Testo e foto di – VIRGINIA STAGNI

 

 

24-09-2013 – Palazzo Reale, Milano

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Ha aperto oggi alle 9.30 al pubblico, in una splendida giornata di sole autunnale, la mostra “Pollock e gli irascibili, la scuola di New York” e Revolart ha avuto il piacere di essere tra i primi ad esplorare una esposizione rivelatasi interessante oltre che magnifica. La mostra rientra nel ciclo di appuntamenti de “l’Autunno americano”, una serie di iniziative che avranno luogo nella città lombarda in occasione della ricorrenza dell’Anno della Cultura Italiana in America. (leggi qui : http://revolart.it/2013-year-of-italian-culture-in-the-united-states-america-discovers-italy/)

Questa esposizione nasce grazie alla collaborazione di Milano con il Whitney Museum di New York che ha ceduto al milanese ben 49 opere. È la terza florida partnership con il museo americano dopo l’esposizione sul “l’arte americana” nel 2002 e la retrospettiva su Hopper nel 2009.

Proviamo a dare un quadro generale della mostra e del gruppo che ha in Pollock il suo esponente più eminente.

Il termine “irascibili” viene coniato nel 1946 dall’ Herald Tribune (la genesi del nome non può non ricordarci quella degli Impressionisti) per identificare non un movimento ma un gruppo di artisti unito da una sensibilità per l’arte affine ma mai uguale nelle sue manifestazioni. È la sensibilità dell’Espressionismo Astratto che si scontra con il Metropolitan Museum of Art e i suoi canoni non accostabili alle idee di fondo di questa corrente (e anche questo non può non ricordarci l’ostracismo nei confronti degli Impressionisti da parte del Salon parigino). In segno di protesta, il 20 maggio 1950, gli esponenti “irati” scrissero una lettera al museo e ai suoi curatori: il tono colorato e nervoso del testo fece ideare alla testata questo soprannome che divenne identificativo per questi artisti. Identificativa sarà anche l’istantanea di quindici degli Irascibles, provocatoriamente vestiti da banchieri, scattata nel 1951 per la rivista Life da Nina Leen.

Tra i componenti di spicco del gruppo abbiamo Jackson Pollock, Willem de Kooning, Mark Rothko e Barnett Newman, Robert Motherwell, Adolph Gottlieb, William Bazotes e una figura che ritengo molto interessante, Lenore Krasner, che cambiò nome in Lee, per l’ambiente troppo maschilista e una volta diventata la compagna di vita di Pollock e lo supportò non solo artisticamente ma anche emotivamente per tutta la sua esistenza.

L’irruente bellezza inquieta di questi artisti, che hanno avuto la capacità di andar oltre, di mettersi ed essere messi in discussione aprendo nuove strade all’arte mondiale, sancisce la promozione di New York a  “patria del nuovo”, del fresco, del giovane, è la mela arrivata alla giusta maturazione per essere degustata, culturalmente parlando, dall’umanità. Tutto questo comporta però un improvviso cambiamento sul fronte europeo: il volto di Parigi, di Milano, di Londra, da sempre capitali dell’arte e dei nuovi movimenti, diventa rugoso e contornato da radi capelli banchi.

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Questi giovani americani hanno saputo cambiare l’immagine ed il linguaggio della pittura. Con grande capacità critica questi artisti si accorsero che, negli USA, era assente qualcosa di fondamentale: un orientamento creativo autentico di fondo. Gli americani usavano ancora ispirarsi al modernismo europeo (la grande fonte di ispirazione era per tutti Picasso) ma mancava un fenomeno artistico puramente americano: sarà l’espressionismo astratto la risposta vincente a questa mancanza.

