Testo di – DAVIDE PARLATO
Foto di – MARIKA TORCITTO GIUSEPPE ORIGO

 

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Non è un semplice concerto: ma un’alchimia perfettamente equilibrata di musica, adrenalina, spettacolo e meraviglia. Non stai assistendo ad un concerto, ma alla più incredibile sublimazione di quel multiverso sensoriale che è la modernissima idea di fruizione della musica (e perché no, proprio dell’Arte in generale). Non è un’esibizione ma un’esperienza totale di elevazione ed esasperazione del dilagante intreccio dinamico che sta diventando sempre di più il contemporaneo, l’esibizione, non a caso, di uno dei gruppi più significativi e rappresentativi del panorama artistico-musicale di oggi e di questa nuova frontiera dell’esperienza artistica.

Sto parlando dei MUSE.

Vivere l’esperienza di un loro concerto è qualcosa di unico, proprio perché è come trovarsi nel mezzo: tra lo schermo e lo spettatore. Non è il cameraman che indirizza la tua attenzione, ma non sei neanche tu a muovere il tuo sguardo: ti ritrovi trascinato in un vortice di sensazioni diverse fino al raggiungimento di una totale integrazione con la multidimensionalità di ciò che ti sta davanti. È un po’ il passaggio dal vedere un qualcosa al viverlo: sentirsi dentro ad un’unità senza continuità specifiche ma fatta di molteplici connessioni dinamiche, fluide e totali: eliminata la direzionalità spettacolo-spettatore, si entra in un gioco così complesso e così immediato di integrazione completa, operazione mentale che caratterizza tutte le forme possibili del moderno ma che non mi aspettavo potesse essere esperita così potentemente in un concerto.  

The 2ND law tour 2013 @Turin 28/06/2013

Tre ore di sonno e dieci ore di calvario sull’asfalto rovente e intrappolato in agglomerati informi di spintoni ed esasperazione da coda sono state senza dubbio difficili: ma assistere al concerto alle transenne, a pochi metri dal palco e dall’estro di Bellamy sono stati di sicuro una ricompensa senza prezzo. Anche se temevo che stanchezza e disprezzo profondo verso machiavellici fan intrufolanti e verso venditori di birra fresca ai confini del paradosso monetario, uniti a frequenti deliri, cedimenti rotulei e apparizioni di svariati santi  avrebbero minato al piacere del concerto, al termine dell’esibizione dei gruppi spalla (che di sicuro sono riusciti nell’impresa di far valere ancora di più l’esibizione dei protagonisti del concerto: non so come dirvelo, ma grazie, We are the ocean per fare schifo) e all’ingresso sul palco del trio, la scarica di adrenalina è stata così potente da farmi dimenticare tutto il resto.  

Tra Pink Floyd e Queen: reinventare un genere e un genere di spettacolo

Fiammate, fumo, geyser vaporiferi e raggi laser: Supremacy. Il basso di una violenza incredibile, la distorsione della chitarra e i colpi sulla batteria, uniti alla potenza vocale allucinante di Bellamy. E poi via con una serie dei pezzi più travolgenti: Plug In Baby, Panic Station, Resistance, Knights of Cydonia. Eccitazione alle stelle: sballottati dagli spintoni, pogando, saltando, infervorati dall’altezza disumana della voce e dai suoni destabilizzanti della synth guitar di Bellamy. Tutto all’insegna dello spettacolo.
Così come il genere dei MUSE fa riferimento moltissimo al prog dei Pink Floyd e, soprattutto negli ultimi due dischi, al symphonic rock dei Queen, anche lo spettacolo proposto sembra riassumere due aspetti importati di queste due band inglesi: la meraviglia visiva e l’atteggiamento sul palco. Bellamy, considerato, non a caso, uno dei cinque più grandi frontmen della storia del rock, non si è fermato un attimo: in corsa, passeggiando sul palco o scivolando sulla lunga passerella che tagliava a metà il pubblico e si spingeva sino a quasi la metà del prato. Facendosi inseguire dalle telecamere che riproiettavano le immagini sugli antistanti teleschermi o trascinando la telecamera verso se stesso. Ma non solo lui ha dato prova di grande presenza scenica: anche il bassista Chris Wolstenholme si è spinto tra la folla (in particolare nell’esecuzione del suo epico riff di Hysteria e del pezzo proprio da lui scritto Liquid state), e il batterista Dominic Howard (grazie al posizionamento della sua strumentazione proprio al termine della pedana). Grande carisma generale, grande potenza di scena e anche una certa simpatia (soprattutto nelle frasi campione in italiano che Bellamy ogni tanto lanciava al pubblico tipo “Italia vi amo” o nei video proiettati sugli schermi durante Panic station, ridicolizzanti i leader americano, cinese e tedesco).

