Testo di — CLAUDIA FRANGIAMORE e CAMILLA ABBRUZZESE

E’ proprio nella sede dell’ex Teatro Smeraldo in Piazza XXV aprile che, in occasione del 166esimo anniversario delle Cinque Giornate di Milano, è stato dato ufficialmente inizio ad una delle avventure imprenditoriali meglio riuscite nel campo della gastronomia, a livello mondiale: EATALY.

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Il neonato punto vendita della catena di alimentari nostrani più famosa al mondo è stato aperto al pubblico alle dieci della scorsa mattina di ieri, martedì18 marzo , facendo la sua entrata inaugurale nel centro storico di Milano ed attirando migliaia di visitatori per tutta la giornata. L’inaugurazione proseguirà per cinque gironi, così come, appunto, le Cinque Giornate.

Dopo la prima (modesta) sede di Eataly nel milanese situata in Piazza Cinque Giornate, questo secondo punto vendita, molto più grande e fornito, promette di soddisfare qualsiasi desiderio di degustazione di specialità gastronomiche provenienti da tutta Italia. Su ognuno dei tre piani di cui si compone l’edificio si trovano decine e decine di espositori, colmi di prodotti tipici d’eccellenza Made in Italy che non deluderanno le aspettative della clientela.

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Ogni regione italiana ha la visibilità che merita,  i prodotti lombardi a buon ragione godono di un’ attenzione particolare e sono così la gamma più estesa di tutto il negozio. Ma non mancherà occasione di acquistare una buona marmellata siciliana al limone, la celebre pasta di Gragnano, la mozzarella di bufala campana o le cipolle di Tropea, degustando un pezzetto di ogni singola peculiarità gastronomica del nostro bel Paese.

Tra vini, formaggi ed altre delizie, Eataly ha dedicato una sezione apposita ai presìdi Slow Food, la celebre associazione fondata da Carlo Petrini il cui obiettivo è quello di divulgare la tradizione enogastronomica italiana; prodotti a presidio sono, ad esempio, il paté di gallina e il tonno di coniglio alla piemontese, adesso tutelati nel nome della biodiversità ed indentificati, insieme a numerosi altri, con l’apposito marchio Slow Food, che nel corso di dieci anni ha istituito oltre duecentoventi presìdi sul territorio italiano.

Vi è perfino una sezione dedicata ai prodotti per la cura del corpo, realizzati con ingredienti ricercati e di altissima qualità, come i minerali del Mar Morto, noti per le loro capacità curative.

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All’interno del negozio sono inoltre presenti una panetteria, la storica catena di cioccolaterie Venchi e la linea curata del celebre pasticcere Luca Montersino. Poi un banco dei formaggi e uno della carne, un pastificio e numerosi ristoranti/caffetterie presso i quali consumare un pasto veloce o sorseggiare un buon caffè, osservando dalle balconate l’incessante viavai di gente in questo splendido negozio. All’ultimo piano il ristorante stellato “Alice”, di Viviana Varese.
Vi è perfino una sezione dedicata ai prodotti per la cura del corpo, realizzati con ingredienti ricercati e di altissima qualità, come i minerali del Mar Morto, noti per le loro capacità curative.

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Il discorso inaugurale è stato tenuto dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia e da Carlo Petrini, oltre che ovviamente dal geniale fondatore della catena Oscar Farinetti, classe 1954, attualmente una dei più grandi dirigenti d’azienda italiani, che si è così pronunciato: “La bellezza deve contagiare la città: deve essere un bene di tutti, un bene collettivo”. E noi ci auguriamo che Eataly sia proprio uno di quei posti in cui riscoprire la (grande) bellezza italiana, godendo appieno dell’unicità della nostra cultura e, soprattutto, della nostra cucina, invidiata ed acclamata in tutto il mondo.

La gastronomia non sarà infatti l’unica protagonista di questo progetto: Eataly ha voluto rendere omaggio alla storicità e alla bellezza del teatro che occupava quei cinquemila metri quadri in cui, oggi, si sviluppa il punto vendita, mantenendo il vecchio palcoscenico per dare la possibilità, nel corso del tempo, ad artisti emergenti di esibirsi in questo spazio mettendo in risalto spirito culturale del nostro Paese. Verrà dunque offerta agli ospiti del negozio una programmazione musicale completa e interamente gratuita, che toccherà qualsiasi genere musicale ed allieterà l’udito della clientela; nondimeno, sul palcoscenico si alterneranno anche altri tipi di spettacolo artistico, quali reading, recital, danza e tutto ciò che riguarda la cultura nelle sue variegate forme, inclusa quella gastronomica.