Fu Pollock a “rompere il ghiaccio” sul nascere della relazione tra il mondo e l’espressionismo astratto. La sua sigaretta sempre accesa, il suo sguardo scontroso, aspro, confuso, inquieto, maledetto, diventeranno l’emblema di questa corrente artistica. Emblematiche anche le sue mani, il suo corpo e i suoi vestiti (non a caso l’intervista al curatore Luca Beatrice, riprodotto in una delle sale, avviene in un negozio di abbigliamento: i jeans stracciati di Pollock sono diventati infatti una moda dagli anni ’90 ad oggi). Pollock dipinge en plein air ma lo fa in un modo completamente diverso: la sua tela non è più su un cavalletto ma è per terra, sul terreno, quasi come se dal contatto con questa superficie il dipinto potesse trarre energia vitale. Pollock, le cui performance sono riprodotte da alcuni video proiettati nelle sale, non guarda mai la natura che lo circonda, tende a non alzare lo sguardo mentre dipinge ma fissa la tela, quasi non avesse più bisogno di controllare ciò che gli sta intorno: la natura egli la sente, la percepisce.

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Peggy  Guggenheim, la più grande sostenitrice di Pollock gli permise, nel 1943, di esporre in una mostra personale le sue opere: da quell’anno fu riconosciuto universalmente come il “primo vero artista americano”.

È interessante, come per ogni protagonista di questa mostra, scoprire la sua genesi artistica, dall’embrione alla sua massima espressione. I primi disegni, tratti dai suoi blocchi, vedono l’artista ancora legato a figure reali. Sono rappresentazioni ibride che esprimono una vasta gamma di influenze: l’inizio artistico di Pollock mescola infatti il surrealismo, Picasso, il moralismo messicano e l’arte oltre che la tradizione e filosofia dei popoli nativi americani che aveva conosciuto in gioventù, con le sue forme ridotte e semplici. Già in questi schizzi si nota un gesto delle matite nervoso. È evidente un richiamo alla pittura primordiale, la stessa a cui si ispirò Picasso, suo mentore. È proprio una delle maggiori opere dello spagnolo, Guernica, ad influenzare Pollock, che la osservò ed adorò al MoMa di New York.

Fu da tutte queste correnti che Jackson poté ideare un nuovo rapporto con la pittura: non più solo gli occhi e la mano coinvolti nella produzione ma l’intero corpo. È con l’artista americano che abbiamo il primo esempio di action painting.

Le opere di “Jake The Dripper”, così soprannominato nel 1956 dal Time, che potete osservare a Palazzo Reale, dimostrano composizioni tutt’altro che casuali. Il quadro è perfettamente costruito: ogni colore è ritmicamente lasciato sgocciolare sulla tela (la tecnica innovativa di Pollock è appunto il “dripping”-sgocciolatura) secondo uno studio precedente preciso e definito che si può rintracciare seguendo con lo sguardo le linee e le gocce.

Ama le grandi tele perché ama sfidare i limiti del cavalletto. I movimenti del corpo e poi del pennello e dei bacchetti utilizzati dall’artista per colorare la superficie, quasi fossero arti stessi del suo corpo, sono sia centripeti che centrifughi. La pittura diventa, con Pollock, musicale. Siamo nell’America di Elvis Presley e Miles Davis, di Marlon Brando e James Dean; ma soprattutto questa è ancora l’ “età del jazz” per New York, direbbe Fitzgerald: l’assolo creativo (che esso sia musicale o pittorico) diventa fondamentale. E Pollock è un perfetto performer e solista.

Particolare l’installazione all’interno di una sala della mostra che permette agli spettatori di stendersi su di un grande divano circolare e guardare sul soffitto il modo di fare pittura del newyorkese, come stesse dipingendo, al ritmo di musica, su di una tela di vetro e noi fossimo al di sotto di essa ad osservarlo.

