Testo di – GIUSEPPE ORIGO

Fotografie di – Paolo Dalprato

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Le ICO sono complessi organizzati di artisti, tecnici e personale amministrativo, con carattere di continuità, aventi il compito di promuovere, agevolare e coordinare attività musicali che si svolgono nel territorio delle rispettive province.

Il Ministro, con proprio Decreto, sentita la Commissione Consultiva, può riconoscere la qualifica di Istituzione Concertistica Orchestrale alle istituzioni con complessi stabili o semistabili a carattere professionale che svolgano annualmente almeno cinque mesi di attività (art. 28, legge 14 agosto 1967 n. 800).

Questo, per lo meno, sulla carta.

Il panorama della gestione culturale del bel paese presenta, specie quando a passare sotto il lanternino dell’indagine sono i finanziamenti e in genere il tema caldo del “soldo”, non poche zone in ombra. Uno degli ultimi fenomeni di tale categoria ad attirare la mia attenzione fu proprio quello delle ICO: mi è sempre sfuggito il meccanismo per il quale un’ orchestra sinfonica stabile accedesse alla sacra investitura a Istituzione Concertistico Orchestrale e alla conseguente erogazione dei finanziamenti pubblici per la categoria.

Forse per miopia personale, forse per una certa confusione sul tema, ho sempre pensato che quando si trattasse di dover accedere a forme di pubblico sostentamento economico fosse lecito il dover affrontare un pubblico concorso o procedure di selezione analoghe.

Ricordo condivisi giusto nel novembre dello scorso anno tali dubbi con il mio professore di management della musica, che mi rispose, in sintesi, che si trattava dell’ennesima inspiegabile iniquità “all’ Italiana” che andava ad ammantare tutto l’iter in questione di una fitta nebbia impenetrabile dalla razionalità.

Ironia della sorte, o forse piuttosto “divina provvidenza”, vuole che il professore in questione fosse Luigi Corbani ovvero il Direttore Generale della Fondazione Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi e che dopo una serie non indifferente di tribolazioni, il 1° aprile di questo anno, proprio questa si sia vista riconoscere il ruolo di ICO.

Parlando de LaVerdi ci riferiamo, d’altro canto, ad una realtà che da più di 20 anni ha fatto Musica e Cultura, con le iniziali giustamente capitali, e da lungo tempo è riconosciuta come una delle più alte eccellenze di settore non solo su scala nazionale ma, senza dubbio alcuno, globale: cosa che però, per lungo tempo, è parsa sfuggire al distratto sguardo (o meglio forse alle distratte orecchie) di una serie di amministrazioni culturali centrali forse distratte dalla miope necessità di arginare costi innanzitutto.

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Proprio mercoledì, giorno della nomina, sotto la direzione del Maestro Ruben Jais, LaVerdi ha offerto alla città di Milano l’eccezionale spettacolo dell’ esecuzione de La Passione Secondo Matteo di Johan Sebastian Bach all’ interno della cornice d’eccezione del Duomo.

Quella di eseguire le passioni del compositore di Eisenach nel periodo pasquale è una tradizione nordeuropea importata nella città Ambrosiana proprio dall’ Orchestra Verdi: ricordiamo lo scorso anno nel medesimo scenario venne eseguita La Passione Secondo Giovanni.

La Passione secondo S. Matteo é stata composta nel 1727 (anche se in passato si riteneva fosse composta più tardi, nel 1729) e fu rappresentata per la prima volta in quello stesso anno a Lipsia.

Scrisse Paolo Russo: “Bach dà voce alla memoria della Passione di Cristo secondo lo spirito e le forme della liturgia. La ripercorre attraverso un testo sacro, il testo evangelico, e la incornicia tra due momenti estranei, un coro introduttivo ed uno di congedo, che la sbalzano, la isolano dal comune scorrere delle cose e del tempo attribuendole caratteri sacramentali e monumentali.”