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Ma perché sembra così importante garantire la continuità con il passato?

La risposta è molto semplice.

Volendo rivivere insieme la storia di quel pezzo di  cultura milanese che è stato il teatro Smeraldo, possiamo ricordare che esso nacque nel 1942, in periodo fascista, e di questo periodo storico conserva l’architettura, con le colonne, il porticato e le linee rigide. Inizialmente nato come cinema, rimase tale fino agli anni ’80 quando poi mutò rotta per essere adibito a rappresentazioni teatrali nazionali e internazionali, seguendo un meccanismo opposto a quanto accade solitamente, dato che in tempi recenti è più probabile che sia un teatro a diventare cinema e non viceversa.

Lo Smeraldo ha costituito una pietra miliare della cultura teatrale di tutta la seconda parte del Novecento, creando un connubio tra spettacolo in prosa, varietà e lirica, anche se l’apporto principale fu quello della musica. Sul suo palco si sono esibiti artisti di fama internazionale come Bruce Springsteen, Deep Purple, David Bowie, ma anche Giorgio Gaber, Rent con Pavarotti e poi anche nomi storici del grande Varietà del vecchio secolo come Dapporto e Companini, in arte Stanlio e Ollio, i fratelli de Rege, e Aldo, Giovanni e Giacomo.

Il teatro di Longoni ha vissuto l’epoca del secondo dopoguerra, quella successiva, più trash e disinibita, delle soubrettes, delle primedonne e dei primi spogliarelli, per poi inaugurare una nuova era con il passaggio alla gestione di Longoni junior, promossa dalla rappresentazione in scena del “Romeo e Giulietta” di Cobelli. Sempre in quelle mura in Piazza XXIV Aprile è avvenuta la fondazione del Movimento 5 Stelle di Grillo, alla presenza di molti nomi importanti del panorama milanese, artistico e politico, ma non solo.

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L’apertura di Eataly segna la fine definitiva dello storico teatro, la cui chiusura riguarda tutt’altre questioni, note già tempo prima.

In parte le cause della crisi sono state dovute agli interminabili lavori nel parcheggio in piazza XXV Aprile, di fronte all’entrata del teatro, e in parte a motivi di concorrenza sleale all’interno del medesimo settore.

I primi tentennamenti da parte della famiglia Longoni riguardo la gestione dello Smeraldo si vedevano già dall’Ottobre 2010, quando però la risposta della Provincia di Milano non era mancata all’appello, intervenendo, attraverso l’incontro tra Gianmario Longoni (Presidente di Officine Smeraldo S.p.a.) e l’allora Assessore alla cultura Novo Umberto Maerna, a favore del recupero dell’attività del teatro, che vantava un’esperienza trentennale all’interno del patrimonio artistico-culturale della città.

Nonostante questo, però, nulla di fatto per altri due anni, ed è del febbraio 2012 l’annuncio definitivo della chiusura. In verità, la palla avvelenata sarebbe dovuta passare agli uffici dell’Assessorato al Commercio e all’Urbanistica, dal momento che il principale motivo di crisi era imputabile ai cantieri di lavoro antistante il teatro, prolungati per almeno sei anni, costituenti la determinante nella scelta di chiusura.

Gianmario Longoni ha parlato di una possibile riapertura in un’altra zona o comunque sarebbe stato favorevole ad entrare in società con Farinetti, l’imprenditore di Eataly che soppianterà lo Smeraldo, ma questo non si è poi verificato.

Il passato avvincente e brillante, che questo pezzo di storia può vantare, sembrava destinato a non rivivere più, ma fortunatamente rifiorisce nello spirito del nuovissimo Eataly, grazie al palcoscenico rimasto immutato su cui potranno ancora esibirsi numerosi artisti, alle prime armi o no.

Si dà vita, in questo modo, ad un nuovo atteggiamento nei confronti della cultura, che dovrebbe essere preso ad esempio in tutto il Bel Paese, a dimostrazione del fatto che per ogni epoca che finisce e per ogni sipario che si chiude, ce n’è un altro pronto a riaprirsi, senza doversi soppiantare al precedente, ma conservandone lo spirito e l’importanza degli obiettivi raggiunti.

Un meccanismo di dare forma alla cultura senza stravolgerne quella precedente, un nuovo modo di plasmare il futuro prendendone i modelli dal passato, senza anacronismi, ma dando valore a ciò che fu glorioso anche se adesso non potrebbe esserlo più.

Un augurio, quindi, e un esempio da seguire: che non sia più così raro subentrare alla cultura con la cultura stessa.

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