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Nel suo essere artista, Pollock può essere definito l’ultimo romantico: il suo comportamento e stile di vita ribelle e fuori dagli schemi, che gli costò la vita nel 1956, è sovrastante e si manifesta palesemente nel lavoro artistico (sulla scia di un maestro come Caravaggio). Scontroso e non amante della notorietà né del pubblico, aprì una sola volta il suo atelier alla stampa: solo grazie a questo episodio fortunato abbiamo potuto conoscere il modo innovativo di Pollock di dipingere.

Franz Kline

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Nelle sue composizioni è evidente il richiamo alla realtà, soprattutto all’ architettura della Grade Mela con i suoi grattacieli, i suoi ponti, le sue strade, delineati da segni neri marcati, netti e spessi aderti su di un candido bianco vergine; irruente nella loro presenza, le linee nere sono volte a rappresentare l’imponenza delle architetture della metropoli americana.
Nel 1943 Kline stringe amicizia con Kooning il quale gli consiglia di proiettare le immagini dei suoi schizzi sul muro: esse vengono così ad assumere tratti molto più decisi e gravi. Sono proprio questi tratti proiettati quelli che l’artista riproduce su tele di grandi dimensioni. La scelta dei colori, il Bianco e il Nero, l’alfa e l’omega della scala cromatica è dovuta a una scelta precisa dell’artista: è un rimando alla dimensione zen e spirituale che il pittore aveva seguito durante la sua esistenza. Questa polarità permette ai due colori, che non si mescolano mai, di attrarsi secondo un intreccio a maglie salde e strette, di incrociarsi secondo uno studio che vuole suscitare emozioni nell’osservatore.
Dall’ Espressionismo Astratto al Color Field ed al Monochrome

Dagli anni ’50 prende avvio una nuova corrente artistica all’interno dell’espressionismo astratto: la Color Field Painting. Con essa si arriverà all’ esclusione del gesto fisico dal gesto pittorico; ci si avvicina per certi versi alla smaterializzazione pittorica. Ne fanno parte Hans Hofmann (teorico del movimento), James Brooks, le prime figure femminili, che riescono ad emergere, di Helen Frankenthaler ed Hedda Sterne (unica donna presente nella foto degli Irascibles), fino ad arrivare a Morris Louis e Sam Francis, con una sintesi tra motivi contemporanei e teorie minimaliste nascenti. I campi di colore diventano un ripetersi meccanico di gesti da cui si allontana sempre più la mano del pittore per lasciare spazio invece alla diluzione della materia.

Nel 1960 in Germania viene inaugurato una mostra, la “Monochrome Malerei” (Pittura Monocroma). I massimi esponenti di questo movimento saranno Mark Rothko e Barnett Newman.
Newman, tra i più filosofici del gruppo degli irascibili, diventa noto per lo “zip”, l’utilizzo cioè di linee verticali prorompenti sulle tele. Con il tempo si avvierà sempre più verso forme monocrome. Le interruzioni verticali si assottigliano con il tempo e “minimalizzano” per lasciare invece spazio al colore che diventa il despota regnante della tela.
Rothko invece è il più aulico degli irascibles: i suoi rettangoli luminosi si sublimano sulle grandi tele e la missione dell’artista diventa rendere la fruizione delle opere un vero e proprio momento di contemplazione: l’approccio alla pittura, al colore e allo spazio pittorico è per Rothko, a tutti gli effetti, lirico.

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Rothko può essere considerato la cerniera del movimento espressionista: egli sa congiungere la gestualità del movimento nervoso e inquieto pollockiano con la pittura più concettualmente inquieta (dato anche il momento storico-siamo in piena guerra fredda) di Newman e Rothko stesso.

Ricordate:

Palazzo Reale – Milano da oggi, 24 Settembre fino al 16 febbraio 2014. Mostra curata da Carter Foster e Luca Beatrice, prodotta da Artehemisia Group e da 24Ore Cultura – Gruppo24Ore.

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Vi rammento il prossimo appuntamento con la cultura americana sempre a Palazzo Reale: 24 Ottobre, Andy Warhol. E noi di Revolart, ci saremo.

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