della fantasia. Il regista dà ampio sfogo alla sua creatività, esasperando il suo stile particolarissimo stordendoci con immagini rotonde, surreali, distorte.
La sua lussureggiante cifra stilistica provoca lo stesso effetto che fece pochi mesi fa “The Great Gatsby” di Luhrmann, caratterizzato dalla stessa amplificazione del linguaggio filmico. Meno “sparkling” e più bon ton di Luhrmann, Gondry esagera con le stranezze, rallentando il ritmo tendendo il tempo delle sequenze come uno spago;  manca un pizzico di brio e di coinvolgimento in più rispetto alle opere precedenti. Il film diverte e stringe il cuore in una morsa d’ovatta, ma non lo conquista.

Tuttavia, la mancanza di empatia nei confronti dei personaggi non è totalmente da attribuirsi alla presenza ingombrante del Gondry-regista; il fantasma di Vian imperversa sopra la caratterizzazione di Colin e Chloè. Nel romanzo, i protagonisti sono macchiette egoiste, che vivono e agiscono dettati da impulsi meccanici, figli illegittimi di un mondo frenetico e sordo, governato dal denaro e dalla guerra (le splendide sequenze dedicate a Colin alla ricerca di un lavoro per pagare le cure della moglie: Il capo di una presunta multinazionale che confessa a Colin che “noi non assumiamo i fannulloni, se è per questo nemmeno gli altri”, uomini completamente nudi che “covano” con il loro calore futuri fucili di precisione). L’estrema fedeltà al romanzo sacrifica il coinvolgimento emotivo, mettendo alla prova lo spettatore con un turbinio di significati contrastanti e difficili da cogliere e digerire, come l’estraneità e la completa indifferenza alla morte dei protagonisti, fino a quando non li coinvolge direttamente;  l’ossessione perversa e masochista per la cultura, un esistenzialismo vuoto e sterile che porta alla rovina economica e relazionale. Un universo intangibile, composto da due ecosistemi , quello privato e quello del mondo esterno, che convivono e si incrociano solo per contaminarsi a vicenda.  Le stanze si rimpiccioliscono, il sole non brilla più; la malattia di Chloè consuma e uccide ciò che la circonda, per poi sgretolarsi un bianco e nero soffocante, che conduce la storia alla inevitabile e prevedibile fine.

L’uso sapiente dei colori, la consapevole e rispettosa rielaborazione dell’immaginario di Vian (scenografie pregne di oggettistica vintage, il pseudo grammelot che strizza l’occhio al Burgess di Arancia Meccanica, in modo molto naif) non riesce a rendere l’opera di Gondry lo sperato capolavoro. Ciò che rimane però, non appena si esce dalla sala, è un grande senso di malinconia, di dolce crudeltà. E’ stato tutto un sogno, o un incubo? Con la sua tenera e alienante fantasia, il regista francese riesce comunque ad instillarci questo dubbio, al quale non troveremo mai risposta. Esso annegherà nella schiuma dei giorni che ci attendono, come il fiore cattivo che cresce nei polmoni di Chloè.

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