Testo di Leandro Bonan

Non è il mio campo. Lo ammetto subito, per onestà, e per sperare in un po’ di accondiscendenza da chi più competente di me. Non potevo però esimermi dal rendere omaggio a Zaha Hadid, scomparsa improvvisamente a Miami ieri. Non potevo ignorarla, vivendo a Milano e passando molto spesso tra le residenze e il grattacielo da lei progettati per il complesso CityLife.

Nata nel 1950 in una Baghdad ben più civile e liberale della città orribilmente dilaniata che abbiamo in mente oggi, si trasferisce per gli studi in Libano, dove si laurea in matematica all’American University of Beirut. Decide poi di lasciare il Medioriente alla volta di Londra, che trova in pieno fervore post-sessantottino, e lì si laurea alla prestigiosa Architectural Association, nel 1977. La città la accoglie a braccia aperte: ottiene la cittadinanza britannica e a Londra decide di stabilire il suo studio nel 1980, che oggi conta oltre 200 architetti.

La capitale inglese non riesce a fermarla, però: viaggia ovunque nel mondo, lasciando numerose testimonianze della sua arte, sospinta dalla sua determinazione e dal suo carattere, a detta di chi la conosce forte e spigoloso, in perfetta antitesi con lo stile sinuoso a cui ci ha abituati. All’inizio, naturalmente, non è facile farsi strada. E’ una donna, araba, con una formazione molto teorica ed un’indole battagliera. I primi progetti non vengono creduti realizzabili e si limitano ad essere idee brillanti (progetti concettuali è il termine più preciso).

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La Hadid però non demorde. Nel 1993 il primo grande progetto, la stazione dei pompieri di Weil am Rhein, in Germania. Da quel momento non la ferma più nessuno: da Hong Kong a Roma, da Cincinnati a Singapore, vince commesse in oltre 40 paesi, diventando una degli architetti più celebri a livello mondiale, e vincendo nel 2004, prima donna ad ottenerlo, il Premio Pritzker, da molti giornalisti definito come il Nobel dell’Architettura. Al di là delle semplificazioni, rappresenta senz’ombra di dubbio il riconoscimento più prestigioso che un architetto possa ricevere nel corso della propria carriera e segna il coronamento di un successo testimoniato perfino dall’ottenimento, dieci anni prima, della cattedra di Architettura dell’università di Harvard.

La sua arte, conosciuta ai più per la fluidità delle forme, nei primi anni è però caratterizzata piuttosto da lame, giochi di trasparenza, angoli acuti. Già comunque ci sono alcuni aspetti che verranno mantenuti costanti fino agli ultimi progetti. Anzitutto, la funzione dell’architettura. In un’intervista alla CNN dichiara che “come architetto, se è possibile alleviare una situazione oppressiva in un modo qualsiasi, o elevarla a cultura, beh, io credo lo si debba fare”. Per questo motivo sceglie di progettare soprattutto edifici con un valore civico, come musei, stazioni, biblioteche. Altra cifra identificativa è il gioco degli opposti, accostare trasparenze a lastre opache, forme a spazi vuoti, angoli acuti a cavità, il tutto con un’attenzione quasi maniacale per come la struttura si integra con il paesaggio circostante. Non è insolito, infatti, vedere Hadid giocare con le pendenze del terreno, con i corsi d’acqua, ed ispirarsi proprio alla Natura per le sue creazioni.

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La caratteristica, forse, che è associata in modo univoco all’architetto e però soprattutto la mancanza di una gerarchia spaziale, di una prospettiva preferita: i suoi edifici non hanno una facciata, bensì sono un rincorrersi di onde e vuoti, una creazione in continua trasformazione che viene scoperta man mano girandoci attorno. Ne sono un esempio sia il MAXXI di Roma, una delle opere più apprezzate dalla critica, che la torre Hadid del complesso CityLife a Milano, che si attorciglia su se stessa, cambiando aspetto a seconda dell’angolazione da cui la si guarda.

Attiva anche come architetto di interni e designer, non ha mai smesso di riconoscere il valore fondamentale dell’educazione né di battersi per dare maggiori possibilità di carriera a donne architetto.

Concludo proponendovi il video qui sotto, in cui la sentite affrontare entrambi i temi in occasione del conferimento della laurea honoris causa in architettura alla Goldsmith University of London.

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