Testo di – DAVIDE PARLATO

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Noah è indubbiamente un film difficile da giudicare. Ultima produzione del regista Darren Aronofsky (Requiem for a dream, The wrestler, Il cigno nero), Noah è uno di quei film che, quando entri in sala per assistere allo spettacolo, ti fanno chiedere dove sta l’inghippo: cioè, cosa non mi torna nella liaison “storia di Noè” e “regista de Il cigno nero”? Poi però ti spieghi la cosa adducendo alcune scusanti: “si tratta solo di preconcetti, tranquillo”; piuttosto che, “è un talento visionario: potrà stupire in un kolossal biblico!”.

La cosa positiva, al concludersi della visione del film, è che alcune adduzioni sono in fondo state soddisfatte. La cosa disturbante è che rimane un piccolo dubbio di fondo: quanto si è voluto davvero spingere in là il nostro Darren?

Come il titolo suggerisce, la storia si basa sulla riproposizione filmica del racconto biblico dell’impresa di Noè. Tutti conoscono la storia dell’arca di Noè (anche solo grazie alla canzoncina per bambini risulta abbastanza ben spiegata): i frammenti biblici che narrano le gesta di questo particolarissimo personaggio della tradizione ebraica sono pochi e molto concisi. Nonostante ciò, Aronofsky ha realizzato un film parecchio magniloquente (circa due ore e mezza di proiezione), intessendo dei percorsi narrativi non riportati sul Testo Sacro. Sono tre i poli funzionali della nostra storia: i primi due sono inventati dal regista, il terzo è ovviamente aderente alla storia veterotestamentaria. Il primo polo è la famiglia di Noè: la moglie, i due figli e la figlia adottiva/fidanzata del primogenito. Il secondo polo è definito dalla figura del re Tubal-cain (che come suggerisce il nome è proprio discendente della stirpe di Caino), che impersona l’umanità corrotta e degradata dalla più ebraica tracotanza (hybris sarebbe un po’ troppo greco…). Terzo polo della vicenda l’irremovibile Noè, una figura dai cenni fortemente chiaroscurali, perennemente in bilico fra la sanità e la follia, padre ebraico e legislatore severo. Andiamo nel dettaglio.

L’umanità – il regista ce ne dà due facce: l’umanità affamata di carne, irrispettosa, violenta, concupiscente; dall’altro lato l’umanità morigerata, docile e gentile rappresentata da Casa Noè. C’è però una qualche incrinatura in questa idilliaca suddivisione del mondo in base due; la domanda che Noè insinua è infatti: ma non siamo forse tutti corrotti in quanto umani? Bramiamo i piaceri sensuali, siamo egoisti anche nell’amore, siamo una immondezza sulla perfezione del creato. Ed è per questo che Iddio ha voluto lo sterminio, anzi no: la purificazione con l’acqua, per non distruggere ma ricreare senza l’umanità. La visione mistica di Noè non è particolarmente accettata dalla famiglia, tanto da creare una doppia specularità di debolezze mortali: quella dei familiari e quella del capofamiglia. Il tutto in un contesto di marciume che sembra essere connaturato alla natura umana, anche per la stirpe di Seth, di cui Noè è l’ultimo patriarca.

La stirpe di Caino – Tubal-cain è l’alterego perfetto di Noè, pieno rappresentante della corruzione umana. Perché l’umanità è corrotta? Perché ha inseguito senza remore la tentazione della serpe dell’Eden. Sicut dei eritis. Preso alla lettera: nel tentativo prometeico di diventare veramente “a sua immagine”, potenti quanto divinità, signori della terra e dei mari. Il re degli uomini sfugge al controllo divino, lo sfida. La divinità, di contro, è silente per tutti. Si manifesta solo come punizione all’umanità e, tramite l’ancestrale mezzo simbolico-onirico, a Noè, il prescelto per la più grande impresa che un uomo possa compiere.