Una composizione da moltissimi considerata come una delle più belle mai scritte. Le circa 3 ore di esecuzione sono narrativamente divise in due parti (ripartizione rispettata anche il 1 Aprile dall’ orchestra de LaVerdi che ha posto tra le due un breve intervallo): una prima che comprende gli episodi nell’ Orto di Getsemani del tradimento e dell’ arresto (Gv. 18, 28,1-11) e il primo processo di Cristo davanti al Sinedrio con il rinnegamento di Pietro (Gv. 12-27; Mt. 26, 75), e una seconda che inizia col processo davanti a Pilato (Gv. 18, 28-19,17) e prosegue con crocifissione e morte del messia (Gv. 19,18-30) concludendosi con la sua sepoltura (Mt. 27,51-52; Gv. 19,31-42).

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Temporalmente è un ambito narrativo più esteso rispetto a quello della Passione Secondo Giovanni, che invece non comprende l’ultima Cena, sebbene abbia notevoli somiglianze con essa.

La Passione secondo Matteo può ad ogni modo essere considerata  superiore non tanto per la conclamata bellezza dei singoli pezzi, ma anche per la sua struttura generale.

A questo proposito Steinitz (fondatore della London Bach Society ) scrisse: “… siccome la narrazione comincia molto prima <rispetto al punto in cui comincia la Passione secondo S. Giovanni> e comprende il complotto di Giuda e l’Istituzione dell’Eucarestia, le due parti si equilibrano più armoniosamente e la prima parte risulta più drammatica di quella della Johannes-Passion. Infatti, nella prima parte l’accumulo di tensione drammatica e affettiva non ha un attimo di cedimento. La prima parte termina al momento, gravido di tensione, dell’arresto di Gesù e della fuga dei discepoli. La seconda parte, più lunga, inizia lentamente con l’aria della figlia di Sion con coro, e attraverso la scena dei falsi testimoni sfocia nel primo degli interventi con cui la turba chiede la morte di Gesù. Da questo punto, gli eventi tragici si susseguono con rapidità incalzante: gli insulti e le percosse, il rinnegamento e il rimorso di Pietro, il pentimento e il suicidio di Giuda e la flagellazione. Si apre quindi, nello svolgimento della vicenda, una parentesi di alcune ampie arie […] Dal n. 71, la Matthaeus-Passion procede rapidissima verso il culmine del dramma. Il grido ‘Eli’,  la morte, lo squarciarsi del velo del tempio; il terremoto e le tombe che si aprono: tutti questi episodi si dipanano velocemente sino alle parole del centurione e di ‘quelli che erano con lui’: “Costui era davvero il Figlio di Dio’, che sono forse le due battute più impressionanti di tutta la musica di Bach.”

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Una composizione potente presentante l’episodio culmine per la storia del Cristianesimo, il sacrificio del Cristo per l’ Umanità. La costruzione di una vera e propria cattedrale sonora capace di incanalare e trasmettere in direzione dell’astante tutta l’emozione di tale avvenimento tramite la solennità del suo organico vocale ( in questo caso il coro Sinfonico e quello delle Voci Bianche son stati reciprocamente diretti da Erina Gambarini e Maria Teresa Tramontin) e strumentale all’interno del non plus ultra dell’ architettura gotica nostrana, ed è forse proprio qui l’elemento chiave che ha reso lo spettacolo un irripetibile capolavoro.

Ho dovuto aspettare il mio primo viaggio in Tanzania per comprendere quale fosse la maestosa regalità del Leone, cogliendola nell’esatto momento in cui finalmente lo scorsi tanto affascinante quanto potente e terribile libero nel suo ambiente naturale.

Nessuno zoo, nessun circo, nessun documentario, nessun libro erano mai stati in grado di comunicarmi l’essenza del vero sovrano della savana quanto fu il poterne contemplare il solo naturale esistere.

Penso che per l’ascolto di Bach nel luogo preposto a tale attività da esso stesso, in una cattedrale, sia valsa più o meno la stessa cosa: ogni riverbero, ogni eco rimbalzato lungo le enormi navate e perso nell’immensità degli spazi, ogni parola e ogni nota plasmate dalle risonanze ambientali erano esse stesse parti della composizione così come originariamente concepita.

Un’ esperienza di una potenza irripetibile, una fiera non domata ma solo presentata nella sua stessa maestosità.

Caro Dario Franceschini vivissimi e sinceri complimenti, perchè per una volta, e qui te lo posso assicurare, accogliendo LaVerdi nell’Olimpo delle ICO hai dimostrato che siamo ancora in grado di riconoscere le Eccellenze della nostra Nazione e di premiarle e promuoverle come tali.

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