Intervista a cura di – GIULIA BERTA

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La galleria Wall of Sound è incastonata in una tranquilla e anonima via di Alba, non lontana dai fasti dei negozi e dei locali di tendenza di via Vittorio Emanuele. La galleria Wall of Sound è musica per immagini. L’obiettivo di Guido Harari cattura sguardi, gesti, atteggiamenti. Sfumature di cui nemmeno si sospettava l’esistenza.
Ma Wall of Sound non è solo questo: le mostre temporanee qui ospitate portano nel cuore delle Langhe fotografie inedite in Italia, chicche poco conosciute dal grande pubblico o immagini celebri. Ed è proprio sotto gli occhi di un Bruce Springsteen degli anni d’oro di Darkness in the Edge of Town, ritratto dall’obiettivo di Frank Stefanko, che si svolge la nostra intervista.

Inizierei chiedendoti come è nato il progetto di Wall of Sound e qual è il concetto fondamentale alla base di questa galleria.

L’idea mi è nata una quindicina di anni fa, quando, passeggiando per SoHo a New York, mi imbattei in una galleria (all’epoca si chiamava Henry’s Gallery, ma nel tempo è diventata il maggior punto di riferimento per i collezionisti mondiali col nome di Morrison Hotel Gallery) aperta da un fotografo, Henry Diltz, che aveva chiamato a raccolta i suoi colleghi. Diltz ha contribuito così a storicizzare un genere di fotografia – quella musicale – che per troppi anni è stato considerato di serie B, pur avendo catturato in maniera esaustiva moda, costume e storia della musica per oltre sessant’anni. Negli ultimi quindici anni ho lavorato molto a libri e mostre, trasferendo la mia attività da Milano ad Alba e attendendo che qualcuno in Italia  raccogliesse e sviluppasse l’idea di Diltz, ma, non facendosi avanti nessuno, ho pensato bene di lanciare un progetto analogo qui ad Alba, in una dimensione più raccolta rispetto alla grande città. Negli ultimi cinque anni abbiamo esposto autori internazionali ed italiani come Art Kane, Gered Mankowitz, David Burnett, Merri Cyr, Frank Stefanko, Norman Seeff, Jim Marshall, Joe Alper, Cesare Monti e altri ancora, con un’ottica più divulgativa che commerciale. Non solo, abbiamo recuperato archivi dimenticati o poco conosciuti, come quelli di Art Kane e Joe Alper, restaurando i negativi originali e organizzando anche mostre museali come quella di Kane alla Galleria civica di Modena nel 2015.  Ci stiamo muovendo da tempo anche come casa editrice di cataloghi e, ora, anche di libri di pregio in tiratura limitata. A settembre pubblicheremo un volume delle mie foto di Kate Bush, un’artista con cui ho collaborato tra il 1982 e il 1993.

A proposito della mostra attualmente in corso, Jungleland, come hai conosciuto Stefanko e come è nata questa esposizione in particolare?

Conoscevo il lavoro di Stefanko da sempre. Ha definito un’iconografia di Springsteen molto precisa in un periodo molto importante come quello che ha seguito il grande successo di Born To Run. Le sue sono le foto forse più autentiche, meno costruite, di Springsteen, dove l’artista si lascia guardare senza filtri, senza mediazioni, con quel look un po’ trasandato da hobo. In queste foto Springsteen sembra uno dei personaggi delle canzoni di quel periodo, di Darkness on the Edge of Town e The River. Un paio di anni fa ho contattato Stefanko per rappresentarlo in Italia e abbiamo subito messo in agenda una mostra vincolandola però ad una tournée di Springsteen in Italia. Quest’anno ce l’abbiamo fatta e ora abbiamo un nuovo progetto: un libro in tiratura limitata delle sue foto inedite di Springsteen che uscirà nell’ottobre 2017 in tempo per il 40° anniversario di Darkness on the Edge of Town.

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Parlando dei tuoi libri, possiedo una copia di Una goccia di splendore: so che sei stato uno dei fotografi personali di De André, puoi raccontarmi qualcosa su di lui e sul vostro rapporto?

Ho conosciuto Fabrizio “tardi”, nel ’79. Fino ad allora la mia percezione di lui era di un artista inavvicinabile. Ovviamente i suoi primi 45 giri – Carlo Martello, Bocca di rosa, Marinella e tante altre canzoni memorabili – erano parte del mio orizzonte sonoro di ragazzo, ma negli anni Settanta mi ero appassionato di più al rock anglo-americano che alla canzone d’autore italiana. Nel ’78 Franz Di Cioccio della PFM mi invitò a seguire come fotografo ufficiale la leggendaria tournée con De André, un precedente assoluto per la scena italiana. Fabrizio l’ho conosciuto così: perso com’era tra i fumi dell’alcool, non faticò ad accettarmi e a lasciarmi fare. Avevo questo sogno di realizzare un reportage all’americana, che fissasse il viaggio on the road, il backstage, tutto quanto succede attorno al concerto. Purtroppo mi resi presto conto che Fabrizio si svegliava tardi al pomeriggio, si presentava alle prove e dopo il concerto si dileguava nella notte con l’autista. Malgrado questo, ho scattato moltissime foto che sono piaciute a Fabrizio, forse perché così poco  istituzionali. Lui, che era stato fotografatissimo negli anni, persino nella dimensione domestica, nella sua bella casa borghese di Genova con moglie e figlio, aveva evidentemente trovato nelle mie immagini una certa autenticità. Così è nata un’amicizia, o forse sarebbe meglio dire una consuetudine, che lo ha spinto a chiamarmi in più occasioni a realizzare le sue foto ufficiali, a Milano e in Sardegna. Non ci siamo frequentati come avremmo potuto: Fabrizio mi incuteva un discreto timore reverenziale, forse a causa di quella cultura pazzesca che lui elargiva spesso e volentieri.  Leggeva un libro al giorno, anche se da giovane era stato molto pigro e si faceva leggere e poi riassumere dalla prima moglie Puny i libri che lo interessavano! Amavo ascoltarlo, sicuro di non avere argomenti altrettanto brillanti o profondi da offrirgli: insomma, una questione di puro pudore mi ha spinto a centellinare le nostre frequentazioni. Ma Fabrizio  era una persona molto aperta e in ascolto: amava intrattenere per qualche ora i fans che si presentavano al cancello della sua casa dell’Agnata, aveva una curiosità inesauribile e sapeva parlare dei massimi sistemi in maniera molto diretta, coinvolgendo chiunque. Il suo orizzonte morale era ammirevole: perdonò gli esecutori del suo sequestro in Sardegna, scegliendo di restare a vivere nell’isola e fu forse tra i primi in Italia ad ammettere pubblicamente che dove lo Stato latita, la mafia soppianta l’ordine costituito.

