Testo di – DAVIDE PARLATO

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“-Ha l’Alzheimer suo padre?

-No crede a quello che gli dice la gente

-Non è un bene.

-Già…”

Questo inverno di cinema sembra davvero non deludere le aspettative. Anzi sorprende la quantità di film usciti e in uscita che sanno far pensare e vivere una vera emozione, di contro alla scorsa spettacolare stagione di grandi blockbuster da milioni di dollari. Nebraska, il nuovo film del regista indipendente Alexander Payne è perfetto esempio di questa (se ce la sentiamo di definirla così) momentanea svolta. Un film che compendia la storia di formazione nei binari estetici del road movie, è l’analisi di un personaggio: un vecchio burbero e testardo che però, prima di tutto, è un padre – un padre da riscoprire.

Il vecchio Woody Grant (Bruce Dern) riceve una lettera da parte di un’azienda di marketing di abbonamenti: una di quelle odiose lettere che ti promettono di vincere un milione di dollari se il numero a te assegnato rientra fra i numeri vincenti. Da questo evento ordinario e normalmente indesiderato si sviluppa la vicenda: Woody si intestardisce a voler raggiungere la sede dell’agenzia nel Nebraska sognando di avere già fra le mani il suo milione di dollari. Vi chiederete voi cosa ci potrà fare un vecchio in fin di vita con tutti quei soldi: ovviamente, comprare un furgone nuovo e un compressore da carpenteria. Ma forse qualcos’altro spinge così fortemente il vecchio Grant alla rincorsa folle del malloppo: così come altro si nasconde dietro alla figura scarna ed austeramente scombussolata dell’uomo divorato dalla sua anzianità e dal suo passato. E tutto questo è ciò che scoprirà l’amorevole figlio David (Will Forte) accompagnando il padre nel lungo viaggio dal Montana a Lincoln, Nebraska.

Dalla sinossi così esposta si evince già facilmente una caratteristica del film: la trama, del tutto lineare, non è una grande novità. Presentando le caratteristiche estetiche del road movie tradizionale (amici che diventano nemici, nemici che diventano amici, nuovi incontri tra il poetico e lo squallido, la riscoperta di un personaggio nella coercizione del viaggiare), non si può guardando il film non pensare a opere d’arte come Una storia vera di David Lynch o a quello che può essere considerato se non il padre il capolavoro del film in quanto viaggio di formazione: quel lontano Smultronstället (Il posto delle fragole) di Ingmar Bergman che, però,  ancora oggi ci è vicino e moderno quanto mai. Da questo sono sicuramente mutuati alcuni topic come il vecchio odioso riscoperto, il ritorno alle radici come meccanismo per riconoscere se stessi, la rincorsa ad un oggetto del desiderio che alla fine si mostra come nudo pretesto per riscoprire il proprio mondo.

Tuttavia se in Smultronstället la direzione filmica era centripeta in direzione del vecchio Isaak, che lentamente cambia e con lui, quasi magicamente, tutte le relazioni familiari che lo accompagnano, in Nebraska la direzione del “cambiamento” (poi spiego) è centrifuga: il vecchio cocciuto e ubriacone Woody resterà per tutto il film un vecchio cocciuto e ubriacone, incapace di esprimere l’affetto di cui i figli avrebbero avuto bisogno ma che custodisce un amore grande, in grado di concretizzarsi solo nella accondiscendenza più pura. Il che se vogliamo è molto meno magico rispetto al capolavoro di Bergman ma assolutamente più realistico, prendendo a piene mani da una realtà della vecchiaia come l’insostenibilità del cambiarsi e del cambiare. La forza centrifuga esercitata dal protagonista  non è una forza di vero e proprio cambiamento ma di presa di coscienza, di scoperta di un passato dietro ad un uomo che difficilmente si potrebbe chiamare padre (se non per rispetto) ma che è qualcosa di più che un semplice errore vivente: è un uomo che ha vissuto il dolore, la perdita, la delusione e che, (questo cinicamente sembra essere un’eco di tutto il film) non può evitare di trasmettere i suoi difetti alla prole. Questa, ma in particolare il figlio David, non può che mettere da parte il dolore e le resistenze creategli dal passato e dall’infanzia e riconsiderare il vecchio papà come un uomo, un essere fallace: e di riconoscergli l’amore che in fondo serba per tutto ciò che gli sta accanto, per i figli e per la moglie rompiscatole e borbottante, per gli amici e anche per i falsi amici. Il tutto nella cornice di lamiera offerta da una sgangherata Subaru.

Il grande fascino di Nebraska perciò è un’idea di stabilità, di impossibilità del cambiamento, dell’immutabilità dell’essere al mondo e del mondo stesso. Un concetto doloroso ma affascinante che si concretizza nel film nell’estetica scabra e lineare della radura americana, nella scelta (forse un po’ manieristica ma in fondo azzeccata) del bianco e nero, nella compilation di anzianità che costella tutta la durata del film, nel cinismo grottesco (un po’ coeniano) che caratterizza certe inquadrature di grettezza e la gran parte degli spassosi e drammatici dialoghi, nel dipinto senza fronzoli di un’umanità negativa fatta di continue insidie, avidità e inganno: ma soprattutto nell’interpretazione di Bruce Dern, che, da sola, varrebbe la visione del film.

Il vecchio Woody è un vecchio reale, non parla tanto, capisce ancora meno, soffre e non ne vuole sapere di ascoltare un consiglio. Non sentirete da lui sentenze di saggezza o comandamenti sapienziali iscritti nella roccia, ma sarà per voi, come per il figlio David, il “Padre”: silente incapace di rispondere ai desideri, inerte: puro incomprensibile amore.

Miglior interpretazione maschile a Cannes per Bruce Dern, sei nomination agli Oscar 2014.

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