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Ma soprattutto grande talento tecnico: la voce, con tutti gli sforzi canori della serata, non ha ceduto neanche un secondo e la sincronia tra i tre è sempre stata perfetta.
Dall’altra parte la spettacolarità del palcoscenico non poteva non ricordare le esibizioni dei Pink Floyd. Oltre ai già menzionati effetti scenici, alcune coreografie e scenette accompagnavano alcuni pezzi sorprendendo il pubblico: un robot gigante si aggirava sul palco spruzzando fumo bianco su Unsustainable, un broker dal ghigno ferino veniva ammazzato da proiettili di soldi su Animals, una lampadina gigante galleggiava sopra il pubblico sputando ad un certo punto, tra lo stupore collettivo, una ballerina volteggiando in una coreografia su Guilding lights. Insomma: spettacolo a trecentosessanta gradi.

“E non è colpa mia se esistono spettacoli con fumi e raggi laser”

 Non credo ci sia molto da dire sulla musica: i MUSE sono dei grandissimi innovatori pur non avendo inventato nulla dal punto di vista musicale. La loro innovazione è di essere sempre al passo con i tempi, costruendo un genere che mette insieme hard rock, progressive, symphonic e elettronica (più recentemente proprio la tamarrissima dubstep), creando qualcosa di unico e attuale, come nessun’altro gruppo nella sfera musicale rock attuale ha fatto.
Inoltre l’attualità della musica si sposa nel gruppo inglese con l’attualità dei testi, che se prima erano più improntati sulla malinconicissima fine del mondo, ora vanno ad attaccare temi cari soprattutto a Bellamy, quali la politica e la plutocrazia che regna sul mondo occidentale. Così che la potenza musicale dei pezzi si fa anche da ariete di uno spirito rivoluzionario cui tutto si può dire tranne di essere pedissequo e banale sulla scena artistica di oggi.

Ma è proprio il sommarsi di tutte queste cose in uno spettacolo che conferisce ai MUSE il merito più grosso: quello di incarnare un decennio, nella creazione di una fruizione totale fatta di movimento, spostamenti continui del centro dell’attenzione, luce, suono e anche un po’ di spirito ribelle e rivoluzionario, tutte cose che in un concerto non possono che galvanizzare i presenti ed incorporarli in una qualcosa di più grande di loro, mettendoli in comunicazione con un realtà sovraordinata, simile alle connessioni neurali (copertina tra l’altro e feticcio del loro ultimo album) o a Google. Perché è proprio questo il punto: la mente moderna sta assumendo sempre di più le caratteristiche dell’immediatezza e della collateralità, della spettacolarità e dell’interconnessione. E un rammaricato malinconico potrà scusarsi anche col mondo per questi tre “scemi” che si muovono sulle pedane, perché manca una sapiente mediocrità in quello che fanno.

Ma la verità è che questa nuova realtà, che piaccia o meno, è la necessità, è l’impalcatura di un nuovo mondo che ha radici ancora più antiche di quanto si voglia credere. E il nuovo genio è colui che sa plasmare qualcosa di vivibile in ogni dimensione possibile, qualcosa che non ha spazialità perché le contiene tutte.

I MUSE identificano esattamente questo nuovo zeitgeist moderno. E, al di là di ogni detrazione un po’ nostalgica, dovremmo accettare in questi termini il nostro tempo per poter capire qualcosa delle forme attuali dell’essere.

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