Noè – personaggio in qualche modo prometeico quanto il re degli uomini, ma in linea sinergica al volere divino (quale volere poi?). Il due protagonisti di questa pièce analizzati pocanzi riescono a enfatizzare la figura paradossale di questo personaggio, che il regista ha dipinto con occhio equivoco, strizzando spesso l’occhio a reinterpretazioni eterodosse della Scrittura. È sicuramente il nostro Noah aka Russel Crowe il nodo centrale del film, il discrimine che potrebbe far pendere la nostra valutazione fra il capolavoro e il penoso.

Il Noè aronofskiano (aggettivo orrendo NdA) è un eroe assolutamente moderno: una personalità che il film non chiarisce se sia sula retta via o si stia spingendo oltre la linea che demarca il sottile confine fra l’umanità e la follia. Noè riceve visioni inquietanti sull’imminente disastro e comincia a maturare l’amara consapevolezza dell’autodegenerazione cui l’umanità è andata in contro, spinta dalla sete di potere e di sangue. Il nostro, vittima evidentemente di una perdita completa della fiducia nei confronti dell’uomo (tipica peraltro di tutto l’ebraismo), decide di andare in contro al suo destino di uomo fra gli uomini e di lasciarsi risucchiare dai gorghi del diluvio. Quando però Dio (o chi per lui) gli invia nuove visioni sull’impresa che sarà destinato a compiere, Noè matura una nuova responsabilità: è stato scelto per l’impresa, ma la sua abnegazione non lo salverà dalla distruzione. Sarà anzi così grande il suo sacrificio che, per permettere la nascita di un nuovo Eden, sacrificherà se stesso e la sua famiglia la termine del viaggio. Inutile dirlo: alla fine la sua pietà lo riporterà sulla strada della redenzione, accettando l’onere ancora più grande di dare una seconda chance all’umanità intera.

In sintesi: in un contesto se vogliamo fantasy (spero che i credenti non ne abbiano a male) in cui l’intervento distruttore della divinità è un’entità tangibile, si snodano le vite di personaggi particolarmente umani. Dio è silente, nessuna voce scende dal cielo a confabulare con il nostro eroe veterotestamentario. Tutto lascia intendere due possibili letture dell’opera: o quella classica (soprattutto cristiano-cattolica piuttosto che ebraica), oppure una possibile interpretazione della vicenda che vede Noè un possibile schizoparanoide (ma questa non è un’interpretazione particolarmente esplicitata) che, in un percorso tortuoso di dedizione e abbandono all’autorità presunta nel Regno dei cieli, ritrova in fondo la sua umanità e la riscopre in toni positivi, scendendo al termine del suo cammino dalla torre eburnea del suo giudicare la corruzione umana. In questo senso sarebbe proprio l’umanità a trionfare, nella sua ambivalenza fra il mito prometeico di ribellione all’ordine naturale e il mito di Noè della irremovibile giustizia patriarcale.

Perciò che valutazione dare al film? Un film sicuramente da vedere per quanto riguarda l’impatto visivo: la visione di Aronofsky è tangibile in moltissimi punti (sequenze oniriche e successioni in stop motion tipiche della sua estetica). Gli effetti speciali sono ovviamente formidabili (ma per me questo è un qualcosa di secondario). Resta il grosso punto di domanda: il regista poteva spingersi più in là? Secondo me sì, e questo indugiare di un genio “irriverente” come il nostro regista di fronte alla difficile trattazione del tema biblico a mio parere toglie dei grossi punti ad un film che, in fin dei conti, offre qua e là degli ottimi spunti. Un film molto pretenzioso (addirittura che tenta di abbracciare in piccole sequenze astrofisica, evoluzionismo e creazionismo) ma poco coraggioso; interessante nell’idea di fondo ma un po’ troppo dozzinale nella resa.

Insomma: il rischio enorme del kolossal – la sua estetica è in fondo la bara della creatività.

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