Testo di – Ludovica e Maria Vittoria Ceschi

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9.07.2013, siamo partiti in dodici studenti dell’Università Bocconi con destinazione Nyandiwa (LINK) per prendere parte al Progetto Harambee, come volontari a servizio della comunità locale.

Una volta raggiunta la destinazione, smarrimento e disagio hanno pervaso le nostre prime giornate al centro IKSDP (Italian Kenyan Scout Development Project). Infatti, il nostro immaginario delle caratteristiche antropologiche proprie della cultura locale non corrispondeva appieno con la realtà in cui ci siamo trovati immersi. Certo, eravamo partiti consci del fatto che le differenze culturali avrebbero potuto creare in noi un senso di spaesamento, ma queste nostre difficoltà iniziali testimoniano il fatto che un approccio indiretto o uno studio formale e libresco non possono sostituire il valore e la conoscenza acquisiti attraverso un’esperienza sul campo.

Di conseguenza, anche il nostro lavoro e ruolo di volontario risultavano di difficile comprensione: come potevamo rapportarci con una comunità che ancora non comprendevamo appieno? E quindi, come potevamo contribuire ad un progetto che vive e lavora con e per la comunità?

Per superare queste difficoltà ci siamo perciò esposti al nuovo ed aperti al dialogo e al confronto interagendo direttamente, non senza complicazioni, dapprima con persone più coinvolte nell’attività del centro e successivamente avvicinandoci a tutta la comunità di Nyandiwa.

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La forma mentis occidentale si è confrontata ed infine intrecciata con quel diverso modo di osservare ed analizzare la realtà. Si è dunque sviluppata una più ampia apertura mentale in entrambe le parti coinvolte nell’incontro, rendendo possibili l’amicizia sincera e la cooperazione. La comprensione dell’altro ha permesso l’instaurazione di una relazione basata sulla fiducia, la quale ha incaricato noi e gli altri ad assumere le obbligazioni derivanti dalla relazione stessa: ogni azione ha presupposto un lavoro ed impegno condivisi poiché ogni progetto è stato pensato e portato avanti assieme. Questo nostro atteggiamento è stato la chiave di volta che ci ha permesso di comprendere il senso del lavoro del volontario.

Questo aspetto dovrebbe essere alla base della nascita di ogni progetto di volontariato. Spesso però, l’azione cosiddetta “umanitaria” segue logiche di assistenzialismo e di propaganda. Queste azioni hanno contemporaneamente un forte impatto sia sulle realtà su cui intervengono, sia su quella occidentale nella quale vengono ideate. Rimangono però fine a sé stesse poiché non sono frutto di una relazione volta alla vera comprensione e risoluzione dei problemi veramente sentiti dalla comunità, i quali in questo modo si perpetuano. Le proposte di soluzione perciò si rivelano efficaci solamente nel breve periodo in cui sono coordinate e somministrate dall’attore occidentale. Dunque, i risultati finali non possono essere definiti umanitari, poiché non giovano all’essere umano e, la loro efficacia meramente performativa, soddisfa solamente l’aspetto più propriamente legato all’apparenza.

Harambee -lavorare assieme- si distingue proprio per il suo particolare modus operandi: interazione diretta e successiva cooperazione con la comunità locale attraverso la realizzazione di progetti che utilizzano le risorse e le persone esistenti mettendo le basi per la futura progettazione di obiettivi auto-sostenibili e auto-sostenuti. Pertanto, il nostro lavoro di volontari risulta essere apparentemente di scarso interesse e di scarso effetto e dunque difficilmente testimoniabile, ma è proprio qui che risiede il suo valore: riappropriandoci del senso dell’agire assieme alla comunità locale, i benefici si paleseranno chiaramente in un intervallo temporale più lungo e in armonia con gli abitanti. Essi, diretti partecipanti agli obiettivi del progetto, acquisiranno una propria autonomia e consapevolezza, obiettivi ultimi e principi di ogni vero progetto di volontariato che voglia definirsi tale.

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