Testo di Giulia Maino

 

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TORINO – Un palco ornato da un’imponente scenografia a semicerchio; tessuti, materassi e oggetti poggiati sul bordo più alto, come dimenticati. Un tavolo grezzo, con un microfono e qualche sedia, sulle quali troneggiavano vistosi e tracotanti mezzi busti di lattice. Il Carignano brillava d’oro e di leggenda, circondando il pubblico immerso in un senso di attesa, gravido di aspettativa e di emozioni sospese.

Questo è ciò che introduceva le prove generali del Falstaff, spettacolo d’apertura della stagione 2014/2015 del Teatro Stabile di Torino. Sedevo impaziente, aspettando che si spegnessero le luci per lasciarmi rapire dal sogno condiviso della performance, con il naso all’insù per godermi ogni piccolo dettaglio dello splendido teatro che ci ospitava.

Calata l’oscurità, il palco fu pervaso da una luce livida; gli attori , avanzando piano verso la platea, inneggiavano Falstaff e la sua vita dissoluta. Lo stesso protagonista, un Giuseppe Battiston imponente e goliardico, declamava le doti del vino e della perdizione, delineando sin dalle prime battute un personaggio contradditorio e dissacrante. Il pubblico, catapultato all’interno della taverna/bordello di Eastcheap (ricreata con gli oggetti prima poggiati sulla scenografia, spinti sul palcoscenico dagli attori) assisteva ai dialoghi volgari, disillusi e pregni di filosofia nichilista di Falstaff e della sua compagnia, composta da prostitute, giullari e traditori. Anche il principe Hal (futuro Enrico V, e figlio di Enrico IV), soggiogato dai piaceri della carne e dei sensi che Eastcheap offriva, viveva la sua vita alla giornata, preferendo le grazie delle donne di strada agli affari di corte.

Il rapporto fra Hal e Falstaff è il vero cuore del testo: i due, apparentemente figli dello stesso disagio e della trasgressione, intrecciano e districano dialoghi irriverenti e complici sin dalle prime scene, delineando un rapporto amichevole e bilanciato. Grazie all’estrema versatilità e ambivalenza del linguaggio shakespeariano, la profonda contraddizione del rapporto tra i due non tarda a venire a galla. Un sottile e subdolo gioco di potere impedisce ad entrambi di mostrarsi e di capirsi, mascherando il disagio, l’invidia e il rancore con lo scherzo e lo sfottò. Falstaff cerca in Hal la realizzazione del proprio ideale, un pigmalione votato alla dissolutezza e alla perdizione, ma il suo stesso desiderio gli si ripercuote contro, subendo la dannazione di Hal come un fallimento personale. La stessa contraddizione vive sulla pelle del giovane principe, il quale rivela l’ambivalenza dei suoi sentimenti verso Falstaff nella scena del finto interrogatorio, impersonando i panni di suo padre Enrico IV e accusando il vecchio generale di tutti i suoi peccati e le sue colpe. E’ uno scontro generazionale quello che va in scena, ricco di disagi, incomprensioni e profonde idiosincrasie, dove la figura paterna non pretende di essere all’altezza delle aspettative del figlio, ma le delude consapevolmente, crogiolandosi in un ritiro narcisistico e patetico. Falstaff è il padre-amico, che introduce Hal ai piaceri della vita, senza regole e divieti; è puro e semplice Es, potenza inconscia e primitiva che plagia le menti e induce il sonno della ragione. Il principe è così diviso tra l’Es e il Super-Io, incarnato dal padre naturale, Enrico IV, al quale il ragazzo sfugge e si nega, attanagliato dal senso di colpa e dall’inadeguatezza. Il confronto finale con il vero padre, interpretato dallo stesso Battiston, sarà decisivo per la trasformazione definitiva del principe che diventerà un re, rinnegando e allontanando da sé la vita precedente, condannando Falstaff all’esilio , che l’uomo vivrà con dolore lasciandosi morire consumato dal rimorso e dagli eccessi.

Gli oggetti di scena e la scenografia stessa donavano allo spettacolo un impatto visivo grottesco e fuori dagli schemi: gli arredi della locanda erano fatti di gomma, i corpi degli attori vestiti di ingombranti pellicce o nudi, affrontando il pubblico con ostentazione sfrontata ed evocativa. Gli stessi corpi venivano sporcati di rossetto, vino, esibendo una carnalità ossessiva e straordinariamente conturbante, ipnotizzando e seducendo la platea; i grossi busti finti venivano indossati e tolti dagli attori in vari momenti della rappresentazione, accompagnando il morboso cibarsi di appetiti, esperienze e parole dei protagonisti, i quali acquisivano o perdevano sicurezza e certezze in relazione alle loro azioni.

Il commento musicale, composto da suoni distorti, disturbanti e brani di musica contemporanea (gli Swans descrivevano l’incontro fra Hal ed Enrico IV con una violenza efficace e calzante) insieme alla bella voce narrante amplificata dal microfono di scena, ha coinvolto gli spettatori in un viaggio delirante e coinvolgente, una grandiosa prova d’attore in uno Shakespeare sempre attuale, che racconta l’archetipo familiare del rapporto padre-figlio con feroce ironia, intensità drammatica e forza evocativa.

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