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Era ossessionato dalla parola, i suoi testi erano ponderati e rifiniti fino allo spasimo, così come le sue interviste a cui negli ultimi anni rispondeva per iscritto. Viveva da sempre la contraddizione tra il suo status sociale e il suo anarchismo. Nel suo bellissimo attico di Milano, pieno di libri, mosaici, quadri e oggetti preziosi, mi disse:  “Se qualcuno vedesse come vivo, forse perderei un po’ della mia credibilità”.

Mi hai colpito quando hai detto che verso di lui avevi un timore reverenziale. Verso chi altri hai provato soggezione nel corso della tua carriera?

Forse solo una volta, con Eric Clapton, immotivatamente perché era una persona dolcissima e molto cordiale. In generale ha sempre vinto su tutto la curiosità. Avevo accesso a personaggi che ammiravo da sempre: scrittori, scienziati, registi, artisti; eccellenze con cui avevo il privilegio di interagire e l’occasione di scoprire qualcosa di inaspettato, forse anche di inedito.

Proprio a proposito dell’empatia che crei con i soggetti, volevo chiederti cosa guardi quando fai una foto, cosa cerchi di catturare nei tuoi scatti.

È sempre qualcosa di inafferrabile, che non può essere programmato a priori, che nasce proprio nel momento. Quando lavori per la committenza (copertine di dischi, redazionali, campagne pubblicitarie), è più facile creare una sintonia, se non addirittura una complicità che nasce mentre si approfondisce il progetto da realizzare. Quando invece hai poco tempo e scarsa disponibilità da parte del soggetto, tocca improvvisare e sgombrare rapidamente il campo da tutto l’immaginario che conosci già del tuo soggetto. In questi casi, preferisco lasciare le porte aperte e dare spazio a spunti che spesso non posso neanche immaginare. Mi è successo con Fabrizio con la famosa foto del termosifone, nata da un’assoluta casualità. Non mi sono mai curato di questioni di stile, di essere impeccabile nelle mie fotografie dal punto di vista tecnico. È piuttosto una questione di puro istinto, un po’ come nelle foto di Stefanko, improvvisate con elementi “poveri” come la sua stanza da letto con la tappezzeria floreale per la copertina di Darkness on the Edge of Town. È fantastico quando il risultato sorprende non solo il fotografo, ma anche il suo soggetto, che riesce comunque a riconoscervisi.

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Adesso una domanda un pochino più tecnica: nella mostra di Venaria di McCurry, l’assistente che aveva inviato il materiale per l’esposizione aveva sbagliato e inviato un’immagine con un errore di Photoshop. È venuta fuori quindi un po’ di polemica tra i “puristi” e chi sostiene che non ci sia nulla di male nell’editing post-scatto. Volevo sapere un po’ la tua opinione a riguardo.

Una volta esisteva la camera oscura e lì ogni sorta di magia si rendeva  possibile. All’inizio del ‘900, quando ancora non c’erano pellicole ma lastre di vetro, si grattavano le emulsioni per ritoccare la pelle. Il ritocco, sia in chiave analogica che digitale (Photoshop non è altro che una moderna camera oscura), consente al fotografo di avvicinarsi ancora di più alla sua visione ideale. Tutto è permesso, dal mio punto di vista. Riprendere in mano immagini di trenta o quaranta anni fa e avere a disposizione risorse tecniche che consentono di valorizzare un’immagine oltre ogni immaginazione, è un sogno fatto realtà. Certo, un ritocco sbagliato è imperdonabile, ma i colori saturi delle foto di McCurry non sono già figli di Photoshop o di lavorazioni analogiche in camera oscura?

Ultima domanda. Con qualcuno, qualche tuo soggetto, sei riuscito ad instaurare un rapporto oltre a quello lavorativo?

Con le celebrities è difficile mantenere un rapporto d’amicizia, soprattutto quando sono impegnati per lunghi periodi in tournée, dischi e altro. È già molto restare parte del loro orizzonte ottico e, rivedendosi dopo anni, ritrovare la sintonia di sempre. Ho avuto consuetudini di anni con artisti come Lou Reed, Laurie Anderson, Joni Mitchell, Jackson Browne e Kate Bush. Evidentemente c’è stato qualcosa che ha permesso che l’empatia si ripetesse nel tempo: parlerei di fiducia (da parte loro) e di una discreta dose di umiltà (da parte mia). Gli artisti sono loro. Io tutt’al più posso ritenermi un onesto artigiano e un incorreggibile fan.

Wall Of Sound Gallery è ad Alba in via Gastaldi, 4.
Sito internet: www.wallofsoundgallery.com
Telefono: +39 0173 362324

 

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