Testo di – GIUSEPPE ORIGO

 

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Vittima, come molti, della torbida e spietata “sessione d’esame estiva”, in questo mio eremitaggio milanese forzato mentre fuori il mondo, fiorito, si compiace delle sue code di pavone, mia unica “finestra sul cortile” è l’Agorà virtuale di facebook, rifugio LCD in cui cerco di tanto in tanto conforto dal mostro universitario.

L’ accoglienza di oggi nel digicosmo però è stata una doccia fredda: c’è stata una sparatoria in pieno centro nella mia città di residenza, Alessandria.

In men che non si dica, tirando sommariamente il minimo comun denominatore dei commenti e degli status dedicati al fattaccio, ne evinco le dinamiche: un immigrato colombiano ha rubato una pistola e aperto il fuoco contro la polizia ferendo tre passanti.

Sebbene i tempi che corrono ci abbiano abituato alle peggiori violenze e porcherie, il fatto accaduto, come qualsiasi forma di è inqualificabile e non trova giustificazioni, lasciando dietro alla sua scossa forti crepe nell’ opinione pubblica oltre che sgomento e rammarico.

Quanto successo è tremendo, un segno di enorme degrado, ma ad ogni modo la cosa che più mi ha lasciato sgomento è stata constatare, sulla bacheca mediatica, quante fossero le vittime dei facili populismi del razzismo e della xenofobia che hanno colto l’occasione per scagliarsi, ancora una volta stereotipo di sé stessi, contro la comunità extracomunitaria: questo secondo me è il campanello d’allarme più grave, il più destabilizzante dei segnali, il trovare pretesto in una disgrazia per nutrire il germe della paura del “diverso”, per fomentare ragionamenti simil-medioevali di demonizzazione razziale.

Nell’ era del globale, usando un terminale con ogni probabilità ideato da un’ azienda Sud-Coreana o Statiunitense e assemblato in Cina con pezzi fabbricati in giro per tutto il mondo, come è possibile cadere ancora nelle disarmanti fallaci banalità della “paura del diverso”?

La crisi, spauracchio dell’ oggi, non è solo un mostro fagocitante capitali e fondi d’investimento, ma si nutre anche di teste, di valori e di coscenze, ci allontana dalla grande verità che l’unico modo per sconfiggere un nemico comune è rendersi conto che, su questa zattera, stiamo naufagrando tutti insieme l’uno legato all’ altro, che se nel cortile dietro casa uno stato amico sta precipitando nel baratro del default non basta girarsi dall’altro lato turandosi le orecchie per non udirne il crollo, che è dovere di chiunque si dichiari una persona civile e non una bestia condannare la polizia della pseudo-repubblica Turca che in questi giorni sta massacrando impunemente manifestanti pacifici uomini, donne e bambini con tossine e proiettili, che ogni volta che un’ imprenditore strozzato dai debiti e dalla vergogna pone fine alla sua esistenza con lui muore un po’ d’ Italia, che le parole con cui una Consigliera politica augura lo stupro a un ministro di colore offendono non solo questa ma il pudore e l’intelligenza di ogni cittadino, uomo o donna, italiano o straniero.

La strada per ridestarsi non sta in distinzioni di sesso, etnie, preferenze sessuali, credo politici, ma nell’ unità e nel focalizzare il problema in quanto globale e comune e nell’ impostare strategie in quest’ ottica.

Non esiste nulla di più artefatto e contro Natura dei confini e delle frontiere, è l’ Uomo, vittima di fobie e egoismi, che li ha creati aggrappandosi ad essi nell’ insensata opera di definizione di un Noi e un Loro, di un giusto e di uno sbagliato che ne giustificasse l’esistenza e la insensata superiorità supposta.

Noi e i Negri, Noi e i Froci, Noi e i Comunisti, Noi e i Fascisti, Noi e gli Zingari, Noi e gli Extracomunitari… erezioni di barriere truci per compensare impotenze intellettive, tsunami di discriminazioni e angherie, stermini e discriminazioni nel buon nome di una “Giustizia” violenta, demenziale e artificiale, nel bon nome della disperata difesa del “Nostro” metro quadro di mondo, fuori dal quale può succedere quel che vuole, purchè se ne resti esterno, lontano da ciò che è come deve essere.

Finchè non ci renderemo conto che la paura del diverso è paura dello stesso Uomo, paura di noi stessi, che non è altro che una forma di demenza, resteremo vittime di un circolo vizioso malato e antiprogressista, schiavi di un’ insensata ottusità e ancore di noi stessi, incatenati sul fondo del baratro e incapaci di risalirne le sponde.

Ah, quasi dimenticavo, alla fine ho avuto modo di informarmi sugli effettivi fatti della sparatoria alessandrina: l’ “immigrato colombiano”, Janderson Steward Mosquera, si è rivelato essere italiano a tutti gli effetti, nato su suolo “nostrano”, uno di “Noi”,

l’unico ferito grave, un passante innocente, è marocchino, uno di “Loro”.

Tranquilli, “non è successo niente”.

Oh, come sono permeabili le frontiere umane!

Quante nuvole vi scorrono sopra impunemente,

­quanta sabbia nel deserto passa da un paese all’altro,

quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui

con provocanti saltelli!

 

Devo menzionare qui uno a uno gli uccelli che trasvolano,

o che si posano sulla sbarra abbassata?

Foss’anche un passero, la sua coda è già all’estero,

benché il becco sia ancora in patria.

 

Tra gli innumerevoli insetti mi limiterò alla formica,

che tra la scarpa sinistra e la destra del doganiere,

non si sente tenuta a rispondere alle domande “Da dove?” e “dove?”.

 

Oh afferrare con un solo sguardo tutta questa confusione,

che regna su tutti i continenti!

Non è forse il ligustro che dalla sponda opposta

Contrabbanda attraverso il fiume la sua centomillesima foglia?

E chi se non la piovra, con le sue lunghe braccia sfrontate,

viola i sacri limiti delle acque territoriali?

 

Come si può parlare d’un qualche ordine ,

se non è nemmeno possibile scostare le stelle

e sapere per chi brilla ciascuna?

 

(…. ) Solo ciò che è umano può essere davvero straniero.

Il resto è bosco misto, lavorìo di talpa e di vento.

 

Salmo – Wislawa Szymborska

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