Testo di – CATERINA LAURENZI

 

 

Arturo_Martini (1)

Non so voi, ma io ne ho piene le scatole di pruriginosi gossip estivi, di storie di amore di vip cerebrolesi, di politici sentenziosi e  scomarate da casalinghe di Voghera.

Al diavolo tutto, quando arriva l’estate, personalmente con l’incedere dell’estate tutto ciò che voglio è tentere di riscoprire la bellezza incontaminata del mondo fuori città, in qualunque parte del Bel Paese o, meglio ancora, del globo intero.

Abbracciare il verde dei prati, riempirsi i polmoni di mille inebrianti profumi fino a non avere più nemmeno un briciolo di spazio, tuffarsi nel blu.

E poi ci sono loro: le stelle.

 

“…le cose belle che ‘l porta il cielo…”

Inferno, XXXIV – vv.137-138

 

Per chi abita in città, il piacere di poterle cogliere con lo sguardo nel nero della notte è misto a stupore e meraviglia, le rare volte che accade. Non è un fenomeno frequente: l’inquinamento luminoso firmato XXI secolo è d’ostacolo alla preziosa bellezza delle piccole amiche, e poterle ammirare è uno spettacolo unico quanto raro. È poetico. Maledettamente poetico.

 

L’opera di oggi, in realtà, s’intitola “Chiaro di luna” ma, se la logica non ci inganna, nel firmamento, accanto al bel satellite, paffuto e tondeggiante, sparse qua e là, come lustrini, presenziano, silenziose e sfavillanti, migliaia di stelle.

Due fanciulle, intrappolate nell’eternità della pietra, contemplano estasiate la luna brillare nell’oscurità della notte.

In uno sbigottito silenzio, ammaliate dal satellite color madreperla, condividono per una frazione di secondo la bellezza di Sua Maestà dai mille crateri e dalle cento forme.

Affacciate ad un balcone misto liberty-provenzale, le due figure appaiono senza tempo: indossano abiti semplici, forse pepli, forse più moderni chitoni privi di spille, o forse ancora banalissime sottovesti da casa di ottocentesca fattura.

Immersa in un incantato stupore, la donna a sinistra si regge sulla essenziale e lineare balaustra: il peso dell’estatica visione intorpidisce la sua delicata compostezza, che smorza appoggiandosi al davanzale in pietra. Accanto, la compagna le cinge le spalle in un  leggero abbraccio, che in sé sintetizza la bellezza della condivisione intima ed amichevole di uno scenario mozzafiato.

Chissà se Virgilio fece lo stesso con Dante quando, subito al di fuori della “natural burella”, si ritrovarono a contemplare il cielo stellato dell’opposto emisfero.

 

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Inferno, XXXIV – v.139

 

Il chiaroscuro dei panneggi, la semplificazione delle forme, l’elementare, eppure perfetta, plasticità della coppia di amiche – o, perchè no, sorelle – protagoniste dell’opera, testimonia l’artigianale maestria di Martini.

 La favola disegnata da questo tenero quadretto è senza eguali: chi mai ha saputo raffigurare così bene l’impalpabile stupore di un semplice, quotidiano, fenomeno naturale? Con sapiente manualità, l’autore ha dato prova di una “straordinaria fantasia e una viva e naturale invenzione formale”.

Stupisce anche la libertà che Martini concede all’osservatore: il contesto in cui s’inserisce l’opera, infatti, non esiste, e la sua esistenza è dettata dall’immaginazione dello spettatore.

Con la fantasia collocate perciò la scena dove più vi pare e piace: immaginatevi due sorelle in un maestoso palazzo barocco, intente ad osservare la luna specchiarsi nel laghetto del ricco e variopinto giardino, punteggiato da salici ed iris, o immerse in un piccolo borgo medievale alle porte di qualche famosa città d’altri tempi; e ancora, concedetevi il lusso di pensare le due al balcone di un anonimo edificio del secolo scorso, o in un casale immerso tra campagna e spighe di grano.

Roba non da poco, decidere spazio e destino di due graziose fanciulle.

Forse se ne rimarranno a contemplarla sino all’alba, quella luna che

 

“fa luce solitaria, finchè chiaro appare il giorno” .

 

Quasi a richiamare la forma dell’argenteo satellite, i lineamenti dei due soggetti sono visibilmente rotondeggianti: i visi ricordano  ex ante la fisionomia delle donne boteriane.

Chiaro di luna è un’opera fresca, leggera ed estiva, che emana, attraverso le sue forme, la soave bellezza del corpo riflettente più sorprendente fra tutti.

 Del resto, non certamente a caso, Immanuel Kant, nella conclusione della Critica della Ragion Pratica, scriveva:

 

“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.”

 

Armato di scalpello e fantasia, anche Martini l’ha descritta.

A modo suo, ovviamente.

 

Nato da un’umile famiglia di Treviso nel lontano 1889 e morto a Milano nel 1947, Arrturo Martini è stato uno dei grandi protagonisti della scultura del Novecento italiano.

Dopo aver lavorato per un breve periodo come apprendista orefice, frequentò la Scuola di ceramica di Faenza e studiò scultura a Treviso; a Monaco, successivamente, fu allievo di Adolf Hildenbrand.

In seguito a una breve parentesi Parigina, dove assorbì la lezione delle nuove correnti artistiche emergenti dell’epoca, nel 1914 partecipò all’Esposizione Libera Futurista Internazionale.

Al termine della prima guerra mondiale collaborò con la rivista Valori Plastici ed a Milano, negli anni Venti, strinse un sincero sodalizio con Carrà.

Personaggio di indiscusso rilievo, prese parte a più edizioni della Biennale Romana ed a quella di Venezia cui, nel 1932, venne invitato con una sala a lui solo dedicata.

Nel 1927 vinse il primo premio alla Quadriennale di Roma.

Arturo Martini ha eseguito numerosi lavori per la città di Milano, tra cui Il gruppo degli Sforza nel cortile dell’Ospedale Niguarda, La giustizia fascista nel Palazzo di Giustizia ed i bassorilievi decorativi del Palazzo dell’Arengario di Piazza Duomo.

Nel 1942 venne chiamato ad insegnare all’Accademia di Venezia; riconoscimento ultimo, questo, del suo operato e della sua persona.

Solo cinque anni più tardi, il 22 marzo, si spense nel silenzio.

In vita, come dopo la sua morte, i suoi lavori sono stati esposti in moltissimi musei e gallerie di tutta Italia.

 

 

www.scultura-italiana.it

www.treccani.it

 

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